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Dalla terra al cielo. Appunti per un’economia del soprammercato

Questo testo (dall’orale) è da prendere come una serie di appunti, un nero su bianco adatto a fissare un’intuizione urgente destinata, spero, ad incunearsi come un imprevisto nel largo dibattito che si muove intorno all’inadeguatezza conclamata dell’attuale economia che regola l’agonia del mercato capitalista.

La mia ricerca prende sul serio il titolo generale del nostro seminario annuale, titolo aggiustato a partire dalla frase originale estratta dal Manifesto di Rivolta Femminile di Carla Lonzi: “Il disorientamento sarà la nostra prova”. Quel “sarà” intendeva avvisare in tempo, credo, il soggetto imprevisto dalla storia: lei che pensa e agisce liberamente. La prova sarebbe arrivata quando anche il movimento delle donne, la sua politica e le sue pratiche fossero state messe alla prova dalle circostanze o dal mondo che si disfa o cambia, o dalla vita che va avanti, semplicemente. Ciò che Carla Lonzi prevedeva e che ha contribuito a far accadere è già qui: siamo già in un disfatto mondo post-patriarcale senza più la serie di vincoli e di forme di legame, istituzionali o sociali, che caratterizzavano l’efficienza storica del patriarcato all’epoca lunga della sua vigenza. Tutto questo ha originato il disorientamento di oggi, vasto e insidioso, tanto da indurci a pensare la necessità di riorientare le nostre riflessioni, el nostre pratiche e le nostre esperienze.

Nel mio contributo al riorientamento entra principalmente la riflessione sull’inefficacia quasi completa, ormai, degli specialismi, tra cui le teorie economico-finanziarie e la loro pretesa di regolare l’intera realtà. Epifenomeno di una epistemologia disastrosa se considerate nella sua caratteristica ambizione di sostenere l’assoluta precedenza ordinatrice della teoria sulla pratica, cioè sull’esperienza vivente. E dunque si può iniziare a riorientarci proprio a partire da qui: da ciò che le donne fanno, facciamo in positivo; a partire da ciò che dicono di desiderare e dalle saldature che si creano, si possono creare tra aver bisogno di qualcosa e l’agire necessario per farlo esistere. Anche in questo caso l’indicazione politica cardinale di Carla Lonzi va ricordata e ricontestualizzata: “Il soggetto /donna/ non cerca la cosa di cui ha bisogno, ma la fa esistere” Indicazione su cui bisognerebbe non smettere mai di riflettere e di sostenere con articolazioni sempre più ricche.

Al presente c’è bisogno di un cambio generale di mentalità perché, in questo momento storico, servirebbe una netta tabula rasa delle teorie astratte e dei discorsi utili a qualche presuntuoso progetto di ciò che è di là da venire. Ora bisognerebbe aprirsi e aprire a qualche cosa di nuovo e di non dimostrabile usando la solita logica idealista con tutta la saggistica che la sorregge, ancora così aggressiva e così incapace di rendersi conto della sua stessa comicità. In effetti, di ciò e su ciò che dirò non è mai stato scritto alcun saggio, i miei appunti non sono riconducibili a alcun testo sistematico a cui rimandare; non c’è teorico o teorica dell’economia, a mia conoscenza, che abbia già scritto e dimostrato per via concettuale ciò che viene mostrato come un’evidenza non solo dall’esperienza attuale delle donne, ma anche dalla letteratura femminile, dalla scrittura esperienziale e mistica e perfino dalle ricerche di mercato, qualora siano spregiudicate e libere. Vediamo dunque insieme il mondo cui alludo.

Si dice che il capitalismo, soprattutto dopo la sua modificazione in capitalismo finanziario, sia sinonimo stesso di  crisi; si sostiene il ragionamento secondo cui l’unico modo rimasto al capitalismo per sopravvivere a se stesso sia di alimentare continuamente crisi finanziarie e di mercato al suo interno, con l’intenzione di incentivare così ri-finanziamenti e ripartenze più reattive ma anche più che riflettute.

Si dice che queste crisi sono continuamente e principalmente affrontate con il rilancio del mercato consumistico, dell’economia di mero consumo, e sarebbero le donne di tutto il mondo a sostenere questi rilanci, a sostenere cioè il consumismo più sfrenato, tanto da fare delle donne uno dei pilastri più solidi dell’economia capitalista. Questo resta da tempo un punto fermo nella fantasia e negli auspici di chi orienta la produzione continua di oggetti di consumo. Ma nella realtà cosa c’è di vero in tutto questo? Partirei ripassando i contorni del modo di produzione capitalista: abbondare a dismisura nel produrre copie inutili di tutto ciò che viene dichiarato utile.

Utile e inutile sono le due facce della stessa medaglia e, come può capitare spesso, se si legge la realtà senza indossare previamente le lenti del pregiudizio politico di destra o di sinistra, ci si può trovare di colpo a osservare una situazione paradossale. Propongo di provare a considerare le pratiche quotidiane di molte donne – proprio di quelle ritenute pilastro del consumismo – trovandoci incredibilmente una formidabile istanza anti-capitalista senza la negazione dell’economia di mercato e di consumo. Mi sono già avvicinata alla conclusione prima ancora di portare qualche evidenza per facilitare la lettura di eventuali esempi e prima di riconfermare da subito il talento speciale delle donne adatto a farle fuoriuscire, vivendo e aiutando a vivere, dalla forma dualistica di pensiero caratterizzante ancora oggi le riflessioni intenzionate a proporre alternative a qualcosa finendo a battere la testa contro il polo opposto. Ad esempio, non si può negare la presenza nell’ambito della discussione pubblica di proposte affascinanti come quella che invita a politiche della “decrescita”, quelle che sostengono l’utopia del “dono” come regolatore degli scambi generali, quelle che prospettano una salvezza possibile solamente nel perseguimento del pauperismo della “vita naturale”, ecc.

Non si deve buttar via  a priori nulla di tutto questo, a parte i massimalismi che si appoggiano su un dover-essere politicamente corretto. C’è invece da valutare se tutta questa offerta di cambiamento non si appoggi un po’ troppo sull’esistenza del modo di produzione capitalista che è il “nemico”, creato secondo la logica dicotomica del generale modo di pensare e di agire con quella debolezza tipica delle posizioni che contano sulla dinamica bi-polare per poter funzionare.

Mi pare di poter sostenere che l’istanza femminile ha una postata più dirompente e autonoma. Si appoggia su di una autodeterminazione economica perfino evidente nei secoli. Tuttavia, per poter comprendere ciò a cui sto ancora alludendo, bisogna che cominciamo dal presente e precisamente dalla ricerca compiuta da un’agenzia leader mondiale nel campo delle indagini sulle tendenze del consumo e delle trasformazioni del mercato: The Boston Consulting Group. Quest’agenzia ha studiato il comportamento attuale di circa 15.000 donne di tutti i tipi sociali e di tutto il mondo, scoprendo evidenze sorprendenti in pieno disorientamento del capitalismo ipermoderno e racchiudendo i risultati della ricerca in un libro disponibile in italiano: Le donne vogliono di più, (Milano, Etas 2010). Nella ricerca viene certificata  come un’evidenza su scala mondiale il modo differente che le donne hanno di stringere relazioni con il mercato tanto da convincere il gruppo di Boston a indicare le donne stesse come le interlocutrici più rilevanti nel momento in cui si volesse riorganizzare il mercato dei beni consumo o dei prodotti finanziari, interlocutrici più rilevanti dei molto più osservati e considerati paesi emergenti.

Nella ricerca si danno numeri molto interessanti relativi al mondo intero: più di 1 miliardo di donne al lavoro pagato; oltre il 50% di studenti universitari e poi laureati  è femmina; oltre il 50% della ricchezza negli Usa è di donne; ecc. ecc. Di fronte a questi dati, i comportamenti delle donne, secondo il gruppo di Boston, sono sorprendenti e fanno pensare ad una silenziosa rivoluzione economico-sociale in  corso perché, mentre la finanza e il mercato dei prodotti finanziari sono dominati dagli uomini che però spendono molto meno rispetto alle donne nell’acquisto di beni di consumo, le donne spendono molto facendosi guidare nell’acquisto non dalla pubblicità, come si sarebbe tentati di supporre, ma dall’autorevolezza del passaparola. Inoltre è interessante apprendere dalla ricerca mondiale che lo “spendere molto” è guidato da criteri e da orientamenti valoriali capaci di mettere fuori gioco il mito universale del possedere “soldi” per proporre invece al mercato richieste di riorientamento o di cambiamento radicale delle produzioni. Le 15.000 donne intervistate desiderano e chiedono di avere accesso a “prodotti” che siano riconducibili a uno stile di vita caratterizzato da più amore, più tempo libero, più relazioni, più comunità, più cura del mondo intesa come politica di qualità, più servizi sociali educativi e culturali, più beneficenza e sostegno di persone e popoli in povertà.

Dal mio punto di osservazione vedo quello che la ricerca alla fine non vede: i soldi per le donne non hanno valore di per sé e non danno prestigio a seconda della quantità, ma sono usati dalle donne per premiare la qualità visibile e invisibile di ciò che viene fatto circolare nel mercato generale dei prodotti industriali e finanziari.

 

A questo punto torno a Carla Lonzi per poter fare i passi necessari. Proprio lei ha mi illuminato e ispirato la formula di un’economia di mercato liberata dalla caratteristiche disumane del paradigma capitalista, e l’istanza di pensiero che apre a un simbolico nuovo straordinariamente ricco di promesse. Alla fine del prologo di Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Carla Lonzi scrive: “Niente mi avrebbe dissuaso dal rivolgermi all’essenziale. Ora il superfluo attira tutta la mia attenzione e i miei desideri.” Parole in corto circuito tra loro e spiazzanti il senso comune.

Prima di commentarle e di indirizzarle in una pratica, forse è bene mostrare esempi in risonanza profonda con l’impostazione enigmatica data da Carla Lonzi alla relazione efficace con il “necessario” e il “superfluo”. Cominciamo con Anna Maria Ortese capace di spendere in un solo giorno, anzi in un’ora, il guadagno tanto atteso per poter sfuggire all’indigenza che sempre l’ha accompagnata. Ortese spendeva sempre tutto in caramelle di cui era ghiotta. Questa è la curiosità. Del resto, se andiamo a rileggere il suo Corpo celeste (Adelphi), vi troveremmo continue invettive contro il razionalismo dell’utile a favore, invece, dell’espressività come atteggiamento di amore per il mondo. Una volta avuto il necessario, tutto finisce nelle superflue caramelle.

Se avessimo cuore di scorrere le lettere, centinaia e centinaia, scritte da María Zambrano dal cuore della sua estrema povertà e spedite qua e là per cercare di ottenere qualche fondo di sostegno, qualche veloce pagamento per i suoi articoli, vi leggeremmo anche che, una volta ottenuti, quei soldi venivano spesi dalla filosofa per sfamare decine di gatti, per acquisire qualche piccola opera d’arte, per acquistare cartoline, immagini, libri rari…

Passando da questi due esempi concretissimi a un altro piano, non faremo fatica a trovare nelle sue Fondazioni una pratica di Teresa d’Avila, amante del lusso nelle cerimonie religiose, fortemente avversa al modus capitalista: Teresa rifiutava e invitava a rifiutare la rendita monetaria. Secondo lei nessuno avrebbe dovuto avere e accumulare di più del giusto per il lavoro fatto. Non ammetteva che, oltre al lavoro,ci fosse altro che potesse garantire il necessario per vivere. Prima di lei, la grande badessa Ildegarda di Bingen nel suo Libro delle Opere divine (Quarta visione, I parte, LX) ammonisce: “Come la terra fangosa conserva al suo interno tutti i frutti nel tempo invernale restituendoli in estate per la gioia degli uomini, così l’uomo adorna come di pietre preziose le virtù che aveva prima e le rende ancora più belle.” Si può riconoscere facilmente in queste parole dedicate a un’estetica delle virtù l’amore che Ildegarda portava per i ricchi ornamenti, per gli anelli, per le corone, per i gioielli splendenti. Se è vero ciò che affermava Cristina Campo negli Imperdonabili (Adelphi), “Nulla è solo metaforico nel dominio dell’invisibile”, si può ben ritenere un’effettiva pratica quotidiana della badessa l’ornarsi di pietre preziose per presentarsi degnamente a Dio. Del resto, la stessa Campo è la sostenitrice dell’economia del soprammercato, un’economia improntata dal saper percepire e saper riconoscere ciò che soltanto ha valore, celebrato da Ildegarda fuor di metafora: con la magnificenza dell’ornamento lussuoso, tanto da meritare rimbrotti e richiami da una superiora che le scriveva per cercare di ricondurla a una malinteso senso dell’umiltà e della mortificazione del desiderio.

Se scartiamo, come è da scartare nel caso di una grande pensatrice come Ildegarda, una vacua vanità e le accreditiamo tutto l’onore dell’invenzione di una pratica, ci troveremo a dover approfondire il senso della presenza del “lusso” in questi percorsi femminili non così tanto fuori dal comune.

Un certo spessore di senso lo si può raggiungere se espongo finalmente la “formula” promessa da me e originata da Carla Lonzi. La esporrei così: l’economia di segno femminile ha come radice, orizzonte e campo dell’agire il necessario e il superfluo, saltando la dicotomia e il concetto di utile/inutile. Questa è l’intuizione, questa la strada da approfondire e tracciare secondo il mio modo di vedere.

 

“Superfluo” è sinonimo di “lusso” perché significa ciò che è traboccante e non utile ed è in questa chiave che Carla Lonzi vede il mondo a un certo punto del suoi cammino avendo ottenuto il necessario: il resto le viene offerto in sovrabbondanza, in sovrappiù. Infatti, luxus etimologicamente significa “eccesso”, cioè precisamente ciò che esce dalla sua solita collocazione utile. Strano gioco di risonanze tra la lussazione delle ossa del nostro corpo che escono dalla loro solita collocazione per un evento insolito e il lusso dell’ornarsi per celebrare la bellezza togliendo gli oggetti dalla loro collocazione di utile/inutile e scegliendo solo quelli superflui e qualitativamente lussuosi, cioè affrancati dalla collocazione della loro pura funzionalità. Il soprammercato (il sapienziale evangelico “e il resto vi verrà dato in sovrappiù”) sarebbe dunque guadagnato in questo mondo se allenassimo lo sguardo e ci predisponessimo all’agire percependo e riconoscendo solo ciò che ha valore, solo ciò che ha qualità tali da vincolare anche la quantità a ridursi, poiché rinunceremmo a moltiplicare le cose con la giustificazione della loro utilità e funzionalità.

A pensarci, troviamo che “utile” si dice anche del profitto, dell’eccedenza del guadagno da capitalizzare. Un lemma perfettamente adeguato alla motivazione razionalistica che il capitalismo dà del suo modus operandi, ma anche all’impronta del dover-essere data alla società ipermoderna in cui il “buon” comportamento sociale è valutato positivamente quando è utile al politicamente corretto.

Mi pare noto, per via di discorso corrente, quanto poco noi donne siamo entusiasmabili dai discorsi che si servono del concetto di “utile” per convincere, e quanto tendiamo volentieri a cercare e a godere del superfluo e del lussuoso. Proprio questa è l’istanza trasformatrice che certamente si rivolge più volentieri all’abbondanza del mercato capitalista piuttosto che a soluzioni pauperistiche, scomode, tipiche dell’egualitarismo senza qualità. MA nella stessa istanza è forte l’estraneità all’impostazione dualistica utile/inutile che a sua volta sorregge le motivazioni e le politiche del mercato neocapitalista. Proprio il mito razionalista positivista dell’utile che ha creato il suo contrario esatto: tutto il ciarpame dell’inutile eccesso di produzione di oggetti di nulla o scarsa qualità, dell’inutile eccesso di burocrazia, dell’inutile eccessi di informazione di nulla o scarsa qualità, ecc. Tutta quantità in cui si è smarrito il senso della qualità.

Ci troviamo, in realtà, oltre tutto questo da chissà quanto tempo, chissà da quanto il concetto di utile  è stato respinto dalle donne come misura mitizzata della razionalità capitalista, organizzativa, burocratica e gerarchica del paradigma aziendale in cui l’utile ha preso il nome di “efficiente”.

Chissà da quanto abbiamo a disposizione le pratiche necessarie per saltare la mentalità strumentale e aziendale che non valuta mai il “proprio” di ogni cosa e non consente l’apertura degli scambi degni del soprammercato, luogo-non luogo capace di guadagnare mercato del meglio, del valore, delle valorose.

Abbiamo, penso, una formidabile occasione di presa di coscienza per riorientare radicalmente il mercato e per reimpostare le discussioni attuali sul “dono”, sullo scambio per via di gratuità, per esempio. La gratuità insegnata da Teresa d’Avila consiste, veramente, nel non farsi pagare ciò che è obbligo dell’anima, regolare il lavoro se eccede le forze e anche se fa guadagnare più del necessario. Infatti, la “gratuità”, la pratica del dono se intesa secondo la genealogia femminile di significati, non è scambiarsi regali di tempo, di opere, ecc., ma consiste nel non avere rendite che non provengano dal giusto lavorare, non avere scorte di denaro in eccedenza. Ancora la filosofia sapienziale evangelica non dà campo a molti equivoci sulla tanto invocata gratuità: “Avete ricevuto gratuitamente, gratuitamente date, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento” (Matteo 10,8).

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