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Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto di Donna Haraway

Vorrei parlare di un libro divertente, che oggi è molto ripreso all’interno del dibattito ecologico femminista. È di Donna Haraway, intitolato Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (trad. it. di Clara Durastanti e Clara Ciccioni, Nero ed. 2019). Divertente perché leggendo questo libro sono stata sorpresa e travolta da idee, figure, immagini che obbligano a spostarsi dagli schemi abituali. La figura con la quale vorrei iniziare è quella del gioco della matassa, che consiste per Haraway nel dare e ricevere schemi, figure, creando fili nuovi, che poi altre mani riprendono e rilanciano in un percorso simile al lavoro ad uncinetto. Una forma di condivisione e creazione collettiva in divenire. Mi piacerebbe che questo mio commento al libro fosse un ulteriore figurazione che riprende e continua il gioco della matassa.

Parto classicamente dal titolo, ma da quello in lingua inglese, nonostante le traduttrici italiane siano state molto brave e da loro abbia imparato molte cose per quello che hanno scritto sia nelle pagine iniziali sia nelle note. Il titolo inglese del libro è meno drammatico e dark di quello italiano e personalmente lo preferisco: Staying with the Trouble – Making Kin in the Chthulucene. Forse a prima vista è più enigmatico della traduzione italiana e tuttavia dà un orientamento per l’agire. Per un pensiero inteso come pratica.

Innanzitutto Staying with the Trouble suggerisce l’idea di stare accanto alla questione che ci coinvolge (al problema, come scelgono le traduttrici, motivando in modo preciso la scelta). Ma è una questione che porta con sé qualcosa del gorgo, di una visione non ancora limpida e decantata. L’invito è a starci dall’interno, in quanto ci riguarda soggettivamente per l’aspetto per cui siamo abitanti con altre specie del pianeta. Staying with the Trouble è un invito a starci presso con il pensiero e ad inventare pratiche nuove e adatte, evitando uno sguardo di sorvolo. Piuttosto rimanendo nella Terra e non solo sulla Terra: facendo parte del suo humus. Il fatto che non si abbiano delle visioni chiare non significa che non si possano fare molte cose precise e concrete. L’importante è pensare, proprio a partire dalla situazione complessa e confusa che viviamo. Perché, osserva Haraway, quel che è mancato al secolo XX è stato il pensare a quel che si viveva. E dunque – scrive – occorre pensare, riprendendo l’invito di Hannah Arendt. Un pensiero a partire dalle esperienze, ma che coinvolga tutte le specie. Un pensiero condiviso con loro. Proprio il suo riferimento ad Hannah Arendt mostra il salto simbolico che lei suggerisce e che stiamo vivendo nell’epoca della rivoluzione ecologista femminista. Non si tratta di essere in relazione solo tra umani come Hannah Arendt presupponeva. Infatti oggi, la possibilità di dare una svolta netta, che può salvare il pianeta, è quella di fare matassa, di creare reti creative, con tutte le specie, umane e non umane.

Passo alla seconda parte del titolo, Making Kin in the Chthulucene, più complessa e ricca di suggestioni. Fare kin: si tratta di un neologismo per il quale Donna Haraway intende il generare parentele, creare legami imprevedibili, assumendo al limite anche quelli famigliari, ma risignificandoli all’interno di generazione di legami per i quali si sente un’autentica responsabilità. Per sapere quando si sta generando parentele, – quando cioè si sta facendo kin -, il segnale è che ci sentiamo allora responsabili per queste catene di esseri. La domanda è infatti allora: verso chi ci sentiamo davvero responsabili? Come partecipare al vivere assieme, allo spartire il pane ma anche al condividere la morte e i riti di passaggio di morte con le diverse creature? Il salto simbolico sta nel generare amichevolmente e gentilmente (kind, dice Haraway, assomiglia molto a kin) parentele con gli esseri umani e con quelli non umani. E che questo agire può offrire una possibilità di abbondanza e fertilità alla terra tutta.

È un libro militante, che entra nel pieno del dibattitto prendendo posizione esplicitamente.

Si distanzia dalle teorie che propongono una ecologia per la pura sopravvivenza o per una resistenza o per uno stile di vita ascetico per la salvezza del pianeta. La strada come abbiamo visto è tutt’altra. Generare legami, fili imprevisti con tutte le specie, creando così vie altre per avviare l’esistenza verso forme di ricchezza e di abbondanza diversa da quelle proposte dal capitalismo fondato su produttività e consumo. La fertilità deriva dalla capacità di condivisione tra specie diverse.

Critica l’ingenua fede nella tecnologia, che dopo aver provocato disastri ambientali, sarebbe l’unica sponda per salvare il mondo. Il che non significa che la tecnologia non possa essere messa a servizio per facilitare la convivenza tra le specie, ma cambiando allora radicalmente di segno.

Allo stesso tempo critica quel disfattismo lucido, basato su conoscenze e informazioni, che nega la possibilità stessa di salvare il pianeta e di avere un futuro.

Proprio a partire dall’idea del con-divenire con le specie compagne, Haraway prende posizione contro il postumanesimo, che è una corrente di pensiero molto diffusa. Con l’intento di criticare la posizione dominante ed eccezionale della specie umana nei confronti delle altre specie, il postumanesimo spinge verso il superamento della specie umana. Ora, giustamente Donna Haraway sostiene che per ottenere una critica profonda al dominio del moderno sulla natura non si tratta tanto di cancellare la differenza di specie e della specie umana in particolare. Piuttosto lei suggerisce che l’essere umano si pensi all’interno del divenire con le specie compagne, senza che si neghi in quanto specie, prendendo coscienza dei legami di interazione che esistono con le creature.

Abbiamo vissuto un esempio di con-divenire con le specie nel periodo del lockdown per la pandemia iniziata nel gennaio 2020. Haraway non ne ha potuto tenere conto in quanto ha scritto questo testo nel 2015, e porta infatti come esempi gli effetti dei grandi incendi dell’estate 2015 in California. Ma abbiamo visto qualcosa di interessante in questo senso anche durante il confinamento. Quanto più gli esseri umani si rinchiudevano nelle case, tanto più gli animali uscivano dai loro luoghi protetti per avventurarsi per strade deserte, abbandonate dagli umani. Ci siamo resi improvvisamente conto di quanto gli animali ci osservino, si rendano conto, prendano spazi se noi ci ritiriamo. Improvvisamente abbiamo visto quanto gli animali interagiscano con noi e noi con loro senza che normalmente questa interazione sia percepibile in quanto troppo abituale. Li incontriamo ovunque – insetti, mammiferi, uccelli – e non sappiamo di prendere misura con effetti sul loro prendere misura. Questo misurarsi reciprocamente avviene sempre, senza che ce ne rendiamo conto.

La proposta di una con-divisione e un con-divenire con le specie compagne riguarda per Donna Haraway non solo la vita ma anche le forme della morte. Questo mi sembra molto interessante. La morte e il lutto riguardano anche le specie animali e saperne significa davvero condividere. Gregory Bateson sosteneva che la politica sarebbe diversa se chi ne ha la responsabilità sapesse come nascono i piccoli dei camosci. Ma aggiungerei: io stessa – mi dico – sarei una donna diversa se sapessi non soltanto contemplare i disegni delle rondini nell’azzurro di giugno, ma se conoscessi dove vanno a morire le rondini e come muoiono. Con le parole di Haraway, noi saremmo esseri umani differenti se sapessimo spartire con gli esseri a cui ci sentiamo legati non soltanto le forme di vita, ma anche quelle della morte. Perché non so nulla delle rondini, che pure amo e contemplo?

È curioso che Haraway usi con insistenza un termine della filosofia di Heidegger, il mondeggiare. Ne esclude tutti gli aspetti di un eccezionalismo umano, quello per il quale solo l’uomo è capace di mondo. Ma non semplicemente perché anche gli animali sarebbero capaci di mondo, ma perché, nel mondeggiare, umani e non umani siamo in una relazione costitutiva e allo stesso tempo contingente. Nella contingenza dell’aprirsi di un mondo ogni differenza si mantiene tale nel “tra” che si crea. Il mondeggiare è sorgivo di un tempo altro da quello lineare, che ricomprende il passato e si apre al futuro.

Donna Haraway chiama compost questo fare mondo assieme. Sappiamo cos’è il compost. Si tratta di residui di foglie, di terra, di liquami, di resti alimentari (bucce, fondi di caffè, torsoli etc.) che sono trasformati da microrganismi. Il compost crea un buon terriccio fertilizzante. È la figura del compost che Donna Haraway oppone a quella del postumano. È un processo trasformativo in cui gli esseri umani si modificano mescolandosi ai non umani. Ne viene un humus fertilizzante che non sappiamo prevedere in anticipo. È questo ad aprire la possibilità di un mondo abitabile e prospero – vero e proprio humus, esattamente come l’effetto del compost.

Una delle condizioni perché questa fertilizzazione comune riesca è che la popolazione della terra diminuisca. Sappiamo che uno dei problemi maggiori per la vivibilità del nostro pianeta è che la popolazione sta aumentando in modo vertiginoso obbligando a trovare risorse, che sono sempre inferiori al fabbisogno, e producendo una sempre maggiore povertà. A questo proposito Donna Haraway chiama in causa le donne, soprattutto le donne femministe, in quanto nella cultura femminista si è separata per la prima volta la sessualità dalla riproduzione della specie. Questo è stato un atto politico e simbolico che ha fatto sì che la natalità non fosse più considerata naturale, dipendente in realtà dal costume patriarcale, ma un gesto libero delle madri, in rapporto al loro desiderio. Diciamo con altre parole che la maternità non è stata più un destino. Quello che qui Haraway richiama è la contraddizione in cui vivono le donne rispetto ad una visione d’insieme del pianeta. Da un lato divenire madri dipende da un desiderio soggettivo, dall’altra la diminuzione delle nascite sarebbe una condizione necessaria per la sopravvivenza stessa delle specie tutte, non solo quella umana. Haraway non dà una soluzione a questa contraddizione. Ogni donna è libera nel suo desiderio. Allo stesso tempo invita ad una visione d’insieme. Concretamente con il suo libro spinge nella direzione del mostrare il valore delle parentele tra esseri accanto alla generazione di figli.

In questo senso questo libro risulta l’invito a generare nuovi legami di parentela non famigliari. È un manifesto contro il rinchiudersi nel mondo stretto della famiglia. Semmai la famiglia viene vista come una delle possibili catene amabili, entro le quali ci sentiamo responsabili. Una tra le altre.

Arrivo a questo punto all’ultima figura del titolo del libro espressa in “Makin kin in the Chthulucene”. Chthulucene è l’epoca del ragno ad otto zampe, una specie di ragno che vive vicino a casa dell’autrice, in California. Haraway interpreta l’Antropocene come la narrazione di un’epoca, un modo di raccontare l’epoca del moderno con diverse possibili datazioni. Così il Capitolocene è la narrazione dell’epoca pervasiva del capitalismo. In questo senso anche il Chthulucene è una narrazione.  È il racconto dell’epoca del ragno, cioè l’epoca dell’arte del tessere, del fare la matassa, di muoversi obliquamente con i fili come quando si lavora ad uncinetto. Mostra che diversi elementi di questa epoca in realtà sono antichi. Li si ritrova in tradizioni indigene, in culture antiche diverse. Ma nel presente è un’epoca che può emergere come uno zampillare dall’interno delle altre epoche e con il suo libro lei fa tutto il possibile per quello che sta a lei di farle spazio.

Trovo molto bello che il ragno risulti il simbolo anche del fare e pensare sentendo e tentando. Questo per le sue zampe molto sensibili che “tastano” attorno a sé. Ne è dunque l’emblema del tentare con appendici che possono risultare infinite. Cifra del pensare e dell’agire in questa nuova epoca.

Propone dunque una vera e propria metodologia per l’epoca del ragno a zampe lunghe. Nell’agire e nel pensare si tratta di “collegare mondi attraverso connessioni parziali e non ricorrendo a universali e particolari” (p. 28). Si fa la matassa con altri esseri situati essendo a nostra volta situati. “Nessuno vive ovunque; tutti vivono da qualche parte. Niente è connesso a tutto. Tutto è connesso a qualcosa”. Si è qualcuno in rapporto a qualcun altro e con questo si tesse, si creano figure assieme. Come? Siamo da sempre nel gioco della matassa. Veniamo da figure e ne creiamo passandole ad altri, che le trasformano, dando forma a figure impreviste. Così anche si pensa assieme, prendendo idee da altri, trasformandole e offrendole a qualcuno che le rilancia a sua volta, modificandole. Avere presenti le idee che adoperiamo per pensare altre idee è molto importante in questa metodologia di Haraway. Così come sapere bene quali relazioni mettano in rapporto ad altre relazioni. È in questo modo che si elabora un’arte del vivere in un pianeta danneggiato, ma, ripeto, non per sopravvivere, bensì per aprire una vita fertile per tutti, umani e non umani.

Haraway mostra qualcosa che chi ha abitudine con gli animali sa bene. E cioè che fare la matassa è un’arte che si mette in moto anche con gli animali. Il vivere e in particolare il giocare con gli animali significa costantemente scambiarci figure, dove l’animale la riprende a suo modo. Solo che Haraway ne fa qui qualcosa di più di una semplice esperienza: un manifesto politico. Il compost delle creature multispecie e di cui facciamo parte ha bisogno che creiamo e ci scambiamo figure tra umani e non umani. Nel concreto di singole situazioni, perché si è sempre qualcuno in rapporto a qualcun altro. Ad esempio, Haraway dedica un intero capitolo a fare matassa con i piccioni, a partire dalla lunga esperienza che gli esseri umani hanno con loro. Questo significa per lei non cadere mai nell’universale-particolare, ma nel contingente qui e ora in rapporto a quelle creature precise, in situazioni altrettanto precise che si possono raccontare concretamente.

È un libro che ha una grande cultura e allo stesso tempo vuole essere un manifesto politico. Il lavoro sul linguaggio che lei fa è orientato a trovare parole che suscitino pensiero immaginante, che colpiscano come un punto di non ritorno, che dicendo diventino performative di percorsi soggettivi.

Per aprire la mente e l’immaginazione riunisce attorno a sé pratiche molto diverse tra di loro, che riassume nell’acronimo FS, che sta contemporaneamente per fantascienza, fabula speculativa, femminismo speculativo e fatto scientifico.

Lei riprende la fantascienza perché è immaginazione di mondi, ma non in modo semplicemente ludico. Piuttosto per stare in un rapporto più profondo con la realtà. Il suo riferimento principale è Ursula Le Guin per la sua capacità di raccontare una storia ancora non narrata, per trovare il filo rosso della vita.

Le fabule speculative sono quelle di antropologi, fisici, politologi, filosofi e filosofe come Isabelle Stengers, Bruno La Tour, Hannah Arendt, e moltissime altre e altri, con una inclinazione manifesta per le studiose di matrice femminista. In questo senso il femminismo speculativo attraverso tutto il libro sia per quanto riguarda il sapere che suggerisce sia per la posizione politica nei confronti del mondo, i due aspetti non potendo essere separati.

Gli scienziati e le scienziate sono fondamentali nel libro. In particolare il suo debito va a Lynn Margulis, una biologa che ha lavorato a lungo partendo dal presupposto che “al centro della vita c’è l’idea di nuovi tipi di cellule, tessuti, organi e specie [che] si evolvono soprattutto attraverso la persistente intimità tra sconosciuti” (p. 91).

Ora è proprio questa “intimità tra sconosciuti”, come via di evoluzione biologica, ad essere il modello di quel processo che lei chiama di simpoiesi e che Donna Haraway contrappone all’autopoiesi. Nella simbiogenesi le creature si collegano tra loro in una intimità tra estranei, che porta a nuove forme di vita.

Risulta evidente come proprio gli studi di biologia di Lynn Margulis siano una delle ispirazioni più importanti per la scrittura dell’ultimo capitolo del libro. Qui viene raccontata una vera e propria favola fantascientifica, che risulta un salto rispetto all’intero libro ma che ne è in un certo senso l’effetto immaginifico. Haraway racconta il mondo delle Camille. In esso, accanto ai bambini generati da umani vengono messi al mondo creature che nascono dall’incrocio tra farfalle e umani. In questo mondo il compost non riguarda solo il fare matassa assieme tra umani e non umani, ma anche il fare matassa tra parti di DNA con altre parti di DNA in modo che nascano creature nuove da questi assemblaggi. Da qui Haraway dipana una serie di riflessioni filosofiche, come ad esempio il modo diverso di rapportarsi alla memoria, al tempo e al passaggio di generazioni tra Camille e Camille. Così come l’importanza dell’elaborazione del lutto e del dolore per stare nella condizione di relazione con gli esseri.

Questo è un libro che tende ad aprire la mente e a suggerire vie altre per abitare il mondo. In questo senso si allontana dalla teoria critica femminista per riprendere invece quella via di sperimentazione, di slancio, di creazione di figure impreviste in un legame profondo con la realtà, che si avvicina alle forme del femminismo che aprono un movimento immaginante e trasformativo del mondo.

Per questo è con un certo stupore che ho letto una recensione su «Doppio zero» in cui l’autore parla di Donna Haraway come una grande pensatrici, che avrebbe però “purtroppo” l’ostinazione di filtrare tutto attraverso un femminile mitizzato. In questo modo non riuscirebbe a condurci – secondo l’autore – fino al cuore della produzione di differenze molteplici. Questa recensione è un esempio di come molte volte il pensiero maschile non sia capace di entrare in relazione con quello delle donne. Ne aggira la matrice sessuata, riportandola ad un pensiero neutro.

 

Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, trad. it. di Clara Durastanti e Clara Ciccioni, Nero ed., 2019.

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