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Come va a male e come si ritesse il linguaggio simbolico.

Alle radici del simbolico (ed. Liguori, 2010) di Cristina Faccincani è un libro che riguarda il rapporto tra il pensiero e l’esperienza, quando questo rapporto viene smarrito, e come sia possibile ritrovarne il filo. È un libro sul simbolico, perché mostra le condizioni per le quali si dà uno scambio vivo con gli altri in rapporto alla realtà. La sua caratteristica è di essere scritto da una psicoanalista che, per leggere le esperienze nel campo della sua pratica analitica, affronta questioni filosofiche. Sono questioni che, per chi lo legge, risuonano vere nella propria esistenza. Hanno una capacità di cogliere e interpretare vissuti quotidiani, nostri e di tutti i giorni, nonostante i casi presi in esame riguardino in particolare l’esperienza psicotica.

Cristina Faccincani è una psichiatra e psicoanalista, che si è formata a Basilea con Gaetano Benedetti. Lavora sia in uno studio privato sia in strutture pubbliche. La conoscenza che io ho di lei viene da un legame di amicizia e dal lavorare assieme con Diotima. Il libro raccoglie saggi che sono stati pubblicati in diversi contesti.

Il senso profondo del suo lavoro e del suo pensiero nasce da un preciso orientamento. Noi viviamo – lei sostiene – in un impasto di desiderio di vita e desiderio di morte non nettamente separati. L’analista – lei analista – si pone in relazione alla e al paziente stando dalla sua parte per permettere di dare spazio al desiderio di vita. In questo senso nel suo lavoro viene vissuta una dimensione drammatica molto forte. Non tragica: questo conflitto non rimane necessariamente irrisolto come avviene nel destino tragico. Infatti il dramma, pur essendo complesso e scorticante nel procedere analitico per quell’impasto tra desiderio di vita e di morte, è guidato dalla speranza. Una speranza pur nel buio degli anni dell’analisi e nell’incertezza dell’accadere di un possibile evento che apra ad una trasformazione. Una speranza, pur nel rischio che niente accada di modificante.

All’inizio – scrive l’autrice – occorre entrare in campo per la, il paziente, ma non in una dimensione eroica e volontaristica. Tutt’altro. Il primo passo è quello di accettare una posizione di passività accogliente, anche nei confronti dei propri vissuti angoscianti, che sorgono in contatto con il deliro.

La maggior parte dei casi di cui parla nel suo testo sono storie di psicosi. Descrive l’esperienza psicotica come un buco nella trama del simbolico: «Il buco, la mancanza di trama simbolica, con l’effetto devastante della solitudine abissale dell’essere collocati fuori del mondo comune, tenta di venire riempita attraverso l’elaborazione delirante. Da un lato il delirio tenta di ripristinare significati condivisibili, dall’altro accentua il fossato e lo approfondisce nel suo attivare risposte che confermano le premesse, dato che l’altro non è mai interpretato come alterità» (pag. 128). È interessante in questa citazione osservare come l’elaborazione delirante sia una risposta all’effettiva confusione vissuta. Comunque è un modo di organizzarla. Ed è anche vero però che nel discorso delirante l’altro è ridotto ad elemento certo del proprio mondo e non gli viene riconosciuta nessuna possibilità di sorprendere, di essere di più di quel che ci si aspetta da lui, né di essere polo di uno scambio effettivo.

Tutto il libro ruota attorno alle vie seguite dall’autrice in relazione a pazienti psicotici. Gaetano Benedetti nella sua introduzione scrive che l’impegno di Cristina Faccincani, in quanto analista, è quello di «circoscrivere e trasformare le parti psicotiche» (pag. XII). Sono tessute assieme parti psicotiche e non psicotiche – legate queste ultime al desiderio di vita. Si tratta di aiutare quelle non psicotiche a circoscrivere, limitare e trasformare quelle psicotiche. Alleandosi con le une per portare a modificazione le altre.

Il passo iniziale è quello controintuitivo di non precipitarsi ad intervenire. Di non porsi nella posizione eroica e fattiva di chi si appoggia alla potenza del sapere e sa cosa fare. È quello piuttosto di un passo indietro, che lei descrive nel saggio La grazia del no. Mettendo tra parentesi il sapere, la posizione iniziale si configura come uno stare senza referenza, senza passato e senza intenzione (pag. 25). È una condizione paradossale perché senza contenuto. Non è messa in campo per opposizione al discorso della paziente, ma neppure si fa complice del suo vissuto.

A me ricorda una figura del teatro Nô – una forma di teatro della tradizione giapponese. Sulla scena, che è molto stilizzata, ad un attore è chiesto di rappresentare il niente, il nulla. Di mostrare il non esserci. È una figura paradossale perché è sulla scena e noi lo vediamo, allo stesso tempo però l’attore presenta il suo non essere lì, incarna il niente di visibile e percepibile in generale.

Questo paradosso è presente anche nella pratica analitica descritta dall’autrice. La posizione nella pratica relazionale è quella di un’apertura materna e accogliente, allo stesso tempo di una sottrazione all’intenzione volontaristica, al controllo del sapere. L’analista si pone in ascolto, in una passività attenta. Così mostra un niente, una presenza aperta. La pura presenza, che per sua caratteristica è già relazionale.

Al centro di questa particolare pratica, quando il delirio fa vivere una condizione di solitudine, sta il tentativo di tessere una soggettività transizionale tra l’analista e il paziente. Quella della soggettività transizionale è una figura che ricorda l’area transizionale di Winnicott: un’area tra il me e il non me, in cui viene mantenuta una relazione tra il bambino e la madre e dove le soggettività non si sono ancora costituite del tutto. Un’area nella quale è possibile il fantasticare, il sognare, non come finzione, né come sostituzione della realtà, ma come rêverie, come un immaginare di cui è sospesa provvisoriamente la funzione referenziale, la verifica nei fatti del mondo. Più che a Winnicott, Cristina Faccincani fa riferimento per questa condizione di rêverie a Bion.

Perché è così importante la figura e l’esperienza della soggettività transizionale? Il fatto è che nessuna interpretazione può essere opposta ad un discorso delirante, in quanto chi si trova in questa situazione, pur cercando la comunicazione, rimane chiuso in una sua solitudine e per lui non esiste un altro che abbia la possibilità di entrare effettivamente in dialettica con il suo discorso. Così l’analista si pone nella condizione di creare con il paziente una soggettività transizionale, una soggettività terza tra loro, che lei definisce una specie di patchwork: «La coppia analitica funziona come un contenitore di forme di presenza legate a identità incompatibili appartenenti alla realtà psichica del paziente»(pag. 29). Si tratta dunque di un soggetto psichico transizionale, terzo tra loro, senza rappresentazioni, ma con presentificazioni di parti diverse della o del paziente. Possono coesistere una qualità attiva e una passiva, una qualità animata e una indifferente e così via. Cioè quelle qualità fortemente contraddittorie che costituiscono la vita di una persona. Sono modi di essere talmente in conflitto tra loro che in genere è difficile farli convivere soggettivamente in modo consapevole. Questa specifica relazione patchwork permette al paziente di vivere nel presente modi di esserci parecchio contrastanti. Di farli essere senza dover passare attraverso delle loro rappresentazioni logiche. In questo modo tale relazione, dando la possibilità di sperimentarli, avvia ad un inizio di simbolizzazione.

La soggettività transizionale è decisamente un concetto chiave del libro e viene ripreso in forme diverse nei saggi che lo compongono. Ad esempio dando attenzione alla figura della partizione che lo caratterizza. La partizione è lo spartire con l’altro. È una dualità in cui si partecipa e allo stesso tempo si resta passivi. La partizione, che richiede all’analista una passività attenta e sospesa, è resa possibile dal fatto che il paziente vede, ha l’evidenza percettiva della condivisione di una propria esperienza da parte dell’analista. Se non accade che il paziente percepisca, veda, alla lettera, questo spartire, non c’è una condivisione effettiva.

La percezione della condivisione è così importante perché una persona delirante è, come si diceva, chiusa in una sua solitudine abissale, in cui l’altro è sempre interpretato a partire dal proprio delirio. Il fatto, invece, che l’altro spartisca e condivida qualcosa di vitale con il paziente, e che il paziente faccia una esperienza percettiva, senza rappresentazioni già codificate, di tale condivisione, fa guadagnare un primo abbozzo di rapporto dialettico con l’altro. E questo significa un primo avvio al simbolico. Ed infatti il simbolico in questo contesto consiste nella possibilità di rivolgersi a qualcuno con quella fiducia che permette di non interpretare immediatamente quello che dice nelle categorie già costruite, lasciando che quello che dice ci modifichi. Perché il simbolico è un rapporto aperto tra il linguaggio e la realtà, ben diverso da una certezza che deriva invece da una interpretazione senza residui. Tenere aperto il rapporto tra linguaggio e realtà implica fiducia in qualcuno che non è sottoposto al nostro potere interpretativo.

Un aspetto che colpisce chi legge questo libro, ed è digiuno di pratica psicoanalitica, è che l’evento, nel quale ci possono essere primi momenti di condivisione tra l’analista e il paziente e che avviano ad una modificazione radicale, può accadere dopo anni, molti anni di incontri. E può anche non accadere. Per questo è così importante la speranza.

Per me che ho così passione per il linguaggio simbolico e per la lingua materna questo libro è veramente prezioso. Ad esempio nel saggio “Udir con gli occhi”: spazi terapeutici fra sguardo e parola viene presentato un modo originale di considerare la lingua materna. È messa in campo un’immagine molto forte. Chi viene al mondo è come se venisse da un altro mondo in questo, di cui non conosce la lingua. La madre, insegnandogli a parlare, lo ospita in una lingua a lui estranea, che poi lo accompagnerà per la vita. La madre gli crea uno spazio di ospitalità in questa lingua non conosciuta. Ad esempio con il nome, che è il primo nodo della culla di parole che chi nasce trova pronta ad accoglierlo nel mondo di qua. Adopero l’espressione “il mondo di qua” e “il mondo di là”, che pure non ci sono nel libro, perché questa immagine mi ricorda quello che certe culture africane ripetono: i bambini vengono da altrove. In genere dal mondo degli antenati. Se i bambini sono un po’ strani, è perché non sono completamente venuti nel mondo di qua. Gli antenati li trattengono. La madre, il padre, la famiglia sono impegnati a iniziarli alla vita di qua.

È interessante questa immagine perché siamo abituati a pensare la lingua materna nella prospettiva piuttosto di una lingua che ci dà una casa, un mondo dove abitare. Così si dimentica che è una lingua che invece si apprende in relazione entrando nel mondo umano del linguaggio. Jakobson aveva studiato questo aspetto quando aveva parlato di una universalità di suoni nel ciangottare dei bambini che viene poi perso a favore dei fonemi specifici della lingua della madre.

Quest’immagine come può aiutare un’analista? C’è nel saggio un sogno molto bello raccontato dalla paziente. Ha sognato che l’analista parlava la lingua tedesca: una lingua straniera, che la paziente non conosceva, ma capiva. L’analista le si mostra nel sogno come il ponte per partecipare alla lingua di scambio comune, del tutto straniera a lei, che si sporge dalla sua solitudine comunicativa. Prende allora particolare rilievo il fatto che il tedesco sia una lingua che non conosce, ma che comprende. Come nella lingua materna una bambina o un bambino capisce la lingua della madre prima di averne una competenza cognitiva, sa comunicare con lei anche se non sa parlare, così la paziente nel sogno può comunicare con l’analista ed entrare in uno scambio con lei anche se non ha un controllo cognitivo della lingua condivisa. È il primo passo per una ritessitura del simbolico. L’analista diventa colei che accoglie la paziente in quella lingua straniera – per la sua solitudine – rappresentata dallo scambio con gli altri.

Diversa dunque la lingua psicotica dalla lingua condivisa. La lingua psicotica non è una lingua che permetta una qualche ospitalità all’altro, dato che è una lingua dove tutto è interpretato con certezza e dove dunque c’è adesione tra le parole e le cose, confusione tra interno ed esterno, senso di solitudine. Invece lingua dello scambio è quella nella quale ci si apre ad un “tra”, a vivere ponti tra coloro che sono in comunicazione. E questo va di pari passo con una non adesione tra le parole e le cose, con uno iato, una distanza tra il linguaggio e la realtà, che è proprio ciò che fa nascere il desiderio di trovare le parole giuste.

È interessante come nella soggettività transizionale la posizione dell’analista sia quella di lasciare al paziente la possibilità di trovare via via spazio in una relazione e di inventare parole che segnalino il formarsi di quel “tra” lui e l’altro, che è il primo passo per il simbolico. Ad esempio, nel saggio “Udir con gli occhi” un paziente, ingombrato sia interiormente che esteriormente, dopo un percorso analitico ad un certo punto dice: «Quando due persone sono in relazione, si forma tra loro un ossicino metafisico e da lì molte cose possono passare» (pag. 69). In un mondo psicotico fatto di una massa affastellata di segni concreti adesivi, l’ossicino è un ponte che apre spazio, che crea un “tra”. È interessante che lo definisca metafisico, cioè una cerniera dell’essere, una intelaiatura dell’esperienza, invisibile e simbolico allo stesso tempo. È ciò che permette relazione, gioco, ma anche possibilità di sbagliare, di mentire. Questo ossicino metafisico è accompagnato, nei discorsi del paziente, da ponti un po’ meno invisibili come il piercing sulla lingua che segna per lui la possibilità di una soglia corporea e simbolica tra interno ed esterno. Ed anche questo è altrettanto interessante, che il simbolico si costituisca su intelaiature invisibili – espresse linguisticamente – e su segni percepibili, di tipo corporeo, spaziale, temporale.

Attraverso questo caso si precisa un po’ meglio cosa significa poi che si tesse simbolico attorno al buco nero del delirio. Lo si può vedere dal punto di vista del paziente, a cui l’analista crea le condizioni per scoprirlo. Ed infatti in questo caso è il paziente e non l’analista a parlare della relazione come ciò che costituisce un ponte invisibile che permette di essere vincolati e di essere distinti allo stesso tempo. Permette legame nel costituirsi della differenza con l’altro. Senza confusioni.

Da questo libro di Cristina Faccincani, nell’appassionamento a casi narrati, si affina l’idea che la tessitura simbolica non sta tanto in una trama che riguarda i contenuti, ma in un tessere le condizioni stesse dello scambio, andate a male. Tanto è vero che momenti significativi di tali percorsi sono le affermazioni delle pazienti e i pazienti sulla comunicazione stessa, sulla relazione, sull’io, sul tu, sul corpo, sulla lingua, sull’immagine di sé e così via. Si tratta dunque della tessitura non tanto di un contenuto quanto di una posizione simbolica.

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