La rivista »

Con il libretto sul sesso tra le mani

 

Il libretto sul sesso che abbiamo tra le mani è La donna clitoridea e la donna vaginale di Carla Lonzi,1 e il dialogo, sorto durante la lettura di questo scritto, ve lo proponiamo a partire da un passo del Diario, Taci, anzi parla. Diario di una femminista,2 che ci farà da guida in questa conversazione.

 

Il passo in questione suona così:

 

Dopo la pubblicazione del libretto sul sesso, alcune mi hanno detto che andava bene, e certo era piaciuto, era una forza, ma sotto sotto sentivo che la maniera in cui era scritto era troppo cervellotica, troppo rigida. A me piaceva, altrimenti non l’avrei scritto: ci vedevo il riserbo, la lucidità e il tremito impercettibile che ha il mio modo di ragionare, tra lo sdegno contenuto e la sofferenza risolta, ma non dimenticata, e il giro del pensiero che sdrammatizza il contenuto e raffredda l’urgenza espressiva. Così mi corrisponde scrivere e così mi dà piacere, così ho imparato a farlo quando, prima del femminismo dovevo prendere coscienza delle mie sofferenze senza che diventassero “risonanti” sulla pagina. Da dove mi sarebbe venuta la fiducia per renderle partecipabili? A chi? Non erano scritte per commuovere o per attirare un lettore in sincronia con me, erano fatte per esaminare e conoscere3.

 

Abbiamo deciso di soffermarci brevemente su alcuni termini di questo passaggio perché riteniamo che siano esplicativi di ciò che ci proponiamo: una presentazione del testo dal punto di vista contenutistico e formale, per poi passare al taglio del nostro lavoro, taglio che si gioca tutto sulla tensione tra anatomico e politico.

La donna clitoridea e la donna vaginale è un testo dell’estate del ’71. Un testo scritto poco più di un anno dopo l’entrata di Lonzi nel femminismo. «Uno scritto che segna una presa di coscienza -come lei stessa afferma nella Premessa a Sputiamo su Hegel- stimolata dalla scoperta dell’esistenza del femminismo nel mondo e dai rapporti con le donne di Rivolta Femminile»4. Una presa di coscienza della sofferenza, che esisteva già prima del femminismo, ma che tuttavia non trovava “risonanza” sulla pagina, in quanto non era ancora avvenuto il passaggio fondamentale che consisteva nell’uscire allo scoperto: «scoprire qualcosa di essenziale, qualcosa che cambia tutto, il senso di noi, dei rapporti, della vita»,5 attraverso un processo di liberazione non esteriore, non apparente, ma incarnato nella presa di coscienza che il testo riflette.

La donna clitoridea e la donna vaginale si rivela una forza e lo è in duplice senso: da una parte, è una forza in quanto è un testo dirompente, di rottura rispetto a una tradizione costruita dallo sguardo maschile che ha indicato cosa è la normalità del sesso, e del sesso femminile: la forza di questo scritto sta nello scontrarsi violentemente con le immagini e il ruolo in cui si è vista consegnata la donna dalla cultura patriarcale; dall’altra, è una forza perché parla del sesso, questione che spesso -come afferma Luisa Passerini- si è «espurgata ed edulcorata, mentre lo scritto dà come uno schiaffo in faccia, tanto è forte ed esplosivo, ancora incandescente»6.

Incandescente, sì, perché disvela l’incandescente di ciò che è sepolto nella coscienza, che eccede l’universo di senso dato e da cui è escluso uno sguardo femminile, che qui, invece, si interroga fino allo sfinimento e che drammaticamente, con sofferenza, oltre a sperimentare la rottura di schemi profondamente introiettati, si affaccia sul vuoto che quell’universo ha lasciato.

Un’incandescenza che trova tutta la sua forza in una forma stilistica che è paradossalmente molto fredda. Infatti Lonzi predilige le frasi brevi e taglienti che spesso risuonano come imperativi categorici, assiomi o massime scritti con tanta decisione da sembrare incisi nella pietra. Ciononostante, non hanno perso nel passare del tempo, né la loro energia né tantomeno la loro attualità.

Anche Lonzi stessa definisce il suo scritto “cervellotico e troppo rigido”. Infatti ricordiamo che questo è pur sempre un testo teorico ricco di citazioni, rimandi e riferimenti diretti a Freud, Reich, Kinsey e Masters e Johnson; in altre parole, alla psicanalisi e ai più celebri trattati di sessuologia, che hanno condizionato in un’ottica esclusivamente androcentrica lo studio e la conoscenza della sessualità femminile. In questi testi è sempre presente la propensione a mettere sullo stesso piano il godimento durante il coito e la soddisfazione orgasmica. Non vogliamo addentrarci nell’ambito maschile, perché fedeli a Lonzi chiamiamo in causa le donne. Lonzi ci mette se stessa nel farlo, guidata dal tremito che ha il suo modo di ragionare. Tremito è una parola carnale, consiste in brevi e rapide contrazioni muscolari, come delle piccole scosse per tutto il corpo, che scuotono anche il pensiero. Il tremito dà testimonianza della sua capacità di dare espressione a quello che pensa: un combaciare con se stessa, un’adesione fra vita e pensiero in un’autenticità come esperienza vissuta.

Un tremito, fatto di picchi di sensazione, che lei vive anche come spazio transizionale tra lo sdegno contenuto (quello di essersi accorta che la cultura maschile in ogni suo aspetto aveva teorizzato l’inferiorità della donna) e la sofferenza che da questo sdegno proviene, e di cui non si dimentica, ma ne fa parola, pur avendola in qualche modo raffreddata e sdrammatizzata, come lei stessa dice, da un pensiero ben articolato e strutturato. Quello che chiama “il giro del pensiero” che in qualche modo cerca di privare di pathos e di trasformare un’urgenza di espressione in un’argomentazione.

Certo è che, come donna, è quasi impossibile leggere questo testo in un’ottica puramente teorica perché proprio questa incandescenza latente lo rendo uno scritto che ti interpella in prima persona. Lonzi stessa, durante la fase di stesura, si è chiesta a chi queste parole fossero rivolte e mi sembra significativo che porsi questa questione l’abbia spinta a confessarsi di non aver scritto per commuovere la lettrice o il lettore, ma per “esaminare e conoscere”. In qualche modo, fare i conti con quello sguardo maschile che, nel corso dei secoli, ha creato e plasmato a suo piacimento la sessualità femminile.

Vediamo fin dalle prime frasi del libretto come il corpo e in particolare gli apparati genitali siano al centro del discorso. Il libretto inizia infatti con queste parole:

 

Il sesso femminile è la clitoride, il sesso maschile è il pene.

La vagina è la cavità del corpo femminile che accoglie lo sperma dell’uomo e lo inoltra nell’utero affinché avvenga la fecondazione dell’ovulo7.

Nell’uomo dunque il meccanismo del piacere è strettamente connesso al meccanismo della riproduzione, nella donna meccanismo del piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti ma non coincidono8.

 

Lonzi parte proprio dal corpo sessuato i cui organi genitali vengono scrupolosamente indagati con una volontà quasi scientifica. Un corpo così anatomizzato, frazionato, scomposto, frammentato intorno al quale costruisce tutto il suo discorso. Le sue parole non lasciano nessun dubbio: il sesso della donna è la clitoride, quello dell’uomo è il pene. E questo ha la forza di un assioma che come tale non ha più bisogno di essere dimostrato e le permette di proseguire oltre.

A differenza di quanto avviene nell’uomo, nella donna dice Lonzi, il meccanismo di piacere e di riproduzione non coincidono. Dunque nel corso della storia l’uomo o meglio la cultura patriarcale ha compiuto un processo di colonizzazione. Imporre il modello sessuale pene-vagina e confondere il meccanismo di piacere e quello procreativo è una violenza culturale inaudita che secondo Lonzi non ha precedenti nella storia. Il risultato di questa operazione è la creazione di un modello di piacere vaginale per la donna.

Prendiamo dunque il punto di vista della donna, e seguendo Lonzi vediamo quali siano le possibili risposte a questo modello sessuale. Lonzi esplicita subito che:

 

Dal punto di vista patriarcale la donna vaginale è considerata quella che manifesta una giusta sessualità mentre la clitoridea rappresenta l’immatura e la mascolinizzata9.

 

È solo in una nota che Lonzi definisce con più precisione queste due tipologie di donne.

 

Fermo restando che il fenomeno orgasmico è unico in qualsiasi donna e con qualsiasi stimolo si verifichi, noi chiamiamo qui donna vaginale colei che ottiene l’orgasmo durante il coito e donna clitoridea colei che ottiene l’orgasmo durante le carezze sulla clitoride. Chiamiamo orgasmo vaginale l’orgasmo ottenuto durante il coito e orgasmo clitorideo l’orgasmo ottenuto durante le carezze sulla clitoride10.

 

Anatomia e piacere ritornano al centro. Se la donna vaginale ha accettato, diciamo anche malvolentieri, una sessualità in funzione dell’uomo e dunque riesce ad avere un orgasmo durante il coito, la donna clitoridea invece proprio a partire dal suo piacere si trova spiazzata perché sa che esso è altrove. Qui vagina e clitoride sembrano due mondi separati, spazi che assumono significati diversi: la vagina è il luogo della colonizzazione, organo dove si perpetua la violenza della cultura patriarcale. La clitoride, al contrario, rimane lì come organo misconosciuto, minuscolo e invisibile.

Ma ribaltando il punto di vista

 

Il femminismo afferma che: la donna vaginale è quella che, in cattività, è stata portata a una misura consenziente per il godimento del patriarca mentre la clitoridea è una che non ha accondisceso alle suggestioni emotive di integrazione con l’altro, che sono quelle che hanno presa sulla donna passiva, e si è espressa in una sessualità non coincidente col coito11.

 

È forse utile sottolineare come l’obiettivo di Lonzi non fosse quello di condannare l’eterosessualità né tanto meno di esaltare una sessualità tra donne. Infatti qui l’eterosessualità potremmo dire è intesa non come pratica prettamente sessuale ma come regime politico. Un regime politico che plasma non solo un modello sessuale ma contemporaneamente un’identità a tutto tondo. La donna nella dimensione sessuale con l’uomo si smarrisce non riuscendo a manifestare il proprio desiderio.

 

Godendo di un piacere come risposta al piacere dell’uomo la donna perde se stessa come essere autonomo, esalta la complementarietà al maschio, trova in lui la sua motivazione di esistenza12.

 

Si tratta dunque di un sistema che, proprio a partire dalla dimensione sessuale, crea una relazione a tutti gli effetti asimmetrica. Ancora una volta le parole di Lonzi suonano perentorie e esplosive:

 

Il fatto che l’uomo ci ha voluto vaginali contro ogni evidenza fisiologica ci doveva far dubitare: poiché l’uomo ha voluto sempre la donna non nella libertà, ma nella schiavitù13.

 

Una condizione di schiavitù che non permette alla donna di realizzarsi, di divenire soggetto e di entrare a pieno titolo nel mondo. Per fare questo la donna dovrebbe godere pienamente del suo piacere clitorideo e prima ancora emanciparsi a livello psichico dall’uomo. In altre parole la donna dovrebbe conoscere il proprio corpo e vivere consapevolmente la propria dimensione erotica. E’ qui infatti che secondo Lonzi ci si gioca la propria identità come donna.

Immersa nella cultura patriarcale la donna sembra essere ingabbiata in ruoli, persa in strade senza via d’uscita, incapace di esprimere e padroneggiare la propria carica erotica. La donna illusa dall’estasi dell’unione fusionale con l’uomo, è stata privata del suo polo carnale che le avrebbe consentito di trovare creativamente il suo posto nel mondo.

Si tratta di uno scatto creativo che sembra mancare anche alla clitoridea che lungi dall’essersi smarcata dai dettami patriarcali non riesce da sola a trovare una voce originale.

 

La donna clitoridea rappresenta tutto ciò che di autentico e di inautentico del mondo femminile si è staccato dal visceralismo dell’uomo. Autenticamente l’una ha rivendicato se stessa; estraniandosi l’altra ha simulato sul piano del piacere e ha ambito i traguardi dell’uomo sul piano culturale e sociale14.

 

Vorremmo sottolineare come Lonzi, anche se mantiene una costante l’oscillazione tra la conflittualità e la riconciliazione tra vaginali e clitoridee, non voglia creare due figure femminili in totale contrapposizione. Infatti anche lei stessa scrive che non vuole dare un giudizio di valore né tantomeno discriminare ma piuttosto «indicare la reazione caratteriale che ha in sé le premesse dell’autocoscienza»15. Citando dunque anche le parole di Maria Luisa Boccia possiamo dire che Lonzi era alla ricerca piuttosto «di ciò che è comune, del punto doloroso, quanto vivo, che rende ogni donna debitrice all’uomo della sua identità»16.

La chiarificazione di autenticità per non scadere in una ribellione puro rifiuto o mascheratura ha bisogno di staccarsi dalla partecipazione positiva alle vicende patriarcali. Questo distacco lascia la clitoridea in un vuoto di umanità, ovvero assenza di rappresentazioni in cui rischia di perdersi in un destino alienato. Quindi, suggerisce Lonzi, la liberazione femminile può realizzarsi solo indipendentemente dalle previsioni maschili in una dimensione in cui il partire da sé viene riconosciuto e rigiocato dalle altre. Per Lonzi è fondamentale riconoscersi tra clitoridee: il riconoscimento infatti libera da un “destino speciale” in tensione costante tra inferiorizzazione e superiorità.

 

Il femminismo in certe sue punte, è scattato proprio dall’autocoscienza della donna che conduce la sua lotta al patriarcato stando su un suo proprio terreno17.

Questa presenza di sé si alimenta di un vuoto identitario, che diviene il processo di nascita di un “soggetto imprevisto”: si tratta di una rivoluzione ontologica e politica. Un processo esistenziale il cui esito imprevisto è stato il costituirsi della sua autonomia.

 

La clitoridea “non si è definita nei gesti discostati dalla norma ma si è consolidata nei gesti autentici di concentrazione su di sé”18.

 

È qui che il vuoto di umanità diventa un bisogno di umanità come presenza di sé in cui si articolano il principio di realtà e il principio di piacere. Lonzi rimette dunque al centro il principio di piacere inteso come soddisfazione della propria sessualità e al contempo come presa di coscienza e quindi affermazione e conoscenza del proprio sesso e del proprio godimento.

 

Questa strada non offre nessuna garanzia normativa e non può gratificarsi per l’approvazione dell’uomo patriarcale: essa sfocia nell’imprevisto per quelle doti di fantasia che la donna assume fiduciosamente su di sé19.

 

È possibile effettivamente pensare la nostra sessualità come imprevisto e fantasia? In altre parole possiamo ripensare politicamente il sesso e il godimento senza eludere e dimenticare il corpo come dimensione anatomica? Certo il rischio che abbiamo intravisto è che l’anatomico venga declassato a discorso risaputo e sterile. Siamo sicure che la maggior parte delle ginecologhe oggi ci confermerebbero che la clitoride è l’organo designato al godimento e probabilmente troverebbero superfluo un discorso sulle vaginali e le clitoridee.

Alcune di voi ricorderanno anche il divertente passaggio dei Monologhi della Vagina:

 

La clitoride ha uno scopo puro. È l’unico organo del corpo umano designato esclusivamente al piacere. È solo un fascio di nervi, per la precisione ottomila fibre nervose: la più alta concentrazione di fibre nervose di tutto il corpo, compresi i polpastrelli le labbra e la lingua, due volte, due volte superiore a quella del pene. Chi ha bisogno di una rivoltella quando ha a disposizione una semiautomatica20?

 

Ritornando alla sterilità dell’anatomico, sappiamo bene che tale prospettiva non ha valore politico. Ci siamo arenate molte volte su queste questioni. E siamo consapevoli che questo discorso è molto insidioso. Cercando di trovare delle aperture che ci permettessero di uscire da questa impasse, ci siamo rese conto che per noi la potenzialità del discorso di Lonzi sta nell’aver messo al centro la sessualità cercando di non cadere in un discorso normativo. Questa potenzialità è racchiusa nell’imprevisto che noi decliniamo come un avere coscienza del nostro personale orgasmo facendo scacco in continuazione, con un continuo lavoro contestuale, a un sistema che prevede la riproduzione di certi ruoli.

Per noi la sessualità è un’esperienza concreta che viviamo con altri e altre e di cui cerchiamo di fare parola. C’è dunque un piacere a sapere del piacere intenso come narrazione, condivisione di racconti e pratiche che non si cristallizzano in nessun modello. In altre parole, c’è un piacere che nasce dalla costante messa in discussione di noi, dei nostri ruoli, delle nostre immagini. L’attualità di Lonzi , per noi, sta nell’aver così lucidamente individuato uno stretto legame fra soddisfazione sessuale e creatività nel mondo.

Dunque un erotismo che a partire dal godimento sessuale ci permette un potenziale di energia creativa nel mondo ovvero nelle nostre vite, nel quotidiano, nelle nostre relazione e nel lavoro. Si tratta di un’energia imprevista e provocatoria che a volte non controlliamo fino in fondo ma di cui siamo consapevoli e come dice Audre Lorde «una volta che l’abbiamo sperimentato, sappiamo di poter aspirare”. E una volta provata, aggiungiamo noi, non si torna più indietro. Una fonte rigenerante per noi stesse e per il mondo come, sempre per citare Lorde, “un letto a lungo desiderato dove entro con soddisfazione e dal quale mi alzo potenziata»21.

Note

  1. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, et al. Edizioni, Milano 2010.
  2. Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978.
  3. Ivi, p. 26.
  4. C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, cit., p. 1.
  5. Ivi, p. 3.
  6. Anna Scattigno, “La ricezione di Lonzi nel femminismo italiano. Una presenza rimossa” in Lara Conte, Vinzia Fiorino, Vanessa Martina (a cura di), Carla Lonzi: la duplice radicalità. Dalla critica militante al femminismo di Rivolta, ETS, Pisa 2011, p. 167.
  7. C. Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, cit., p. 77.
  8. Ibidem.
  9. Ivi, p. 83.
  10. Ibidem, nota 1.
  11. Ivi, p. 84.
  12. Ivi, p. 79.
  13. Ivi, p. 93.
  14. Ivi, p. 85.
  15. Ivi, p. 91.
  16. Maria Luisa Boccia, Per una teoria dell’autenticità. Lettura di Carla Lonzi, in «Memoria. Rivista di storia delle donne», Il movimento femminista degli anni Settanta, 1987, p. 101.
  17. C. Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, cit., p. 126.
  18. Ibidem.
  19. Ivi, p. 97.
  20. Cfr. Eve Ensler, I monologhi della vagina, prefazione di Gloria Steinem, trad. it. di Margherita Bignardi, Il Saggiatore 2008.
  21. Cfr., Audre Lorde, ‘Uses of the Erotic: The Erotic as Power. Out & Out Pamphlet, n. 3. Brooklyn: Out & Out Books, 1978. Pubblicato in italiano dalla “Bollettina del CLI”. Traduzione di Rosanna Fiocchetto e Julienne Travers. Roma, 1986.
Condividi:
FacebookTwitterGoogle+