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Coltivare orti, frutta comunità

Sono cresciuta in una famiglia che nel passato ha lavorato con la terra. Nel giardino che circonda la casa dove ho vissuto c’è sempre stato un orto e per me è sempre risultato “naturale” apprendere dalla mia famiglia come curare delle piantine, osservarle crescere e assaporare i frutti che ci venivano donati. Rincorrere un gatto mentre si nascondeva tra le piantine di pomodori e perdermi in odori invitanti, provare dispiacere dopo aver spaccato una foglia dalla pianta di zucchine, oppure contare quante piccole lumache si fiondavano verso un cespo di lattuga, sono ricordi che nella mia mente rievocano la bellezza offerta da questo spazio. Osservare gli orti familiari che coloravano i giardini delle case del paesino del lago mi ha sempre affascinato, facendomi considerare questa pratica come una consuetudine esercitata da tanti, che si rifletteva in una frequente ricerca della loro presenza nei giardini privati. Con gli anni il paesino del lago si è “modernizzato”, ed insieme ai turisti sono arrivati camion di cemento e gru che lo hanno trasformato in un piccolo centro urbano, attirando l’interesse dei cittadini verso una tipologia di ricchezza avrebbe portato benefici per tutti. Un nuovo modo di pensare gli spazi verdi iniziava ad espandersi, e, mentre nascevano luoghi pubblici apparentemente tutti uguali e perfettamente progettati per un risultato sensoriale programmato, si andava perdendo una cura personalizzata di quel verde che, si, era antropizzato, ma lasciava anche spazio alla creatività della natura, traendo da essa frutti, soddisfazioni, e un instancabile desiderio nel coltivarla. Quando, da più grandicella, prendevo coscienza del fatto che la maggior parte dei ragazzi/e che conoscevo (del paese) non sapeva coltivare, si sgretolava quella mia convinzione che tutti i bambini, come me, avessero avuto la possibilità di crescere a contatto con l’attività ortolana; la risposta che cercavo nel riconoscermi con questi compaesani si trovava in bilico tra il pensare che “questa è una cosa per vecchi” e il privilegio che provavo nell’avere avuto questa occasione, fantasticando sul fatto che avere dimestichezza con la terra sarebbe sempre potuto tornare utile in futuro.

Mi chiedevo quindi quali fossero gli elementi che nel tempo hanno influenzato, in un paesino di origine contadina, una graduale perdita delle tradizioni ortolane, e, soprattutto, se la mancanza di questa tipologia di contatto con la natura avrebbe potuto far emergere poi una sorta di malinconia, o senso di incompletezza, incuriosendo chi non si è mai avvicinato prima ad un diverso rapporto con la terra.

L’opportunità di ricercare qualche risposta, rispetto l’attività ortolana nel contesto urbanizzato odierno, si è presentata con la scrittura della tesi di laurea per la facoltà di scienze dell’educazione. Documentandomi su quali forme prendono gli orti nel contesto urbano attuale, mi sono cimentata in quelli che vengono denominati orti comunitari.

Questi sono fenomeni sociali che nascevano negli anni sessanta negli USA a fianco di lotte sociali e movimenti ambientalisti, ed oggi vanno espandendosi nei vari ambienti cittadini: c’è chi dice che sono di moda, chi invece è convinto che apriranno ad un cambiamento, e chi non lo sa bene ma intanto ci semina della verdura. Generalmente sono delle realtà che si associano a pratiche di dissenso urbano, trovando nel recupero di spazi pubblici abbandonati una opportunità per sviluppare una nuova socialità di quartiere e partecipazione dal basso per la cosa pubblica, ricercando un contatto solidale e collaborativo con la natura che nasce e cresce in questo spazio.

Le forme attraverso le quali si manifestano sono diverse, come pure finalità e scopi spesso si possono differenziare in base alle priorità dei partecipanti, risaltando in questo modo l’originalità e la creatività di chi personalizza questi luoghi.

Gran parte di orti comunitari presenti a livello nazionale e non, si presentano attraverso pratiche auto-organizzate che vogliono manifestare ai cittadini un metodo per rendersi attivi sul territorio e sensibili a ciò che accade intorno a loro; anche attraverso forme di coinvolgimento e mutuo aiuto che vengono ad instaurarsi in reti solidali con l’esterno.

Una delle cose che mi ha interessato maggiormente è la potenzialità infinita di espressione che caratteristica questo spazio principalmente destinato all’attività ortolana, che può essere incanalata nell’incontro e nell’incrocio di diversi elementi, idee, proposte o pratiche; ed è anche grazie a questa predisposizione alla trasversalità che mi ha permesso di qualificare l’orto comunitario come un luogo adeguato alla creazione di mondi possibili, o a ciò che Antonia De Vita chiama creazione sociale[1].

L’aggettivo comunitario è ciò che risalta all’istante: ad una prima apparenza l’orto potrebbe sembrare uno spazio dove chi non ha la possibilità di coltivare, lo può fare anche interagendo con persone con le quali probabilmente non avrebbe alcun contatto, oppure un luogo dove portare i bambini e farli giocare con altri imparando cosa è la natura, etc.. L’obbiettivo di ri-creare una comunità solidale dove ognuno possa riconoscersi e sentirsi protagonista è infatti considerato come uno scopo molto importante da raggiungere nella complessità che caratterizza il tessuto sociale del contesto urbano contemporaneo. Avere l’opportunità di riallacciare un rapporto con la biodiversità che vive intorno a noi, ci permetterebbe di osservarla, conoscerla, custodirla, instaurare un dialogo con essa, ci potrebbe insegnare una nuova convivenza con chi insieme a noi esplora i piccoli ecosistemi presenti nel tessuto urbano. Mettere in mezzo alle relazioni oggetti buoni capaci di richiamare una sensibilità diretta al ben-essere individuale e collettivo , può far emergere quindi bisogni nascosti, che vengono accolti e ascoltati nella ridefinizione e cura di ciò che è chiamato bene comune.

Attraverso uno studio di caso effettuato presso un orto comunitario situato, in un terreno comunale, in un quartiere bolzanino ho potuto osservare una delle conformazioni che danno vita oggi a questo fenomeno, ed individuare molteplici dinamiche che vivono al suo interno e lo caratterizzano. L’oro comunitario semi-rurale garten è proprio bello: recintato da un muro sembra voler separare due mondi dissimili, due tempi differenti, quello frenetico-meccanico da quello umano-naturale, e dall’esterno si può intravedere qualche finestrella che mostra l’accattivante spettacolo interno; nell’entrare ci si trova persi in un intrigo di stradine, sassi, piantine, fiori, colori, rami, ed altro non si riesce a fare oltre ad ammirare e godere della biodiversità che si presenta ai nostri sensi.

Dalla ricerca, le motivazioni che più risaltano la curiosità di partecipare a questo progetto si basano primariamente a bisogni e desideri individuali di poter coltivare, o apprendere a coltivare, in un contesto che normalmente non lo permette, quindi coinvolgere amici, famiglie e bambini ridando valore ad una pratica che, nelle diverse tradizioni culturali, veniva trasmessa da generazione in generazione, e riportare un interesse generalmente legato alla provenienza del cibo, al lavoro e alla cura che necessita una pianta nel suo offrire frutti sani, con particolare attenzione a temi quali spreco di risorse comuni, riciclo di materiale ancora buono, e osservazione/apprendimento dalla natura. Di seguito sono stati evidenziati fattori stimolanti quali: la possibilità di pensare ad una nuova socialità con persone che vivono il medesimo contesto urbano, e quindi di immaginare un nuovo modo di prendersi cura insieme di un bene collettivo, promuovendo sensibilità a temi ambientali e politici che possano incrementare lo sviluppo di buoni e giusti valori che trasmettano all’esterno (quindi anche alle istituzioni) ciò che di bello può nascere, crescere in un ambiente urbano.

L’elemento dell’eterogeneità che si riscontra non solo nelle persone (culture, lingue, sensibilità, attenzioni, competenze) e nelle loro storie, ma anche dalla biodiversità che si presenta, descrive come la complessità del contesto urbano può trovare in questo spazio una predisposizione alla connessione ed interazione dei vari elementi che lo compongono, dando quindi l’opportunità di ricercare continuamente la realizzazione di un equilibrio, potenziato dall’energia collaborativa che lo definisce. Per raggiungere questo risultato, l’ipotesi della progettazione partecipata, Luigina Mortari la descrive come “quell’attività in cui i cittadini sono direttamente coinvolti nei processi di ideazione e di organizzazione delle forme, dei tempi e degli spazi della vita urbana”, sembra corrispondere alla volontà di dare voce, responsabilità e mezzi ai cittadini, consentendo loro di sentirsi in primo piano, come parte attiva e consapevole di poter partecipare ad un cambiamento possibile; la progettazione partecipata permetterebbe quindi agli individui di riconoscersi parte di un “grande disegno” che, includendo altri soggetti, altre visioni, altre aspettative, può svelare le potenzialità che realizzano e creano una comunità di apprendimento reciproco e condivisione.

Partendo dall’orticoltura è possibile quindi offrire nuovi approcci diretti ad un cambiamento/trasformazione del vivere nei contesti urbani, e, chissà, ad alternative forme di “sopravvivenza” che possono crescere e moltiplicarsi, nell’occasione che abbiamo (molti la chiamano crisi) di immaginare un futuro migliore.

Il lavoro con la terra può dare soddisfazioni, quel piacere che porta la concentrazione su ciò che di bello, buono, essenziale possiamo ancora realizzare e condividere con gli altri. Richiama un po’ la visione di Frances Moore Lappe, e cioè “ l’idea che la soluzione dei grandi problemi, siano la sicurezza e la vivibilità di una città, la salute di una nazione, la salvezza del pianeta o l’affermazione del diritto a un cibo diverso non deve necessariamente arrivare dai grandi esperti, ma può cominciare da una piantina di broccoli[2].

Per amore del mondo quindi, che è un amore verso chi abita questo mondo e la terra, madre meravigliosa ed universale, che ci può indicare una reale e virtuosa via da percorrere.

[1]   Antonia De Vita, La creazione sociale. Relazione e contesti per educare, Carocci Editore, Roma 2009 .

[2]   In Franca Roiatti, La rivoluzione della lattuga. Si può riscrivere l’economia del cibo, Egea, Milano 2011, p. 75

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