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Contagio, disorientamento e inattese soluzioni: il momento attuale nella realtà delle fiabe

 

L’epidemia provocata dal Coronavirus ha dato un brutale urto alla coscienza collettiva, incrinando certezze, solidità, prospettive date per scontate: abbiamo conosciuto la paura di ammalarci, di morire in solitudine, l’incertezza di fronte a un virus che serpeggia invisibile e ancora di più forse la friabilità psichica di fronte al contagio provocato dalle informazioni contraddittorie, incerte, ma sempre dal tono apocalittico, da cui siamo stati bombardati (è stato coniato il termine di ‘infodemia’). La visione dominante si è incrinata ed è piena di crepe: la presunta invulnerabilità dell’Occidente, la certezza di non poter essere contaminati dalle malattie dilaganti negli altri continenti, e la straordinaria fiducia nella nostra medicina e nel nostro sistema sanitario si sono sbriciolate. Ci siamo ritrovati inermi, impauriti, confusi e smarriti; quando la visione che tiene assieme una cultura si incrina, scrive Hillmann nel Saggio su Pan: la coscienza regredisce in contenitori più antichi, cercando fonti di sopravvivenza che possano diventare anche fonti di rinascita.

Nel mito, quando Psiche si trova di fronte alle prove impossibili che Afrodite le impone per mettere alla prova il suo coraggio d’amore, non vede via d’uscita e vuole morire, gettandosi negli abissi del vuoto. Nel momento del panico, quando tutto è perduto, è proprio il dio Pan a presentarsi offrendole ogni volta soluzioni inaspettate. Egli è il dio del Panico e della Pandemia, ma è anche il dio che ne conosce i rimedi. Sa curare questi momenti, ne è il grande conoscitore come il grande agitatore.

Anche noi quando ci troviamo di fronte a una difficoltà invalicabile regrediamo verso le sorgenti, torniamo alle nostre radici profonde per ritrovare energia e risposte diverse. Ciascuno di noi è stato spinto a cercare e trovare dentro di sé antidoti e rimedi; i sogni e la psiche hanno privilegiato una via che muove verso qualcosa di più radicale, di più arcaico, di più essenziale. Abbiamo bisogno di narrazioni che comprendano e colgano i movimenti archetipici, diano un senso universale allo smarrimento del singolo, togliendolo dall’isolamento e dalla solitudine: se una persona in questo tempo si sente confusa e terrorizzata, possiamo offrirle una diagnosi e un farmaco, da una parte, o razionali spiegazioni che affondano nell’incertezza; oppure possiamo donarle lo smarrimento di Pollicino e di Cappuccetto Rosso nella foresta oscura della vita, e tradurre la sua impotenza nello smarrimento del Re il cui regno viene colpito da un fato avverso, che sguinzaglia i suoi figli per trovare una soluzione, senza sapere quale tra loro riuscirà nell’impresa. Perché le fiabe contengono elementi e motivi archetipici capaci di confortare e conoscere i momenti cruciali dell’esistenza, ed hanno una efficacia terapeutica anche in virtù della loro origine particolare.

Le fiabe sono “un’astrazione derivante da una leggenda locale che si è condensata e ha assunto forma cristallizzata, perché riguarda tutti”, così scrive Marie-Louise von Franz, collaboratrice di Jung che dall’età di 19 anni si è occupata dello studio comparato dei motivi popolari del folklore e delle leggende. Le fiabe nascono da un evento numinoso, da un’emersione di qualcosa di assolutamente inaspettato che apre nuove prospettive e mette in collegamento mondi tra loro normalmente incomunicabili. Il cacciatore viene fermato dall’animale che parla, la volpe alza la zampa e rimanda a casa il viandante, dalle acque del lago emerge una creatura sconosciuta: il miracolo è (semplicemente) qualcosa di inspiegabile, che diventa racconto. Quel racconto perde le caratteristiche personali e diviene, da bocca a orecchio, una narrazione esemplare, che tocca il cuore di chiunque ascolti. Parla di universale, di quando improvvisamente si schiude l’inaspettato.

In genere la fiaba tocca lo stesso problema che è emergente o latente nella società del momento, e si diffonde proprio quando il problema è dell’intera società. Quanti racconti inventati sono circolati in rete, attribuiti a personaggi famosi come Lewis Carrol, Carl Gustav Jung o a poete meno note dell’Ottocento, che prevedevano quanto ora sta accadendo: sono fake news, oppure sono nate dal desiderio di rendere fiabesca e leggendaria l’epidemia, di iscriverla nei ‘miasmi’ di molti miti, sacre malattie che aprivano divinazioni, offerte, ripensamenti che riguardavano intere città e popolazioni?

Jung sostiene che le fiabe sanno tradurre gli archetipi e renderli in parte consci, altrimenti i contenuti coscienti poco accentuati si caricano di intensità patologica, e diventano l’origine di fobie, ossessioni, idee stravaganti, idiosincrasie, rappresentazioni ipocondriache, perversioni intellettuali, che vengono opportunamente camuffate da concezioni sociali, religiose o politiche. Ecco perché si raccontano ai bambini: perché prendano nome e forma le paure, i fantasmi, i terrori, le emozioni travolgenti della loro prima età.

E per lo stesso motivo noi adulti ne abbiamo tremendamente bisogno! Nelle società tradizionali, infatti, vengono narrate sia ai bambini che agli adulti, alla sera, quando tutte le attività sono sospese. Si può solo tessere e filare. Sono accompagnate dal canto e dalla mimica. E non tutti possono ascoltare: fratelli e cugini non possono essere presenti, perché narrare è parlare intimo, ricco di amore.

Le fiabe curano, educano, aiutano a comprendere il teatro psichico interiore proprio quando non ne abbiamo consapevolezza. Ci invitano nel mondo a rovescio, che conforta e offre prospettive più ampie, ma soprattutto ci donano un altro punto di vista. Perché è salutare tenere sempre a mente l’opposto di ciò in cui crediamo, dei nostri ideali più alti, delle nostre sacre convinzioni; dovremmo essere sempre in grado di pensare in termini di paradossi e di opposti, di quello che è e di quello che non è.

Ed è proprio il fattore esperienziale, emotivo e istintivo dell’archetipo, manifesto nelle fiabe, a spiegarne il potere di fascinazione. “Queste storie guariscono” ci dice M.L. von Franz, “perché esprimono i sogni della vita e i processi compensatori nell’inconscio collettivo che bilancia l’unilateralità, la malattia, le continue deviazioni della coscienza umana”. E queste storie hanno un effetto curativo anche se non c’è alcun tentativo di capirle. Basta semplicemente che vengano raccontate.

Un raccoglitore di storie dei popoli artici chiese al narratore: “Che cosa vuole veramente dire questa storia?”. “Mh, ebbene” rispose l’uomo “noi non ci preoccupiamo troppo del significato di una storia. A noi basta che sia divertente. Sono soltanto gli uomini bianchi che devono sempre trovare ragioni o significati in ogni cosa. Avevano ragione i nostri padri quando dicevano che gli uomini bianchi sono come bambini. Vogliono sempre avere una spiegazione e se non la ottengono non la finiscono più di fare domande!”.

A questo proposito von Franz invita ad ascoltare le fiabe senza usare l’intelletto, sospendendo la ragione e le nostre funzioni più differenziate. Meglio ascoltarle un po’ obliquamente, con altre parti, quasi distrattamente, attivando il pensiero simbolico, che “è una specie di comprensione amorevole, una luce che non allontana né oscura il dio Eros”.

Anche in questo periodo difficile le fiabe vengono in soccorso. Come le vitamine.

La fiaba tradizionalmente per noi, per altre popolazioni ancora oggi, è un farmaco naturale. La funzione terapeutica della fiaba ha un effetto universale perché le fiabe rappresentano lo scheletro dell’essere umano, parlano all’homo sapiens che siamo, ci riconnettono alla nostra natura e ci riposizionano in essa.

Van der Post racconta la bella storia di un Boscimane che per un furto di pecore fu punito con dodici anni di carcere. Uno studioso tedesco, amico dei Boscimani, lo riscattò dalla prigione prendendolo con sé. L’uomo sapeva bene che rinchiuso in una cella sarebbe morto in breve tempo. Il tedesco lo salvò rendendolo suo servo ed esplorò il suo linguaggio scrivendo la prima grammatica dei Boscimani.

E così, finché poté, lo rese felice, ma mai del tutto, mai davvero, perché l’uomo aveva nostalgia di casa. In un modo molto commovente, una volta confessò al suo maestro: “Sai, ho solo un desiderio, ed è quello di tornare con la mia tribù e ascoltare le storie della mia tribù”. Non desiderava ardentemente ritrovare il popolo, o il suo cibo nativo, né il tipo di capanna in cui viveva con la sua gente, o meglio: desiderava sicuramente anche queste cose, ma quello che desiderava davvero, quello che gli mancava al punto da sentire che avrebbe potuto perdere la vita, era ascoltare le storie della sua tribù. Aveva detto: “Le storie sono come il vento”. Bene, il vento è il potere curativo dello spirito. Desiderava, prima di morire, poter ascoltare ancora una volta le storie della sua tribù.

Abbiamo cercato di individuare le parole chiave che hanno attraversato questo tempo, le parole che più sono circolate nel collettivo, rileggendole sullo sfondo del sapere antico delle fiabe, ripiantandole in questo terreno ricco di archetipi, cercando di recuperare nessi con le loro radici, scoprendone significati più vitali. “Chiarire le nozioni, screditare le parole intrinsecamente vuote” scriveva Simone Weil, “definire l’uso delle altre attraverso analisi precise, ecco un lavoro che, per quanto strano possa sembrare, potrebbe preservare delle vite umane”.

 

Emergenza

 

Innanzitutto, si è parlato di emergenza. Emergenza è il tuffo verso il fuori di qualcosa che, lasciate le profondità in cui si trovava, buca la superficie e appare. L’emergenza in cui ci siamo trovati non solo ha offeso la sicurezza del nostro mondo occidentale minacciando di smantellare le nostre certezze, ma lo ha fatto all’improvviso, provocando lo sbigottimento e l’incredulità.

Anche nelle fiabe troviamo l’accadere improvviso di qualcosa, anche se non in tutte. Molte fiabe cominciano con una situazione stagnante, il re è diventato vecchio, si ammala, o re e regina non riescono ad avere figli oppure c’è un regno in decadenza che subisce le angherie di qualche creatura malefica; questo fa sì che si mettano in moto una serie di azioni che compenseranno lo squilibrio e l’unilateralità del sistema che ha dominato fino ad ora e che non funziona più.

In altre fiabe invece l’accadere è improvviso. Improvvisamente un giovane decide di partire in cerca di fortuna, una palla devia la sua traiettoria e finisce sulla testa di un principe ranocchio; un diavolo, una strega, un orso bussano alla porta di un mugnaio o di una famiglia. La spontaneità di certi accadimenti improvvisi nelle fiabe ci mostra la relativa autonomia dell’inconscio e, in senso più ampio, della natura. Prendiamo atto che non tutto avviene per colpa o per merito della nostra volontà cosciente. Semplicemente, alle cose “piace accadere”.  Questo ci suggerisce l’idea di una intelligenza attiva dell’inconscio, che prende l’iniziativa in modo non sempre e solo reattivo rispetto alla coscienza.

Viene meno l’idea di un rapporto asimmetrico tra una coscienza umana più o meno virtuosa e le conseguenti reazioni dell’inconscio e della natura; si tratta piuttosto di due mondi vivi che sono relativamente autonomi e che coesistono. Interessati e bisognosi di incontrarsi reciprocamente, per completarsi probabilmente, hanno tempi e modi che non sempre coincidono.

Alla luce di questo M. L. von Franz si chiedeva allora se per l’uomo valessero più le opere o la grazia. La risposta delle fiabe è: “dipende”.

Ci sono fiabe in cui occorre non muovere un dito, aspettare, non toccare il telaio e lasciar fare alle tre filatrici, a costo di apparire pigri, perché, peggiore dell’indolenza, sarebbe la buona intenzione che interferisce con le trame e le tessiture del destino.

In molte fiabe è la capacità di non fare ad essere decisiva. Von Franz dice: “per non tagliare coi nostri coltelli il tappeto della nostra vita”. Pensiamo alle buone intenzioni educative con cui interferiamo nello sviluppo della personalità dei bambini.

Nelle “Tre filatrici” l’ostinata figlia della sarta non ne vuole sapere di filare, neanche sotto minaccia. Sua mamma la sgrida, insiste finché perde la pazienza e gliele suona di santa ragione. La ragazza strilla come una sirena; in quel momento passa di lì la carrozza della regina che, preoccupata da quelle urla, chiede alla signora perché sua figlia stia piangendo così forte. La madre, che non vuol far fare alla figlia la figura della pigrona (che è), mente dicendo alla regina che la ragazza è sempre attaccata al suo telaio, non mangia e non dorme per filare. Ha dovuto picchiarla per farla smettere. La regina, che ama i bei tessuti, pensa bene di portarla a palazzo come filatrice ufficiale: potrà diventare ancora più brava. La mamma pensa sia una buona occasione per la figlia e accetta di buon grado. Una volta a palazzo la regina le mostra una stanza piena di lino e le dice: “è tutto tuo, divertiti!”. Per la ragazza è una tragedia. Passa un’intera giornata e notte a piangere, non ne vuole sapere di toccare il telaio. Neanche le promesse (sposerai il principe mio figlio, diventerai regina…) o le minacce (ti chiudo in prigione e non ne esci più) smuovono la sua ostinata indolenza. Una notte vede tre vecchie fuori dalla finestra e le fa entrare. Sono strane, una ha un labbrone, una un ditone e l’altra un piedone. “Perché piangi?”. La ragazza spiega e loro, mandandola a dormire, la rassicurano: “ci pensiamo noi, a condizione che tu ci inviti al tuo matrimonio sedute vicine a te”. E così la ragazza porta a termine il compito assegnatole dalla regina e si salva, andando in sposa al principe. Il giorno del matrimonio, riconoscente, chiede che le tre aiutanti siano invitate come sue zie, come ospiti d’onore. Tutti acconsentono, nonostante l’imbarazzo perché sono proprio bruttine. Solo verso la fine della festa il principe osa chiedere loro con delicatezza il perché del loro aspetto, e loro spiegano che è risultato delle tante ore passate al telaio. Il nuovo sovrano si spaventa al pensiero che la sua bella giovane sposa filatrice possa diventare così, e le chiede il grande sacrificio di rinunciare al suo amato telaio. La giovane obbedisce di buon grado al suo sposo.

Altrove è invece premiata l’operosità dell’eroe o dell’eroina che non sta fermo un attimo, esegue con impegno le prove, spazza e pulisce. Si sottolinea la necessità della prima mossa, un invito ad accadere, perché come scrive R. Bly “quest’acqua di primavera è come l’anima, non fa nulla se tu non fai nulla, ma se spacchi la legna lei farà il fuoco e se costruisci una barca si farà oceano”.

 

Paura dell’invisibile

 

Nelle fiabe la minaccia invisibile si può presentare come uno spirito nascosto tra le radici di un albero, o in forma di Jiin che pretende un contatto con gli uomini a lungo negato. Le innumerevoli visite dei diavoli, poveri o minacciosi che siano, sono rivendicazioni di abitanti dell’invisibile che chiedono la loro quota di esistenza. Le fiabe irlandesi sono popolate di rappresentanti del “popolo nascosto”. In una di queste, un omino rosso si offre di aiutare il giovane dottore improvvisato per compiere guarigioni miracolose. Chiede solo di dividere a metà il compenso. Il giovane medico prova a barare sul denaro e così l’uomo rosso gli nega il suo aiuto. “O la metà o me ne vado!”. Il medico inesperto va a palazzo e prova a fare da solo, ma il risultato è un bagno di sangue per cui rischia l’impiccagione. L’omino rosso arriva in tempo per salvargli la vita, a patto che i due dividano equamente i guadagni, come accadrà.

Molto severamente viene punito l’atteggiamento di superiorità del sindaco della città di Hamelin che non paga al pifferaio quanto pattuito per aver liberato la città dai topi. La fiera arroganza del potere e della nostra coscienza specializzata e unilaterale costringe a pagare un prezzo ancora più caro: tutti i bambini del villaggio verranno portati via. Il futuro viene annientato, l’anima viene venduta dai mercanti avari che giocano al risparmio.

 

L’eroe o l’eroina della fiaba sono spesso gli unici che dividono generosamente o equamente il pane, il denaro o il poco che hanno col vecchio saggio che incontrano per strada, con la vecchia strega, con topini e uccellini, perché sanno riconoscere all’altro regno la parte che gli spetta. In condizioni problematiche non trascurano, travolti dall’emergenza, di porgere ascolto ai sogni, di pregare o di restare in contatto con le immagini che provengono dall’anima, con i consigli degli animali alleati. La grande innovazione si compie quando, sollevando il bastone o indossando il cappello fatato, si raggiunge l’invisibilità, ponendo il proprio fine nel regno invisibile: il lieto fine nelle fiabe corrisponde al cambiamento e spesso non è nel mondo visibile. Si diventa re del regno di rame, d’argento e oro, regine del mondo subacqueo, del villaggio degli orsi, si sceglie la terra della gatta sovrana invece del potere, si entra a far parte degli dèi minori.

Perché è avvenuto un ribaltamento, una ‘catastrofe’ e un rivolgimento, cadendo per sbaglio o per caso in uno strato più profondo: si è precipitati in un baratro o in un pozzo, si è aperta con la chiave d’oro la porticina segreta che conduce verso il basso. Questi mondi un tempo erano contigui (e forse lo sono ancora se sappiamo cambiare prospettiva e ascolto), ma il contatto tra loro richiede peripezie, erranze, spoliazioni: la salvezza arriverà dall’infinitamente piccolo, da un fattore apparentemente insignificante, trascurato.

Inoltre, la scarsa visibilità è nelle fiabe protezione del nuovo germoglio: il seme e il bambino devono rimanere nascosti in un albero, la bellezza della fanciulla si copre di cenere o di pelle d’asino per preservarsi. Nell’oscurità della grotta o nella capanna stregata fermenta, lontana da sguardi indiscreti, la trasformazione.

 

Atteggiamenti eroici

 

In questi lunghi mesi le notizie hanno spesso purtroppo usato termini bellici, come fossimo in guerra, e il personale sanitario veniva lodato per l’atteggiamento eroico, senza ben comprendere la portata e l’ombra di questi termini. Nei miti e nelle fiabe chi è ispirato da Eros, chi sa trasformare la realtà non è chi esercita la piena potenza dell’Io, ma chi inventa il nuovo, e il verbo latino invenio significa sia ‘trovo’ che ‘vengo trovato’. Si inciampa nel nuovo, oppure qualcosa di inatteso ci visita indicando una strada inesplorata.

Le fiabe più antiche narrano di iniziazioni vissute come disavventure dall’Io, che non reagisce come Rambo o come Wonderwoman: la sventura apre le porte dell’ignoto e dei misteri, del processo individuativo, che non ha nulla di glorioso, ma è solitario e periglioso. Giona esce arricchito di saperi dal soggiorno nel ventre della balena, e Cenerentola covata dal camino è l’unica che diviene principessa. In antiche fiabe africane, la madre che vizia le figlie viene chiamata mère pourri, madre marcia: la matrigna infatti vizia e guasta le sue figliole, che diventano intrattabili, e soltanto colei che vive un processo di incinerazione sarà capace di diventare principessa. “Non disprezzare la cenere perché è il diadema del tuo cuore”, scriveva l’alchimista Morieno.

In un’altra fiaba vi è un regno dove non succede più nulla, e tutto ristagna: i due figli maggiori partono all’avventura per trovare qualcosa di nuovo, muniti di nutrimenti pregiati e vino d’annata, che però mancano di condividere con l’omino male in arnese incontrato nel bosco. Guarda caso, l’ascia li ferisce entrambi quando tentano di tagliare la legna, costringendoli a tornare subito a casa. Il terzo figlio è un po’ sciocco ma volonteroso, e parte con una focaccetta cotta nella cenere e un litro di birra acida. Subito condivide in allegria quello che possiede con l’omino magico. Da lì inizia la sua fortuna, che lo porterà a trovare un’oca fatata dalle piume d’oro (degna compagna sua, perché era chiamato l’allocco, e forse manifestazione della sua anima pura e preziosa), che farà ridere la principessa triste che aveva perso la gioia di vivere. Nonostante l’opposizione del re e le impossibili prove a cui è sottoposto, riesce a sposarne la figlia che già lo ama, perché non si era mai divertita così tanto, e certo hanno riso insieme a lungo, di quella risata innocente che sa celebrare la vita.

Come scrivevamo all’inizio, quando si vive una impasse e un blocco, la nostra psiche compie un movimento regressivo alla ricerca di uno strato più profondo, nutritivo e digestivo, che ci inghiotte e ci trattiene, come nelle varianti fiabesche dell’orco e della strega che ci vogliono cuocere alchemicamente e divorare. In quei contenitori roventi, stufe, cucine o capanne fatate, si risale allo stadio prenatale intrauterino, e dalla psicologia personale si passa alla conoscenza dei misteri. I personaggi delle fiabe escono da questi passaggi arricchiti da misteriosi tesori, simbolo delle ricchezze immateriali dell’iniziazione.

La via d’uscita si trova nel luogo più impensato, e gli impulsi salvifici giungono inaspettati. Spesso l’eroe è costretto a servire un padrone, la principessa viene detronizzata dalla serva e diviene guardiana di oche. Il servire si rivela un passaggio. Dice von Franz di “non perdere tempo ad abbattere l’ordine costituito, ma lavorare per il futuro. Nei periodi difficili bisogna tenere nascosti i propri valori perché si ha qualcosa di più importante da fare, è più importante costruire lo spirito del futuro che distruggere ciò che esiste nel sistema dominante. È per questo che eroi ed eroine dimostrano la capacità di servire il principio esistente anche se è ingiusto”.

 

Soffrire e sanguinare

 

Risulta eroica in alcune fiabe la capacità di sanguinare e di soffrire.  Certi fantasmi, certi affetti violenti, potenze distruttive e sovraumane, si depotenziano e si umanizzano al contatto col sangue, con l’emozione viva e la sofferenza umana. In una fiaba Rom il giovane, per sposare la sua bella fanciulla, deve essere picchiato per un’ora per tre notti di seguito. Quando il mostro lo inviterà a porre domande si rifiuterà di parlare; quando il mostro cercherà di andar via un quarto d’ora prima, vorrà trattenerlo ed essere picchiato ancora per arrivare all’ora intera. In alcuni casi non si possono chiedere sconti al dolore: occorre bere la sofferenza tutta intera.

Il piccolo Kullervo delle saghe nordiche viene allevato dallo zio, assassino di suo padre, che lo maltratta in modo feroce e poi lo vende come schiavo: il bambino viene picchiato con spranghe di ferro, cotto e bruciato, nutrito con pane e pietre, ma nulla riesce a frenare la sua natura indomita. Le prove a cui è sottoposto corrispondono alla tempratura del metallo, alla trasformazione della materia prima.

Qualità eroica è saper essere ricettivi al dolore senza razionalizzarlo né accanirsi a percepirne i motivi. In un passo del Seminario di Jung sulle Visioni, una donna incontra il gigante che la ucciderà sicuramente, al cospetto del quale non può far altro che piangere la sua agonia. Nella immaginazione successiva il gigante è sparito. Jung sottolinea il potere magico dell’emozione, l’importanza di so-stare e lasciarsi attraversare dal dolore e dall’emozione. La pretesa collettiva ci vorrebbe tutti e tutte virilmente pronti a farci divorare dal mostro per poi ucciderlo dall’interno. Esiste invece una ricettività al dolore, più femminile se vogliamo, ma presente in uomini e donne, una capacità di stare con l’emozione anche quando insopportabilmente dolorosa.

Jung parla di una attiva passività simile a quella delle piante che, come scrive Primo Levi, “sembrano stupide, eppure rubano l’energia al sole il carbonio all’aria i sali alla terra, e crescono per mille anni senza filare né tessere né scannarsi tra di loro come facciamo noi altri”.

 

Animali contagiosi, natura contaminata

 

Abbiamo ripetuto in questi mesi, quasi come un mantra, che la natura si riprende i suoi spazi da noi inquinati, offesi e sfruttati. Alcune spiegazioni sull’origine della pandemia da coronavirus parlano di un contatto improprio tra l’uomo e l’animale selvatico: qualcosa in questo virus è innocuo per gli animali, ma non compatibile con l’uomo, con l’animale uomo.

Siamo vittime di una contaminazione, nociva per noi, a causa di un passaggio improprio per le relazioni violente che abbiamo intrattenuto con la nostra anima animale, con le creature viventi nelle acque, nei cieli, sulla terra e sottoterra, nelle grotte e nelle nostre case.  Le fiabe invece li onorano, li cantano, ne studiano le peculiarità e le trasformazioni: sono popolate da animali dalle svariate funzioni, così come i sogni. Forse l’unica regola morale che accomuna le fiabe di tutte le epoche e provenienze, scrive von Franz, è quella di non offendere mai l’animale soccorrevole, perché è una manifestazione animata dell’istinto, ed è portatore di sapere e di saggezza. Non significa che non lo si debba ferire, sacrificare, a volte uccidere, però non bisogna mai mancargli di rispetto né offenderlo.

Eppure non troviamo una idealizzazione semplificatrice dell’animale: alcune derive animalesche richiedono un atteggiamento molto severo. È importante nelle fiabe cogliere il momento giusto per agire con forza sull’animalesco, sacrificando la pelle d’asino che ci ha protetti a lungo. Nella fiaba del Principe ranocchio, la fanciulla stringe un patto di amicizia col ranocchio che l’ha aiutata a recuperare la sua palla d’oro caduta nello stagno. Il ranocchio mangerà nel suo piattino, berrà nel suo bicchierino e dormirà nel suo lettino. La giovane tenta di venir meno al debito, ma il padre la riporta al dovere della riconoscenza. Evidentemente l’alleanza con l’animale rappresenta un valore condiviso anche dal padre, o dai padri, appartenendo ancora alla coscienza morale collettiva. Ma arriva un punto in cui la prossimità col ranocchio risulta per la fanciulla insopportabile, ed è il momento giusto per non poterne più e lanciare il ranocchio contro il muro. Gesto azzeccato perché proprio allora il ranocchio si trasformerà in principe.

Troviamo inoltre racconti di forme animali ibride, come se un contenuto istintivo dell’inconscio non avesse trovato un canale pervio per entrare in contatto con la coscienza, e prendesse una forma illeggibile, incomprensibile, estranea alla coscienza. Un racconto di una popolazione del Canada narra di come Dio, volendo trasmettere agli uomini i segreti di magia ma essendo certo che non avrebbero capito, decise di parlarne prima col pesce, con la lontra e altri piccoli animali acquatici, perché potessero fare da intermediari.

Ci sono momenti in cui è fondamentale sopportare la pelle d’animale, stare e convivere con un re maiale, innamorarsi della Bestia al di là del suo aspetto, ascoltarne i consigli e i saperi, e momenti in cui è invece opportuno disfarsi della pelle irsuta, di quell’eccesso di animalità e impulsività che non è più compatibile con l’umano.

 

Ci siamo chieste come comprendere e dialogare con questo virus così potente, che viene dal mondo animale. Nel mondo antico le epidemie venivano lette come offese al genius loci: tutti gli invisibili proprietari dei luoghi, delle sorgenti e degli alberi, delle montagne e delle pianure, tutte le divinità e i santuari che sono stati trascurati e offesi mandavano un miasma, una peste o una terribile epidemia, per vendicarsi. Il genio del luogo molto spesso è rappresentato da un animale, un caimano, un leone, animale totemico che protegge una grande famiglia e un’area sacra.

Rivisitare le fiabe è stato per noi un tentativo di riallacciare le trame interrotte tra tutti gli esseri viventi, tra il visibile e l’invisibile, la pena e la cura, la morte e la vita, il contagio e la singolarità, per riaprire una conversazione e un dialogo con le parti d’anima che abbiamo ferito.

 

 

 

 

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