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Corpo/corpi e psicologia delle masse

Con questo scritto intendo riprendere in esame la questione che Angela Putino propone, in modo particolare nel suo libro I corpi di mezzo – Biopolitica, differenza tra sessi e governo della specie, a proposito della distinzione tra il termine “corpo” e, il plurale, “corpi” affiancandola al più ampio problema della psicologia delle masse, affrontato dall’autrice sia ne I corpi di mezzo, sia in un altro testo dell’autrice, intitolato Simone weil – Un’intima estraneità. Ho voluto concentrare il mio articolo su questi temi non solo all’unico fine di sviluppare una riflessione su queste questioni, ma anche per sottolinearne il forte carico di attualità che queste tematiche hanno per la situazione odierna della società, che forse, oggi più che mai, sta vivendo un processo di intensa massificazione. Con questo non intendo dire che voglio proporre soluzioni a tutta quell’area di problemi che riguarda il fenomeno della massificazione delle società, ma piuttosto mi piacerebbe provare a vedere dove e in che maniera sono possibili spazi di pensiero altro rispetto a quello inscritto del tutto nella logica della società di massa.

Vorrei partire proprio da questa distinzione di termini che l’autrice pone un po’ come se fosse un elemento di guida all’interno di un capitolo del testo, ma che poi può essere preso come elemento con cui orientarsi per la lettura delle molte altre riflessioni che Putino mette in campo; l’autrice sottolinea l’importanza di tenere distinto Il corpo dal plurale I corpi: «Il corpo, così indicato, è l’aspetto generale, emblematico, va verso la visione globale che comprende tutto: corre verso l’organismo»[1]; il plurale i corpi invece ha a che fare con l’ecceità del corpo, con un “esser qui” del corpo in presenza e nella sua singolarità che rappresenta uno stacco, un’estraneità rispetto quella visione globale che comprende tutto dell’organismo. Vale la pena spendere qualche parola su questa distinzione perché sta alla base di tutta l’argomentazione che intendo sviluppare; prima di tutto bisogna capire in che area di pensiero si colloca la riflessione putiniana: ci stiamo inoltrando, infatti, attraverso le tematiche proposte dall’autrice, in una zona di riflessione intorno al tema della normalità intesa come l’insieme delle modalità, accettate a livello più o meno consapevole, che regolano quello che Putino chiama l’organismo. La norma, che agisce sempre come logica dominante, per poter essere efficace, pretende trasparenza, ha bisogno di una visione globale per potersi esercitare, quindi non ammette la singolarità, non può tollerare un’interruzione del fitto e complicato tessuto organico e globale che costruisce. L’organismo dev’essere nudo agli occhi della norma in modo da consentirne libero accesso e controllo. Il corpo, l’aspetto generale di cui prima si parlava, è il frutto del quale si nutre e, allo stesso tempo, che viene generato dalla norma: se ne nutre perché senza di esso non troverebbe applicazione e lo costituisce dal momento in cui ha come obiettivo quello di edificare un organismo compatto eliminando ogni singolarità de “I” corpi. Questo elemento è basilare per capire il senso di reciprocità e condivisione di potere che, come vedremo meglio dopo, è un presupposto per ogni società di massa.

Così la norma costituisce un sapere che si affianca al potere e attraverso questa articolazione gestisce la realtà: è così che agisce il biopotere, fornendo appunto un sapere controllato che stabilisce la norma e amministra il trasparente corpo globale a livello biologico; solo così infatti può stabilire ad esempio cosa è sano e cosa è malato, cosa è normale, “naturale” e cosa invece è folle. Il biopotere, che detta la normalità, punta a questo livello, a costituire un sapere che vada al di là delle leggi giuridiche, per riferirsi ad elementi più radicali del vivere di una società quali, ad esempio, la salute, la volontà o la felicità; non agisce direttamente vietando o consentendo come fanno le leggi, ma modifica paradigmi, detta un sapere che diventa un’etica e che si modifica sulla base dei bisogni della società, ma che sempre è mirata ad ottenere controllo e potere.

Quando Putino parla di corpi sessuati chiarisce ulteriormente questa distinzione tra corpo e corpi: «I corpi sono sessuati oltre alla biologia perché toccati dal senso, in lotta con dispositivi, resistenti alle distribuzioni normalizzanti… I corpi sono sessuati perché sentono tutti questi contatti e sono sessuati perché dicono l’esistenza nel loro aver luogo. Non c’è un oltre; non c’è un corpo globale che quale essenza li raccolga. I corpi sono eternamente sessuati».[2]

In questo piccolo frammento del testo sono messi in gioco numerosi elementi della riflessione sulla distinzione corpo/corpi, ma ciò che più colpisce l’attenzione è questo ‘oltre’ che Putino mette in campo in due momenti diversi: c’è infatti un oltre dei corpi rispetto alla biologia, ma allo stesso tempo un oltre, rispetto al loro avere luogo, non esiste. Sembrerebbe una situazione contraddittoria, a meno che non si considerino questi ‘oltre’ attraverso due punti di vista distinti; il primo oltre, quello rispetto alla biologia, parla di un andare al di là dei corpi rispetto alla loro determinazione sessuale ridotta al puro piano biologico, riduzione di cui le logiche normalizzanti hanno bisogno per poter esercitare la loro efficacia. I corpi sono oltre a questo in quanto sono anche, nel loro intimo, differenza, sono singolarità che non si appiattisce alla norma, e che non si lascia tradurre nel secondo oltre, quello che, invece, pretende di superare le singolarità, l’ecceità, per costituire una globalità totalizzante. Putino presenta due livelli distinti della realtà dell’individuo che seppur contrastanti non possono eliminarsi: uno è costruito da un sistema normativo di sapere che mira alla costituzione de Il corpo globale, l’altro invece si manifesta nell’emergere della singolarità degli individui e non si inscrive in nessun tipo di logica dettata, ma rappresenta uno spazio altro indeterminato.

Quel senso a cui Putino fa riferimento, dicendo che i corpi ne sono toccati, non ha niente a che vedere col sapere costituito dalla norma, ma fa riferimento piuttosto al pensiero dei corpi, che non è qualcosa di dato, ma che emerge come un’intima estraneità dai corpi mostrando la loro singolarità; ed è qui che si mostra lo strappo, la resistenza al dispositivo totalizzante. Si tratta di un “senso insaputo” che è un fuori, ma che emerge dall’intimità, e i corpi sessuati sono soprattutto questo, e non solo mera distinzione appiattita sul due (maschile-femminile): «Se i sessi sono due, questo non vuol dire che il secondo sesso sia tale perché si fa uno più uno. Questo secondo è secondo perché esce dalla contabilità: si pone dove non è possibile reperire ciò che produce conto, ciò che consente una conta delle donne».[3] Il corpo della donna salta la contabilità, resta fuori dall’insieme contabile, numerabile pur manifestandosi. Al di là del discorso dei corpi sessuati, questo elemento dell’insaputo credo che stia alla base di quella possibilità di spazio altro dall’elemento totalizzante del biopotere: in quanto elemento irriducibile ad un sapere determinato ha una forza che non può essere strumentalizzata dai meccanismi di potere, sfugge in continuazione e si manifesta nelle singolarità de I corpi. Essere consapevoli di questo elemento non significa farne un sapere, perché se così fosse sarebbe nuovamente un appiattimento, ma significa piuttosto la possibilità di intravedere uno spazio di pensiero indeterminato e indeterminabile.
A questo punto bisogna capire perché questo elemento della distinzione corpo/corpi è così basilare per capire meglio il fenomeno della società di massa, e non tanto allo scopo di trovarne una via di uscita o un modo per contrastarlo, ma piuttosto per intravedere aree diverse di riflessione in uno spazio che tende sempre di più all’omologazione. Per poter fare tutto questo è necessario analizzare il fenomeno della società di massa in alcuni dettagli particolari.

Un capo, un’ideologia, una fede, deve fare in modo che non emerga nessun tipo di rottura e di disgregazione all’interno di questo corpo sociale compatto; per questo ha bisogno di assoluta trasparenza: il corpo delle società di massa deve avere quelle caratteristiche di trasparenza di cui parlavamo prima perché deve essere costantemente tenuto sotto controllo al fine di evitare una possibile frattura del sistema di massa dovuta all’emergere di una singolarità; «La sola idea di essere disgregati, e la percezione di tale stato, non consente di far fronte a ciò che prima sembrava tollerabile…ciò a cui serve un capo – o chine fa le veci: un’ideologia, una nazione, un credo – è a rimuovere una disintegrazione che sarebbe causa di panico».[4]

Moltissimi sono gli strumenti di cui un capo può servirsi per mantenere questo stato di fusione del corpo sociale: dalla propaganda, all’eugenetica, dalla sanità, alla politica; uno degli esempi più evidenti in questo senso è l’idea di razza di cui l’hitlerismo si è servito per poter con-fondere un’intera nazione-massa e per dare appunto quel senso di ‘condivisione dell’idea di una potenza’ che unisce e rassicura. Questo attaccamento degli individui alla massa è da un lato rassicurante in quanto rappresenta un elemento di condivisione e, in quanto tale, di solidità e totalità, dall’altro è anchefonte di godimento e piacere morboso’ in quanto l’individuo sente sua la grande menzogna del sogno di massa: il sentirsi coesi e partecipi ad un corpo globale illude di possedere a livello individuale quel potere fantasma diffuso e il soggetto finisce così con incarnare l’etica, la normalità dettata dal sistema totalizzante; «Il consenso di tutti coincide con l’unità interiore raggiunta. L’individuo di una razza eletta diviene, seguendo l’espansione dei suoi o la sua medesima inclinazione, un soggetto etico. Conquista il mondo e libera il mondo, liberando al contempo la sua stessa eticità».[5] L’efficacia di un sogno di massa sta tutta nel potere ipnotico che questo ha nei confronti dell’individuo che si sente protagonista di questo sogno; l’esigenza che l’uomo ha di trovare un senso accessibile e disponibile della realtà e al tempo stesso la grande paura che ha di perderlo, lo spinge ad incarnarlo al punto di fondersi con esso.

Ora vediamo chiaramente come il discorso sulla distinzione corpo/corpi di Putino si inserisca bene nel contesto dell’analisi della psicologia delle masse: il corpo sociale totalizzante è la base di questa società di massa, costituita di individui i quali finiscono col confondere la loro singolarità all’interno di questo sogno globale perché del tutto ipnotizzati ed abbagliati dal suo potere aggregante.

Vorrei concludere provando a riflettere sulla portata che il discorso intorno a queste tematiche può avere anche nella situazione sociale che stiamo vivendo oggi; è davanti agli occhi di tutti il fatto che il processo di massificazione, assumendo nuove forme, è in continuo sviluppo: il consumismo, ad esempio, è uno di quei nuovi capi che stabilisce che solo chi consuma è normale e può godere del fascino del sogno di massa; chi consuma infatti è parte e alimenta il sistema sociale, il quale esercita un’attenta azione di controllo ed esclusione di coloro che stanno al di fuori di questa logica dominante e che possono, con la loro estraneità, minacciarla. Il fatto che, anche in un periodo di crisi economica e sociale come quella che si vive oggi, il consumismo riesca a mantenersi come logica comune, dominante e omologante, addirittura sfruttando la questione stessa della crisi a proprio vantaggio (spingendo ad esempio a consumare sempre di più per risollevare l’economia) è indice di come la questione del processo di massificazione e quella della normalità come forma di potere orizzontale, siano tutt’altro che esaurite, ma ancora e sempre di più centrali.

La cosa interessante è cercare di capire come, all’interno di società iper-massificata, sia possibile aprire spazi di pensiero individuale e collettivo che si distacchino dal sapere dettato dominante; non credo sia molto efficace pensare di poter non avere a che fare con una società che vive questo processo di massificazione: compiere il gesto di isolarsi completamente o lottare con la forza contro un sistema di norme per imporne un altro non penso sia un buon modo per fare emergere l’elemento impensato della singolarità. Penso sia più utile cercare di aprire spazi piuttosto che richiudersi in ulteriori corpi totalizzanti arrivando a credere di poter stabilire cosa è giusto e buono e cosa non lo sia, commettendo così gli stessi sbagli commessi da coloro da cui ci si vuole distaccare. Non dobbiamo commettere, per usare le parole di Weil, l’errore di abitare i ponti: abbiamo a disposizione infatti numerose modalità per pensare il destino del mondo al posto di deciderlo, ma voler di nuovo arrivare ad un fine o voler costituire una totalità sarebbe solo ripetere in maniera diversa ciò da cui si cerca di spostarsi.

Pensare, quindi, se stessi e il mondo e non deciderli significa non voler costituire un sapere normalizzante e totalizzante, ma alimentare un pensiero, anche a livello collettivo, che si mantenga aperto ad ogni elemento di singolarità, che sia processo piuttosto che progresso e che si rivolga, attraverso dei punti di fuga dalla realtà globalizzante.

 

Note:

[1]   ANGELA PUTINO, I corpi di mezzo – Biopolitica, differenza tra sessi e governo della specie, Ombre Corte, Verona, 2011, op. cit. p. 66Note

[2]   A. Putino, I corpi di mezzo – Biopolitica, differenza tra sessi e governo della specie, op. cit. p. 69

[3]   ANGELA PUTINO, Simone Weil – Un’intima estraneità, Città Aperta, Troina, 2006, op. cit. p. 105

[4]   Ivi p. 76-77

[5]   A. Putino, Simone Weil – Un’intima estraneità, op. cit. p. 94

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