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Da cuore a cuore. Invenzioni per sopravvivere all’eclissi del corpo

 

Ogni volta che metto mano agli appunti che nascono dal bisogno di “restare fedeli all’esperienza patita, ascoltata interiormente, contemplata” per offrire al confronto pubblico sulla pandemia “una verità che sentiamo nascere dall’esperienza di questi mesi”, le viscere si mettono in subbuglio.

Parlare dell’esperienza della pandemia, così come Chiara Zamboni invita a fare nella presentazione del Grande Seminario di quest’anno, ascoltandola interiormente, contemplandola, significa patirla nel corpo, ogni volta. È avvenuto quest’estate, quando ci sentivamo ancora in alto mare, ma fuori dall’onda che aveva travolto tutti, donne e uomini. E allora avevo tentato di vedere come si era riuscite, forti di una sapienza creativa femminile, a mettere insieme una zattera resistente alla violenza di questa malattia sconosciuta. Così solida, quella zattera[1], da riuscire ad attraversare l’onda senza sentir naufragare ciò che più conta nelle nostre vite: i legami vitali, la loro tenuta, le invenzioni spirituali e politiche, l’intelligenza dei corpi che sanno del vivere, dell’ammalare e del guarire, del nascere e del morire, del crescere e dell’invecchiare, in contatto con il mistero che li abita. Che ci abita. Così profondo è il radicamento del sapere, proprio di un corpo vivente.

Parlare della pandemia adesso significa parlare di un’esperienza che non riesco a significare. Non ho che un’immagine a disposizione per dire come mi sento dentro questa nuova fase: quella di una donna che si trova a camminare su un terreno infido, dove ci sono delle sabbie mobili. Perciò è evidente che l’unico gesto da fare è quello di lasciare la zattera nel punto in cui si deve riprendere il cammino, sapendo con certezza che su questo tipo di terreno più ci si agita e più si sprofonda. Vivo dunque con il senso di una perdita secca, non già della zattera che non avrebbe senso portarsi sulle spalle, ma del contatto con la buona terra, sulla quale i miei piedi avevano imparato a camminare: ad andare perduto è quel fondo di fiducia che ci fa alzare, muovere i primi passi, senza paura di cadere e rialzarsi, trovando piano piano la nostra andatura, il nostro ritmo, il nostro slancio nell’andare verso il mondo. Nessuna cautela, nessuna regola può compensare questa perdita, nessuna promessa di uscire con il vaccino da questa situazione può restituirmi lo slancio fiducioso, l’apertura naturale nell’andare verso gli altri, verso le altre, nel muovermi con serenità lungo i sentieri di questo mondo. In assenza di segnavia o di segnali di pericolo, adesso devo imparare ad avanzare senza distrarmi, con un passo nuovo, leggero, libera dai pensieri che appesantiscono l’incedere, con il cuore sgombro da sentimenti che lo chiudono, da fantasmi che divorano la sua vitalità.

Lungo e senza protezione è il tratto che ora dobbiamo percorrere. E qui è il corpo che sente, dove poggia il piede, la presenza del terreno insidioso da evitare oppure della terra stabile su cui trovare un appoggio sicuro per fare il passo che c’è da fare momento per momento. Il corpo, che nel suo intimo sa che nessuno può salvarsi da solo percorrendo questi tratti difficili, diviene il nostro primo maestro nella scelta di situazioni a cui aprirsi, e di legami a cui concedere fiducia.

Eppure sento che qualcosa resta dell’esperienza vissuta nel tempo della grande onda, qualcosa che va conservato, che non ha perso il suo significato, la sua utilità per la vita. Quali intuizioni, invenzioni, pratiche possono dunque aiutarmi in questo nuovo tempo della pandemia? Quali trasformazioni sono avvenute nel sentire, e che ora ho bisogno di riconoscere?

 

  1. La pazienza del ragno

 

La pandemia ci ha costretto ad un esercizio di pazienza perseverante, come quella del ragno che tesse la sua tela, di cui non può fare a meno per sopravvivere. Perciò torna a ritesserla quando viene strappata. L’immagine del ragno mi viene in aiuto per trasmettere la verità più solida che l’esperienza della pandemia mi aveva donato, una virtù [2]alla quale ci siamo dovuti, dovute allenare per ritessere la ragnatela dei legami che l’isolamento poteva lacerare, sfilacciare fino a distruggerli. Non è un caso che, in settembre, in un felice convegno organizzato da una comunità di donne[3], anche Antonietta Potente facesse riferimento all’operare del ragno richiamando l’attenzione sul fatto che il ragno genera i fili traendoli dal “di dentro”. Questa coincidenza non mi ha stupita: succede spesso che immagini archetipiche ci raggiungano, creino richiami che ci legano nel profondo.

Oltre al fatto che il ragno crea la sua tela traendo dal di dentro la materia di cui sono fatti i fili (Antonietta), a colpirmi è il suo paziente, incessante rifare, la sua naturale disponibilità a ritessere la ragnatela strappata.

La pandemia ci mette di fronte al bisogno vitale dei legami necessari a tenere in vita la vita[4], a non perdere il nostro radicamento nella vita, la nostra fiducia nella sua creatività. Da questa fiducia (nella creatività della vita) dipende la mia, la nostra creatività.

C’è bisogno di questo operare incessante per mantenerci in sintonia con il reale nella sua impermanenza e con l’impermanenza del sentire che al reale si lega e si vincola. Ci lega e ci vincola.

È necessario, questo tessere e ritessere legami, perché una donna trovi il coraggio di dire qualcosa che ha dentro di sé, una verità che valga la pena di scambiare con altre, con altri. E per vedere quello che il suo sguardo non aveva visto, che la sua anima non aveva percepito con chiarezza. Di questa necessità dell’incontro perché nasca qualcosa che sentiamo vero, parlano i versi di François Cheng: “Il Vero sempre / è quello che nasce /tra di noi/ e che senza di noi/non esisterebbe. /Sbocciato tra di noi /nel respiro/di un puro scambio/ il Vero sempre/ è ciò che trema /tra paura e richiamo/Tra sguardo e silenzio.” [5]

Perché il Vero possa nascere tra noi, abbiamo bisogno di parole vive, profondamente radicate in esperienze che sono memoria dell’anima: se Agostino sentiva questa memoria dell’anima come una “vasta pianura”, oggi siamo tutti più propensi a sentirla come un oceano profondo, di vissuti sepolti negli abissi dell’inconscio e delle nostre primissime esperienze di vita.

In quei fondali c’è tutto: da questo tutto vengono parole di una sapienza che ci fa sentire quello che ci accomuna, quello che altre/i sentono se sono disposte/i a scendere nei fondali della memoria. Ma per sentire questa profondità, per sentirla presente deve esserci una grande calma, un silenzio altrettanto profondo.

 

  1. Partire da sé e non esitare

 

Il tempo del confinamento, che ci concede questo silenzio, fa nascere parole che attingono alla radice del nostro sentire. Da lì vengono le mosse che invitano alla scrittura tutte le donne che lavorano continuativamente alla ricerca filosofica di Diotima. Il richiamo di Chiara alla “pratica del partire da sé” è subito orientante. Molti di questi scritti vengono diffusi tra amiche che a Diotima guardano con interesse. Si crea così uno scambio allargato, che mette in circolo un pensare vivo, contestuale, ricco.

Uno scambio che ci permette di stare nel tempo della pandemia in modo attento e di viverlo non come un tempo d’isolamento, ma come un tempo di solitudine, la solitudine feconda, se non proprio felice, in cui si è sole/i ma si sente di appartenere a una comunità grande.

Grazie a quello scambio la tela si è allargata, si è aperta e si è arricchita di molti fili e di molti intrecci, che ci hanno dato coraggio e fiducia. Fiducia nelle parole che portavano il segno di una sapienza radicata nel profondo dell’esperienza femminile.

C’è una sapienza che autorizza una donna a dire quello che sente necessario dire, senza esitare: la sapienza del partire da sé. Una rivoluzione spirituale tra le più radicali nata dalle donne, figlia del femminismo della libertà. Questa invenzione era già lì, disponibile per tutte.

Così è avvenuto che giovani donne e donne non più giovani, donne entrate nella vecchiaia, filosofe e non, hanno fatto tesoro della sapienza di partire da sé, nel dire ciò che sentivano vero, il modo in cui stavano vivendo questo tempo, quali significati attribuivano a quello che stava accadendo, in uno scambio senza esitazione e paura del giudizio, col solo vincolo, che ciascuna avvertiva con forza, di tenersi ancorata a sé, alla propria esperienza, nel dire quello che vedeva, sentiva, temeva.

Una donna sa che è questo ancoraggio a conferire autorità al suo dire. A farle intuire con “tremore” la verità che mette in circolo, consapevole del fatto che ne va non solo e non tanto del valore delle sue parole, ma dell’autorità femminile nel mondo: “quando una donna parla, quello che dice è per tutti”, ci ha insegnato Angela Putino. Se una donna perde questo radicamento, se parla e agisce perdendo il contatto con questa fonte di sapienza interiore, il suo parlare confonde e genera confusione, il suo agire perde di forza e fa perdere forza all’agire delle donne nel mondo.

 

  1. Sopravvivere all’eclissi del corpo

 

Può essere lo sguardo dell’altra che aiuta a vedere quello che va visto lucidamente, per non perdere il senso dell’orientamento: il paradosso della pandemia.

Quello che va visto è il “totalitarismo dell’evento”, “il totalitarismo della pandemia in quanto tale”. Queste parole di Ida Dominijanni[6] sono per me illuminanti. Fanno pulizia di tutti i complottismi, negazionismi che impediscono di vedere quello che la pandemia è in quanto tale. E come agisce violentemente sulla nostra esistenza.

Sono queste parole che mi aiutano a vedere come agisce sulla rappresentazione del corpo, sul nostro sentire nel corpo quello che sta succedendo. Come agiscono le immagini della pandemia sul senso della nostra corporeità.

Quelli che vediamo sullo schermo sono corpi senza corpo, corpi senza volto, corpi senza voce. Avvolti in camici informi che proteggono dal contagio, i corpi di chi cura e di chi è curato sono resi invisibili, intoccabili. Chi ammala e chi è a contatto con questa malattia diventa un intoccabile. Per evitare la diffusione del virus diventiamo tutti e tutte corpi intoccabili. Le immagini della pandemia svolgono un’azione serpeggiante di annullamento del corpo, che non sento più nella sua reale consistenza, con il suo peso, la sua tenuta, la sua forma. Il corpo, che parla attraverso un linguaggio diretto, quello del sintomo, risveglia la coscienza un po’ intorpidita e confusa con un sintomo che non conoscevo.

Dissoluzione mi sembra la parola più adatta per dare un nome al malessere vissuto nel corpo nei primi mesi del confinamento e che, di tanto in tanto, anche dopo tornerà a riproporsi: perdita di forma del corpo, allentarsi della tenuta, affievolirsi del respiro “ridotto al lumicino”: il lume della candela che non trova alimento dall’aria.

Affronto questo sintomo con i gesti della cura della casa. La “casa dentro”[7], quella che una donna porta con sé quando lascia la casa materna, si rivela una risorsa terapeutica nel tempo della pandemia. In questa casa interiore è conservata la competenza della cura della vita materiale. La materialità del corpo, dei corpi viventi domanda gesti di cura della casa, lo spazio di cui i corpi hanno bisogno per dimorare, sentirsi accolti, protetti, al riparo, per distendersi, lasciar andare le tensioni a cui l’esistenza nel mondo ci sottopone. Sono i gesti della cura della vita materiale, innanzitutto, che mi aiuteranno a prevenire e curare questo sintomo.

La pandemia mi fa sentire totalmente responsabile della casa. Non soffro di nevrosi della casalinga, ma non riesco ad immaginare che questo spazio non possa essere curato dalle mie mani, che conoscono la precisione dei gesti, che hanno interiorizzato una misura, un criterio che mi vincola con forza.

Ho paura del disordine che ne deriverebbe se i nostri corpi, i corpi di quanti (umani e non umani) abitano la casa che sento mia, se i corpi delle persone care non avessero un luogo in cui sentirsi protetti e al sicuro: la pandemia scatena questa paura sconosciuta.

È questa paura che mi fa vedere la violenza della pandemia, il “totalitarismo dell’evento in quanto tale”.

E allora vedo ciò che è paradossale: una comunicazione tutta centrata sui corpi – corpi contagiati, corpi intubati, corpi che la morte trasforma in cadaveri ammassati in attesa di sepoltura – questa comunicazione del tempo della pandemia, che costringe il nostro pensiero a non pensare ad altro che a quello che accade al corpo, mette fuori campo quello che il corpo sente.

Riducendo tutti, donne e uomini, vecchi e bambini, a corpi contagiati o contagiabili, la pandemia oscura la realtà dei corpi viventi, con i loro bisogni vitali, con le loro spinte naturali. Questa riduzione ingenera crudeltà che fanno inorridire: sottrae il corpo della persona cara al contatto che vorrebbe alleviare il senso d’angoscia, che potrebbe risvegliare il desiderio di vivere, dissipare la coltre di fantasmi che abitano le notti di chi sente nel corpo tutta la propria fragilità.

Il corpo malato ha bisogno di gesti sapienti, capaci di risvegliare energie di autoguarigione, ha bisogno di una medicina disponibile ad accompagnarlo verso una via d’uscita dalla malattia, ritrovando misteriosamente il proprio desiderio di vita o abbandonandosi serenamente alla spinta verso la morte. Ha bisogno di una medicina che sappia mettersi in ascolto della voce del corpo, intercettare la sua sapienza misteriosa.

Da anni è in atto una ricerca che conosce la necessità dell’ascolto del corpo malato, di una relazione amorevole tra corpi quale fondamento di una buona pratica terapeutica.

Corpi sensibili nelle relazioni di cura [8] è il titolo dell’ultima pubblicazione di Metis, un quaderno che testimonia la ricchezza di questa ricerca, che ha preso le mosse dal coraggio di Gemma Martino nell’ambito della cura del cancro. Grazie a questo lavoro, che ha coinvolto donne e uomini che hanno a cuore la relazione terapeutica – curanti e pazienti –, si è sviluppata la consapevolezza che «una terapeutica in grado di accompagnare la vita nei momenti di crisi, di fragilità e di malattia, non può mettere fuori gioco la voce del corpo vivente. Che, anzi, questa voce, ascoltata con attenzione da chi cura e da chi è curato, orienta il processo che la malattia ha portato alla luce, aiutando il dolore muto a farsi conoscenza, intelligenza di ciò che ci sta accadendo e guadagno di sapienza del vivere».

È dunque possibile constatare che quando la malattia colpisce in modo massiccio, come avviene nella pandemia, la singolarità del processo vissuto da chi ammala, il suo essere corpo con la sua voce, con la sua intelligenza, non conta più, quello che il corpo, i corpi possono dire non entra più nel linguaggio della cura.

Uno degli aspetti del totalitarismo dell’evento è questo: l’eclissi del corpo, del “corpo soggetto”, l’eclissi della sapienza misteriosa dei corpi. La perdita dell’intelligenza del corpo che ciascuno/a è, e che orienta il processo che la malattia rende manifesto.

Se tutto il linguaggio della cura viene sostituito dal linguaggio bellico (come molti hanno notato), non c’è altro da fare che difendersi dalla minaccia insita nei corpi. La prossimità e il contatto, la relazione tra chi cura e chi è curato, come elemento fondante la ricerca delle vie di guarigione, scompare dietro il sapere della scienza e l’“eroica dedizione” dei curanti. La parola cura scompare, la ricerca del vaccino come arma di “eliminazione totale del nemico”, oscura la possibilità di altre strategie, assegna scarso significato alle pratiche efficaci che, nella vicinanza con i corpi malati, si riescono a sperimentare.

Quando finalmente questo linguaggio della cura torna a farsi sentire, sembra possa riaprirsi uno spiraglio di luce. E la paura, che nella pandemia è divenuta un fiume che ha rotto gli argini, si allenta. La paura non è quel fiume carsico che chi cura le persone malate di cancro, o di altre malattie mortali, conosce bene e sa che deve fare in modo che si mantenga sul fondo. Nella pandemia la paura del virus non è arginata dalla fiducia in chi si offre per curare e dal senso di sicurezza e protezione dei luoghi predisposti per accogliere un corpo reso più fragile dalla sua intima sapienza dell’ammalare e del morire.

La pandemia distrugge questa fiducia, ognuno deve fare i conti con la propria capacità di reggere la paura di ammalare o l’angoscia di morte senza poter contare sul sapere dei/delle curanti. E, soprattutto, sulla disponibilità di luoghi capaci di accogliere un corpo devastato da un male per molti versi sconosciuto.

 

  1. I doni incerti del tempo della pandemia

 

È portentoso quello che succede. /E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. /Forse ci sono doni. /Pepite d’oro per noi. /Se ci aiutiamo. Mariangela Gualtieri[9]

Dipingo soprattutto con l’inchiostro, la piena attenzione e la precisione del gesto mi costringono a stare lì, nel presente, raccolta nel silenzio: l’inchiostro non si può cancellare, il segno che tracciamo non lo si può correggere. Noi siamo il segno che facciamo: sono il volo dell’oca selvatica signora del cielo, sono la solitudine e l’attesa della panchina deserta, sono le foglie flessibili degli iris, aperte, inclinate, protese nell’aria. Invito le amiche a dipingere insieme, pur rimanendo a distanza.

È nel corpo che sento cosa è necessario fare per arginare la paura, per mettere in circolo energie che tengano il cuore aperto, sollevato, scegliendo azioni che aiutino me e altre (più donne che uomini, con le quali mi sento unita da legami fondamentali) a mantenerlo aperto anche nel tempo della chiusura.

Il discernimento è uno dei doni che riceviamo dal contatto con i corpi malati, bisognosi di cura e di attenzione, insieme alla pietà, la radice dei sentimenti amorosi[10]. Si può nominare la compassione, senza venire fraintesi. Ho la prova che questo sentimento chiama all’opera mediche/i, infermiere/i che potrebbero anche sottrarsi. Non di eroismo si tratta, ma di compassione, di pietà[11]. Forse è proprio questa l’energia che è circolata e ha generato un sentimento diffuso di comunanza che ha sostenuto tutti, un’aria che abbiamo respirato nel silenzio delle città vuote di presenza umana. Un sentimento di pietà, di compassione, che si è esteso alla città stessa disabitata, ci ha toccato e ha trovato espressione in azioni poetiche, come quel video della violinista che suona sul Torrazzo di una Cremona deserta o l’immagine delle anatre che, ai nostri occhi, sembrano muoversi spaesate nelle strade di Sirmione tra i negozi con le saracinesche abbassate.

Chi non si è sentito una di queste anatre spaesate? L’immagine trasmette vissuti in cui il confine tra umano e non umano si dissolve. Forse è questo un altro dono che il tempo della pandemia ci ha offerto.

Forse viene da lì la resistenza a lasciare il luogo nel quale abbiamo percepito così presente quel silenzio condiviso con altri esseri viventi, e abbiamo sentito che il cuore non conosce distanza: una “grande esperienza”, “un’esperienza dell’essere”, come la chiamerebbe Graf Dürckheim[12], che ha toccato una moltitudine di persone nello stesso tempo. Una delle esperienze iniziatiche nelle quali l’Io si fa da parte e lascia che Altro si faccia sentire e orienti la vita con una spinta più chiara, con una forza maggiore della nostra tenace volontà affermativa.

Forse viene da lì la nostalgia giusta – non il rimpianto – di un tempo nel quale abbiamo sentito i contorni dell’io dilatarsi, sfumarsi, fino a perdere quelle rigidità perimetrali che, nel costringere il cuore dentro la prigione dell’ego, impediscono quel contatto da cuore a cuore che trascende ogni limite spaziale.

È da questa apertura che nasce un contatto fluido tra donne, amiche impegnate in quel processo di maturazione interiore che alimenta l’amicizia nella quale agisce l’amore per ciò che è essenziale alla vita di una donna: la chiarezza interiore che fa trovare a ciascuna la via per non smarrirsi nella realizzazione del proprio destino.

Le nostre piccole-grandi esperienze rimbalzano senza pretese, mettono in circolo immagini accompagnate dal minimo di parole. Parole che vengono senza desiderio di compiutezza, parole che sbocciano come fiori, naturalmente, dal fiore imparando “la responsabilità di sbocciare” e sapendo che non si sboccia per essere viste, ascoltate, ma perché così è essere fiore, perché questo è il destino del fiore. Nulla resta di questi scambi che vivono dell’istante, se non che la pandemia ci ha iniziate/i violentemente alla compassione.

Compassione è fra le parole diventate quasi impronunciabili. Lascio che sia la voce di Chandra Livia Candiani a restituirle il suo pieno valore, riportandola al suo significato originario:

 

Compassione è la parola chiave dell’arte di risvegliarsi, apre le porte del cuore, lo zappa, lo dissoda, lo innaffia e lo invita a fiorire. Come tutte le parole incrostate di idealizzazioni va spolverata, lavata a fondo, rimessa al sole del mondo perché si asciughi bene dalle lacrime della commiserazione e dell’attenzione esclusiva al dolore della condizione umana.

In sanscrito e in pāli si chiama karuṇā e alla lettera significa provare un tremito del cuore in risposta alla sofferenza di un essere. […]

La compassione come pratica non mette enfasi sul sentimento che dovremmo a tutti i costi provare, fa semplicemente accedere a un luogo, il cuore, spesso trascurato e ammutolito e ci inizia a un lavoro, a spazzarlo, arieggiarlo, a svuotarlo, a conoscerlo. Più che un sentimento allora, la compassione è un atteggiamento verso di sé prima di tutto e poi verso il mondo, verso gli altri, non solo gli esseri umani ma anche verso gli animali, i vegetali, l’ambiente che ci circonda e che chiede la nostra cura e non vede l’ora di restituirci altrettanta segreta cura.[13]

 

***

 

Adesso sappiamo che questa apertura del cuore può non avere alcun seguito, la porta che abbiamo sentito aprirsi, per molti si è chiusa rapidamente alle spalle. E allora siamo costrette/i ad abitare un mondo più disorientato e più confuso di prima, in preda al risentimento. Ad abitarlo noi stesse/i, questo mondo, più disorientate/i e confuse/i, se non facciamo qualcosa che ci aiuti a mantenere aperta la porta del cuore, per conoscere cosa lo chiude, e per continuare a lavarlo, svuotarlo, arieggiarlo. Così da sentire come si può continuare a vivere nel mondo così com’è, adesso.

 

 

 

[1] Per l’immagine della zattera traggo ispirazione dalla celebre parabola del Buddha nella quale paragona il suo insegnamento a una zattera che è fatta per attraversare, non per essere conservata e portata sulla testa o sulla schiena.

[2] Uso qui la parola virtù nel significato che ritroviamo nell’espressione circolo virtuoso.

[3] Il convegno “Diventare fonte” (organizzato dall’Associazione Larosaelaspina, dal 18 al 20 settembre 2020, presso il Centro Europeo-Convento S.Tommaso, a Villa di Gargnano), sfruttando l’estate settembrina, si è potuto realizzare in presenza.

[4] Un’espressione di cui sono debitrice a Nadia Fusini, utile per indicare il segreto dell’intelligenza femminile nel saggio: Lou Andreas-Salomé, l’amante, in Silvia Vgetti Finzi (a cura di), Psicoanalisi al femminile, Laterza, Bari 1992.

[5] Versi ricevuti da un’amica francese, come ringraziamento per la partecipazione alle Giornate zen 2019, in cui era stata invitata a portare un suo contributo. La traduzione è mia.

[6] Intervento di Ida Dominijanni nel ritiro di Diotima, avvenuto per via telematica il 20 giugno 2020.

[7] Marguerite Duras, La vita materiale, Feltrinelli, Milano 1988.

[8] Corpi sensibili nelle relazioni di cura, Quaderno di Metis, Milano 2019. Nel quaderno è riportata la citazione che segue, tratta dall’invito all’Incontro internazionale La sapienza incarnata. A proposito di cure e gratitudine, organizzato da Metis a Milano, nel novembre 2016.

[9] Da Mariangela Gualtieri, Nove marzo duemilaventi, in Doppio zero, rivista on line (doppio zero.com/materiali/nove-marzo-duemilaventi).

[10] María Zambrano, Per una storia della pietà, (1949) in “aut aut”, n. 279, maggio-giugno 1997.

[11] Non mancano testimonianze di gesti che parlano della sofferenza, vissuta anche da coloro che curano, per la mancanza di un contatto che i DPI (dispositivi di protezione individuale) rendono impossibile. Tentativi di stabilirne una qualche forma, nonostante tutto, non sono tuttavia mancati, come dimostra la gratitudine in molti casi espressa dai pazienti nei confronti di infermieri e medici.

[12] Karlfried Graf Dürckheim parla nelle sue opere di “esperienza dell’essere” alludendo ad esperienze di contatto con l’essere essenziale: piccole o grandi esperienze nelle quali ci è data la possibilità di vivere un’esperienza mistica o iniziatica, che ci mette sulla via di una metamorfosi interiore. L’esperienza iniziatica è una chiamata ad accogliere la spinta verso una trasformazione sentita necessaria, urgente, un invito a procedere sulla Via che l’esperienza ha lasciato intravvedere, perché la persona che l’ha vissuta possa imparare a conoscersi nel divenire pienamente se stessa.

[13] Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva, Einaudi, Torino 2018, p.107, p.109.

 

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