La rivista »

Come un libero uccello… Rileggere il desiderio

Anche quest’anno il Seminario di Diotima ha messo in circolazione pensiero, attivato riflessioni. Io sono stata particolarmente coinvolta dalla relazione di Wanda Tommasi 1 e dal successivo dibattito sul desiderio.

Per dare un piccolo contributo, entro nella discussione con una domanda semplice, almeno nella formulazione: quali domande pone il desiderio a me, donna?

Il femminismo ci ha insegnato che il desiderio ha a che fare con la relazione materna, che – per una donna – è bene perduto ed irrinunciabile. L’originaria simbiosi, la pienezza perduta crea lo scarto che alimenta la ricerca e la vita.2

L’essere nasce per divisione ma di per sé tende all’uno. Ecco il paradosso originario.

Messa al mondo, la donna diviene pellegrina; una viandante alla ricerca continua di qualcosa che sostituisca l’unione perduta. ‘Per sottrarsi alla catastrofe, riparte alla ricerca di un altro che non sia il suo duplicato’3. Da tale imprinting deriva l’illusione di un possibile amore simbiotico con un altro, un’altra.

Dalla ripetuta, mai creduta, mai accettata dis-illusione, nasce dapprima il dubbio, progressivamente il pensiero – in alcune (ancora poche) la pratica – che occorra imparare a desiderare secondo il proprio essere.

Solo questo aderire al proprio profondo sentire interiore può indirizzare, aprire il varco verso nuovi cammini. Verso una profondità interiore e/o verso la trascendenza4.

Solo lì c’è sorgenza, c’è acqua di vita. Un altro paradosso sul cammino.

Per cercare di interpretarlo, sfrutto il paragone con il concetto di intimità.

Intimità si riferisce a “ciò che è contenuto nel più profondo di un essere5”: si parla infatti di un “senso intimo” o della “struttura intima delle cose” ma è anche ciò che “lega strettamente attraverso quanto vi è di più profondo6” e, in questo senso si parla di “unione intima”, di “avere relazioni intime”, di “essere in intimità con qualcuno”.

Se lasciamo separati i due significati che il dizionario ci dà e non cogliamo il rapporto tra loro ci smarriamo in una possibile opposizione. L’uno, infatti, indica ciò che sta appartato e celato, l’altro dice il fuori, la relazione.7

Lasciati a se stessi, i due significati sembrano dis-giunti, addirittura contraddittori ma se cogliamo la sfida a superare l’aporia, lo scarto, ecco quasi una rivelazione: come in un Taglio di Fontana, attraverso lo strappo è possibile intuire/ vedere oltre.

L’intimità si sottrae agli altri ma, al contempo, unisce profondamente all’Altro e porta alla condivisione con lui.8

Così è il desiderio: forza intimamente dentro di noi e al contempo spinta verso l’Altro, verso l’oltre.

La donna pellegrina, la viandante, va ovunque ci sia nutrimento per sé, ovunque possa ampliare il dialogo con il mondo. Non è legata a mappe, non ha ideologie da difendere, viaggia errante in cerca del proprio compimento. Ogni parola ed ogni incontro le sono utili, se sa restare in ascolto. Instancabile pellegrina esposta alla storia, al mistero, alla sacralità, esposta al molteplice presente, vaga in territori dove è ancora percepibile la tensione dell’essere verso la propria realizzazione.9

Il cammino, nuovo da quando/se ha abbandonato i modelli maschili, esige un cambiamento di sguardo. Nel nuovo territorio si sveglia, si sente sospesa, se non smarrita, perché ha perso i tradizionali punti di riferimento, ma, rimanendo aperta, itinerante, in itinere ‘succede’ che individui una traccia/un incontro e ne faccia un cammino.

Un nuovo cammino. Rischioso? Sì, come ogni vero cammino.

Quando il desiderio la mette in un orizzonte più ampio, allora è Aurora10.

Nasciamo e cominciamo a desiderare che la nostra esistenza non finisca. Il desiderio originale (autentico?) non può che essere desiderio di vita. Il desiderio è vitale. Desiderare è, dunque, essere fedeli alla vita?

“La fedeltà è vivere sempre sulla porta, nel senso che gli spazi verso i quali dobbiamo andare sono più vasti di quelli che percorriamo”11. Stare sulla porta permette a noi e agli altri di essere. Sulla soglia c’è l’agio dell’essere, la possibilità del dentro e del fuori, che non è scelta ipocrita ed opportunistica ma un modo di essere che permette di stare al mondo (fuori) tenendo conto di sé/ del proprio desiderio (dentro) e di stare presso di sé (dentro) tenendo conto del mondo (fuori).

Essere fedeli al proprio desiderio è continuare a cercare il modo di essergli fedeli e restare in attesa.12 Tenendo conto che dare fiducia all’altro, agli altri, è un modo per dare delle possibilità al non previsto, all’inaudito, al mistero.

Credo che questo atteggiamento ci apra nuove prospettive. Se “noi siamo dialogo”13 allora è attraverso il dialogo, l’incontro dialogico-maieutico con l’altra (con l’altro) che alimentiamo il nostro desiderio, quindi la vita.

Spesso si è pensato l’incontro dialogico-maieutico come statico, codificato: l’incontro di un’allieva con la maestra o similia attraverso altre figure di mediazione. Si sono pensati questi due ruoli come fissi invece di pensarli nella flessibilità, nel divenire delle cose.

Per toglierci dalla retorica, ricorriamo al personale. Ci sono numerose situazioni della vita in cui io mi sento maestra e dialogo con le mie allieve per aiutarle a portare alla luce una parte di quell’autentico desiderio che trova in ciascuna di loro una propria declinazione e di cui spesso sono inconsapevoli. Vi sono altre, non rare, occasioni, in cui io mi sento e mi vivo come allieva. Entro in dialogo con altre maestre per ancora scoprire di me, degli altri, del mondo in cui ci troviamo a vivere.

Sulla soglia ed in dialogo. Non ci resta, dunque, che accogliere l’invito di Antonietta Potente e “dare inizio a … forti relazioni desideranti”14, che al contempo diano linfa alla vita e costruiscano comunità.

Se nel primo punto si è visto il desiderio in questo dis-equilibrio tra il dentro e il fuori, in questo entrare in se stessi ed essere in dialogo con l’altra/ l’altro da sé; nel secondo punto proviamo a metterlo in relazione/dialogo non tanto con il concetto di tempo – che pure è sfondo in questo tentativo di sviluppo – quanto con la sua caratteristica di impermanenza.

Questo secondo aspetto è anche un personale dilemma interiore: come vivere l’impermanenza del desiderio nel soggetto desiderante – anche quando è sentito come desiderio autentico, libero- che si misura con l’impermanenza del mondo?

Come accettare la continua mutevolezza? Alla quale si aggiunge la limitatezza del punto di osservazione da cui parte colei (colui) che si interroga sul proprio desiderio e sulla realtà che la circonda. Realtà mutevole ma pur sempre multipla, complessa, in parte inconoscibile. Viviamo lo scarto continuo, non tanto tra il desiderio e il non-desiderio, quanto con la continua trasformazione di un desiderio che si vuole confrontare/ misurare con il mondo.

Quando il desiderio si misura con l’impermanenza, conosce il proprio limite: ciò che inseguivamo non è raggiungibile, oppure, se raggiunto, si rivela altro da quello che avevamo/avremmo creduto. Ludovico Ariosto è un vero maestro nel raccontarci le infinite umane illusioni e le continue d-elusioni del reale15.

Invece di arrenderci, come sconfitte, a questa evidenza di vita – non siamo noi a condurre il nostro desiderio – possiamo fare un passo ulteriore, seguendo da vicino le annotazioni di Etty Hillesum:

 

Oggi in un solo giorno ho vissuto anni di torpore, ho attraversato anni di un prolungato processo di intorpidimento. Il pensiero del suicidio è di colpo emerso ancora una volta da profondità nascoste, ma poi è scomparso. Ero tanto oppressa dalla tristezza stamattina che pensavo che non avrei mai più conosciuto la felicità ma c’è sempre una forza che d’un tratto s’innalza gorgogliando da sorgenti nascoste e mi insegna che sono ancora molto lontana dalla fine. Oh, se si potesse far volare il proprio cuore come un libero uccello attraverso tutto ciò che accade!16

 

E scoprire che il desiderio è come quel libero uccello: si alza e si posa, non può alzarsi se prima non si posa né posarsi se non si è librato in volo. Posarsi è scendere nel cuore, in profondità in noi stessi, incontrare la sofferenza che non è estranea al desiderio; alzarsi in volo è abbandonarsi al desiderio di infinito. Tra il posarsi e l’alzarsi, dare spazio al vuoto perché il desiderio possa ancora essere. Se è nella solitudine, possibile nel sottrarsi alla banalità quotidiana o nella fuga dal consorzio umano, che l’essere incontra se stesso e scende nel profondo dell’io, è nel dialogo, nel ‘concerto a più voci che è la vita’ che l’essere si apre agli altri, e, tutto trascendendo, si riconosce nell’Essere.

Perché il τέλος del desiderio è l’Essere.

Rileggere il desiderio. A ciascuna/o di noi, ogni giorno, tocca questa rilettura del nostro desiderare, questo interrogarci sul nostro desiderio che è al contempo respiro vitale e passo verso l’ulteriore.

Mantenersi desiderante – nella cultura occidentale – è un programma teologico e vitale.17

Concludendo la riflessione, accetto che se qualche passo verso una maggiore com-prensione del mio desiderio di donna è stato fatto, altre domande aprano ad una ricerca ulteriore: Come sostenere la voce del proprio desiderio nel timore della ferita e del rifiuto? Come proteggere il desiderio, che abita un corpo che spesso ci inganna, restando in contatto con la propria identità sessuale? Come essere, nell’impermanente desiderio, fedeli alla vita?

Domande che mi porto in cammino, lasciando uno slargo, uno spazio perché la vita mi/ci possa ancora/sempre sorprendere.

 

Note

 

1 Wanda Tommasi, Interrogare il desiderio, Seminario 2014 Diotima, Il senso libero della differenza sessuale. Il senso è libero, la differenza?

2 Luisa Muraro, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009.

3 G. Pozzi, Tacet, Adelphi, Milano 2013.

4 Se la parole sembra forte, si può provvisoriamente declinare, seguendo Leopardi e Rilke, come ‘desiderio di infinito’.

5 Cfr. Enciclopedia Treccani.

6 Cfr. ibidem.

7 La riflessione nasce dalla lettura di François Jullien, De l’intime. Loin du bruyant Amour, Grasset et Fasquelle, Paris 2013.

8 Su un piano tangente, è possibile approfondire la questione in Etty Hillesum, Diario, Adelphi, Milano 2012, p.645, e pp. 713 sgg.

9 Ulteriore punto di riferimento può essere M, Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, Torino 1975: “desiderio è l’infinito movimento che si approfondisce in se stesso”.

10 Maria Zambrano, Dell’Aurora, Marietti, Genova 2000 (in particolare la seconda parte).

11 Antonietta Potente, Semplicemente vivere, Ed Romena, Pratovecchio (Arezzo) 2007, p.84.

12 Ibidem.

13 M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, Milano 2011.

14 Antonietta Potente, relazione Seminario Diotima 2013, Generazione femminile dell’autorità. Risposte al nostro tempo.

15 Si veda in particolare, L. Ariosto, Orlando Furioso, ed. 1532, Canto dodicesimo, Ottave 9-12.

16 Etty Hillesum, Diario, Edizione integrale, Adelphi, Milano 2012.

17 E’ noto come in altre culture il desiderio sia letto in modo assai diverso. Feconda, ad esempio, l’analisi che ne fa il buddismo. Per un approfondimento di tale approccio e la comparazione con l’approccio psicologico si veda C. Pensa, La tranquilla passione, Ed. Ubaldini, Roma 1994, pp.233 sgg.

 

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+