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Cinzia Bigliosi, Irène Némirovski

Doppiozero, Milano 2013
 
 
Questo agile volumetto di Cinzia Bigliosi su Irène Némirovski si legge volentieri perché è un saggio appassionante come un romanzo, che segue con ritmo incalzante le tappe principali della vita avventurosa e difficile e della scrittura tagliente dell’autrice russa. Partendo dalla riscoperta dell’opera di Némirovski con la pubblicazione di Suite francese nel 2004, che concesse alla scrittrice una seconda vita nello spazio letterario dopo che la sua era stata tragicamente troncata ad Auschwitz nel 1942, Cinzia Bigliosi ne ripercorre appassionatamente la vicenda esistenziale e letteraria. Vorrei soffermarmi in particolare su tre nuclei tematici affrontati nel testo.

Il primo è rappresentato dal controverso rapporto di Némirovski con la sua origine ebraica: in diversi suoi romanzi, a partire dallo straordinario David Golder, che le diede una fama inaspettata, l’autrice descrive in modo impietoso l’ambiente e i personaggi israeliti, al punto che diversi critici l’hanno accusata di odio ebraico di sé o di antisemitismo. Giustamente, nel ricostruire il dibattito sul presunto antisemitismo di Némirovski, Cinzia Bigliosi rivolge l’attenzione soprattutto alle caratteristiche della sua opera letteraria e all’esigenza di verità al di là delle apparenze che la anima. La scrittura di Némirovski è caratterizzata da una “ricerca chirurgica della verità psicologica dei personaggi” (p. 45): è una scrittura impietosa, che sacrifica i buoni sentimenti e il politicamente corretto a una verità aspra e sgradevole. Se l’autrice descrive dunque in modo impietoso i personaggi ebrei che popolano i suoi romanzi, non lo fa per antisemitismo ma per fedeltà al suo modo di cogliere e di rappresentare la realtà – tutta la realtà, chiunque ne faccia parte -, che è sempre crudele, aspro e tagliente.

Il secondo nucleo tematico interessante soprattutto per chi, come me, radicandosi nel pensiero della differenza sessuale, considera importante l’esplorazione della relazione madre-figlia, è il tormentato legame di Irène con la propria madre, di cui diversi romanzi, da Il ballo a Jézabel a Il vino della solitudine, rendono conto. Non si tratta soltanto di una relazione difficile, ma di un vero e proprio odio per la madre, frutto di un amore non ricambiato e di attenzioni negate: la madre è sempre raffigurata da Irène nei romanzi come una civetta abbagliata dalla mondanità, circondata da amanti, incapace di amore per il marito e per la figlia, la quale è vista da lei prima come testimonianza vivente del tempo che passa impietoso, corrompendo la bellezza materna, e poi come pericolosa concorrente nelle relazioni con gli uomini. Ci fu però nella vita di Irène, così come nei suoi romanzi, una madre sostitutiva, l’amatissima governante francese Marie, che le fornì cure fisiche e le garantì un’elargizione incondizionata di affetto e di tranquillità emotiva: l’amore negato dalla madre le fu concesso a piene mani da questa madre sostitutiva, grazie alla quale fu piuttosto il francese che il russo la lingua materna di Irène.

Cinzia Bigliosi sottolinea giustamente come la difficile relazione con la madre reale sia stata per Irène molto feconda sul piano della scrittura: diversi suoi romanzi pongono al centro la relazione madre-figlia, mettendo in scena la vendetta della figlia verso la madre e la tremenda ritorsione di quest’ultima, in un duello mortale nato dalla tragedia dell’amore materno negato. Anche trattando questo tema difficile, Irène si mantiene fedele a una verità scomoda e sgradevole, che non viene per nulla attenuata né addolcita, ma che anzi è accentuata nella scrittura. Se è vero che, in Némirovski, l’esigenza di scrivere nacque dal bisogno vitale di mettere a nudo “la verità profonda che è quasi sempre in opposizione con l’apparenza” (p. 55), si può dire che, anche nel descrivere in modo impietoso la figura materna, l’autrice tenga fede al suo proposito di smascherare la menzogna romanzesca per far emergere una verità dura e scomoda.

Infine, il terzo elemento opportunamente messo in luce dall’analisi critica di Cinzia Bigliosi è il profondo legame che la scrittura di Némirovski intrattiene con la propria materia autobiografica: in fondo, Irène scrive e riscrive, con numerose variazioni e diversi spostamenti di accento, sempre la stessa storia, una storia che ha al centro delle figure di ebrei, esuli, russi, orfani incompresi e figli non amati. Come era lei. Irène parte dal suo romanzo familiare, dal padre raffigurato in David Golder e dalla madre protagonista di Jézabel, per poi spostarsi sulla seconda generazione dei suoi personaggi, sui figli sacrificati sull’altare di eredità morali ed economiche, in un eterno ritorno di una tipologia di figure che le somigliano profondamente. Vorrei sottolineare questo aspetto perché ritengo che il costante rimando alla materia autobiografica, profondamente rielaborata nella scrittura, sia una peculiarità di buona parte della letteratura femminile. Se è vero, come sottolinea Maurice Blanchot, che la scrittura letteraria implica il passaggio dall’io all’egli, a una terza persona narrativa che è indice di una necessaria presa di distanza da sé, tuttavia, nel caso della scrittura femminile, tale passaggio non comporta un approdo all’impersonale, ma una rivisitazione della propria materia autobiografica che sia in grado di restituire, con variazioni e riscritture successive, un vissuto che rimane pur sempre soggettivo e singolare. Come altre scrittrici contemporanee – penso ad esempio a Marguerite Duras –, Irène Némirovski rimane fedele a un vissuto soggettivo che, pur dilatandosi e modificandosi nelle diverse riscritture, lascia tuttavia intravedere, dietro alle vicende e ai personaggi più diversi, l’impronta di una singolarità irriducibile, di un io così intimo che porta con sé “anche i frammenti di un nucleo di indicibile e di inespresso” (p. 57).

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