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Cittadine cittadini in divenire

*in collaborazione con Afef Hagi Centro di ricerca PONTES

 

 Il 14 gennaio 2011, il mio popolo mi ha regalato con la sua rivoluzione, la più importante delle libertà: la libertà di lottare. Sono nata e cresciuta in un paese nel quale la dittatura aveva annientato negli anni ogni soffio di libertà che potevamo sognare di respirare. Il silenzio che vigeva nella Tunisia del dittatore Ben Ali era quello della morte della cittadinanza, incarnato dalla divisione tra esseri umani, odoroso della paura della punizione. Dopo ventitré anni di cancellazione di ogni forma di libertà fondamentale, da quella di pensiero a quella politica, passando dal divieto di assemblea e di associazione, la rivoluzione della dignità ha trasformato il nostro essere individui separati in cittadine e cittadini che possono agire per far crescere nel grembo della loro vita comune un progetto di una società libera.

Qualche mese dopo la fuga del dittatore dalla Tunisia, il primo tassello nella costruzione di un vero percorso democratico si è configurato nelle prime elezioni libere per la votazione di una assemblea costituente nazionale. Eravamo travolti dall’uragano del cambiamento che finalmente poteva mettere fine alla nostra condizione di impotenza. Impotenza che fino a quei giorni della rivoluzione era “innegabilmente, la cifra dell’infelicità araba” come asseriva Samir Kassir nel suo manifesto visionario. “Impotenza a essere ciò che si ritiene di dover essere” continua l’intellettuale arabo che ha pagato le sue lotte con la vita. Dopo la liberazione era arrivato il momento della responsabilità cittadina. Quel richiamo è stato fondamentale per me per intraprendere dopo la lotta contro la dittatura una strada nuova, mai sognata, quella in cui potevo essere parte integrante della costruzione della mia, della nostra cittadinanza. Passare dall’essere suddita a quello di cittadina. Avevo la possibilità di candidarmi, da immigrata tunisina in Italia, per rappresentare le tunisine e i tunisini residenti in Italia nell’assemblea costituente e non ho esitato a cogliere questa storica opportunità. Nel settembre 2011, insieme ad altri due miei connazionali abbiamo presentato la lista, indipendente da ogni partito, “Tunisini Oltre Le Frontiere”, come espressione attiva della nostra volontà di percorrere questo cammino democratico. La distanza che mi separava dalla mia terra nativa, dalla mia famiglia tutt’ora in Tunisia sembrava accorciarsi con l’accorciarsi dell’interstizio tra il mio essere donna libera e quello di cittadina libera. Bisogna infatti ricordare che noi donne tunisine abbiamo vissuto sulla nostra pelle una grande contraddizione storica. La Tunisia che mi ha vista crescere mi ha regalato i miei diritti come donna, tramandando le riforme straordinarie volute dal primo presidente della Repubblica all’albore dell’indipendenza nel 1957. Quella stessa Tunisia mi aveva negato, insieme all’intero popolo, i diritti fondamentali di libertà e uguaglianza, non tra sessi, ma tra cittadini. La Tunisia probabilmente è stato il primo Stato nel mondo che ha garantito i diritti delle donne prima di garantire i diritti dell’Uomo.

Sapevo di non avere nessuna chance di vincere questa battaglia elettorale dinanzi a partiti dell’opposizione storica, che tra l’altro erano esiliati e quindi più attivi in Occidente che nella stessa Tunisia, e in particolare il partito di stampo islamico Ennahdha che usufruiva del supporto di una comunità musulmana transnazionale in Italia. Il mio obiettivo non era quello di riportare a casa la vittoria contro gli avversari politici ma prima di tutto di ritornare a casa con la libertà di partecipazione in tasca.

La nuova legge elettorale, per la quale abbiamo lottato vigorosamente nei primi mesi dopo la caduta della dittatura, prevedeva l’obbligo sia della parità tra le presenze delle candidate donne e uomini nelle liste, sia quello dell’alternanza tra i due sessi. Le donne del mio paese sono state presenti in piazza per affrontare il regime e per chiamare fino allo sfinimento, o alla morte, quella dignità e libertà che ci è stata negata per decenni. In seguito hanno scelto di occupare lo spazio politico e di non ritornare nello spazio privato, portando la loro presenza come deputate dell’assemblea costituente al 24% del totale.

L’altro desiderio che mi aveva mossa quando ho deciso di intraprendere questa avventura elettorale, come capolista di una lista indipendente, era quello di riappropriami dello spazio politico che la dittatura aveva occupato abusivamente, con la forza della repressione e della coercizione, da sempre. L’incubo del candidato unico, appoggiato dal partito unico, tinteggiato dal colore unico giungeva alla sua fine quando le decine di liste hanno cancellato risolutivamente il suo ricordo. L’azione civica, indipendente da partiti politici, nella quale ho scelto di muovermi era per me l’espressione più pura di partecipazione cittadina, il primo passo nel disegnare il nuovo volto della nascente società tunisina, sia in patria sia all’estero. La società civile, sorta da cittadine e cittadini senza colore politico, esprimeva la sua esistenza tramite la sua presenza massiccia nel processo elettorale, sia da candidati sia da organizzatori di questa storica sessione elettorale.

Infine, si è prospettata una nuova dinamica, scaturita dalle prime elezioni libere, che non potevo perdermi, parlo dell’occasione di assistere alla nascita per la prima volta nella storia della nostra diaspora, del germe di una comunità. Le tunisine, i tunisini all’estero, a immagine di quelli quelle in Tunisia, si sono portati dietro i meccanismi di paura e di sospetto dell’altro, trasmessi da una dittatura che faceva degli individui degli informatori del regime. L’assenza di fiducia nell’altro ha portato le nostre comunità a essere frammentate, sparse sul territorio italiano, fin troppo “integrate”, pur di rimanere invisibili. Anche perché il margine di movimento all’interno della comunità era occupato principalmente dalle attività dei rappresentanti del regime di Ben Ali. La rivoluzione in Tunisia che ha portato all’organizzazione delle elezioni libere mi ha permesso di scoprire centinaia di volti e di storie di vita delle mie concittadine, dei miei concittadini residenti in Italia, di avvicinare durante i lunghi viaggi della campagna elettorale donne e uomini, giovani e meno giovani che condividevano con me il passato e il presente. Una storia di dittatura e un presente di immigrazione. Non dimenticherò mai le parole di incoraggiamento che tante, tanti di loro mi esprimevamo pur dichiarandomi che non mi avrebbero votata e del mio immenso riconoscimento per il loro sostegno, vicinanza e umanità. La comunità nasceva attorno a un senso di appartenenza che andava oltre la cultura comune o la religione condivisa, nasceva sulla base di questa condizione di essere nuove cittadine tunisine, nuovi cittadini tunisini. In quei fine settimana di ottobre 2011, mi portavo spesso mio figlio di tre anni in macchina, percorrendo le autostrade italiane per partecipare a vari incontri e dibattiti elettorali. Mi rendo conto oggi che volevo condividere con lui quei momenti fondativi della storia del mio paese, della mia storia, della sua storia.

Oggi stiamo dibattendo all’interno dell’opinione pubblica, insieme ai rappresentanti dell’Assemblea costituente, di tutti quei diritti che vorremmo veder espressi nel testo della nostra costituzione. L’agire politico, che non si riassume nel processo rappresentativo delle elezioni, ci fa scoprire giorno dopo giorno come la presa di parola, di posizione, di occupazione della piazza per lottare ogni volta per un diritto diverso, per esprimere le nostre esigenze e i nostri bisogno in quanto cittadini, sia la nostra strada verso la democrazia. Oggi continuo a battermi, pur non essendo una deputata dell’Assemblea costituente, ma una voce esterna che accompagna gli schiamazzi di gruppi finalmente liberi di esprimere ciò che sono. Cittadine e cittadini liberi e quindi urlanti, dicenti, comunicanti.

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