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Chi è l’elefante?

https://vimeo.com/88335733

 

Marta Roberti, Cacciata dal paradiso (Antilopi), disegno inciso su carta carbone, 2020, fotografia di Giorgio Benni

  

There Is an Elephant in the Room è il titolo della mostra personale di Marta Roberti, a cura di Manuela Pacella, inaugurata il 20 ottobre 2020 alla Fondazione Pastificio Cerere.

Quando devo ragionare su una mostra, opera di esposizione che considero compiuta nel sodalizio che si celebra tra un’artista e una curatrice, di solito parto dal titolo, dalla superficie; mi piace sfiorare la pelle delle cose prima di lanciarmi a capofitto nel viaggio infinito e sempre nuovo che ogni apertura alla creatività offre.

La pelle dell’elefante è ruvida, rugosa, screpolata, piena di piccole fessure.

Forse per questo il titolo che incontriamo porge il fianco a svariati giochi del senso e del significato.

Il primo è l’espressione stessa in inglese, nel suo utilizzo come similitudine ci segnala un problema evidente di cui non si vuole parlare, una verità scomoda che si sceglie di ignorare.

Si può non vedere un elefante in una stanza?

Chiaramente no!

A cui segue una domanda la cui risposta è meno ovvia: che cosa scegliamo di non voler vedere, nelle nostre stanze, per anestetizzare il dolore accecante della verità che stiamo sperimentando?

Perché ignorare la verità che si è manifestata?

Cosa cerchiamo di salvare mentre scegliamo di sprofondare nella negazione, nella cecità?

Negare l’elefante è l’azione che annuncia la scissione tra il sentire e il pensiero, quando il corpo si separa dalla mente credendo di poter occultare il sintomo.

Perdere il corpo e l’esperienza incarnata spesso spalanca le porte della malattia mentale, così scompare la grigia pelle rugosa ma iniziano i barriti.

Per questo non sorprende scoprire che l’artista viene colpita dalla manifestazione dell’elefante, durante una visita allo zoo di Roma, in un momento della sua vita in cui si interessa di psicoanalisi; tra i libri viene colpita dalla ripetizione dei movimenti nella reclusione, dai gesti svuotati di senso e di libertà, reiterati dagli ospiti degli ospedali psichiatrici.

L’elefante che vediamo nella mostra non è libero.

Quell’elefante, da divinità maestosa della savana, in un istante si trasforma nel prigioniero disorientato, che cammina avanti ed indietro nella sua cella, senza più fine o scopo alcuno.

Chi è l’elefante?

Nella pienezza della grazia della carne, dei movimenti della proboscide, pienezza svuotata da occhi che cercando di riempire il vuoto della propria cecità[1], vibra il disorientamento dell’esilio dal territorio del senso e del desiderio, dove le nostre esperienze erano in armonia con il nostro bene e la nostra libertà.

Dove gli occhi vedevano e sentivano simultaneamente.

Un luogo nel quale la relazione autentica con ciò che ci circondava era possibile, dove poteva accadere l’incontro, dove guardarsi era toccarsi, dove poteva sorgere l’amore.

Dove eravamo felici.

Questa esperienza ci porta a chiederci perché un elefante stia in una stanza, perché qualcuno lo voglia in uno zoo, chi ha deciso di bandirlo dall’Eden?

Mentre guardiamo vibrare l’elefante di Marta Roberti sul tufo nero sappiamo di non essere tra acacie spinose e baobab, arse dal sole cocente di un’Africa lontana.

Siamo a Roma in un vecchio mulino, in uno spazio sotterraneo chiuso, in un luogo in cui non risplende il sole dell’Equatore e la clorofilla è molto distante, dove le macchine di lavoro si intrecciano alle pietre che ancora portano il segno del crollo, causato dal bombardamento durante la Seconda guerra mondiale.

Questo non è di certo l’Eden.

Seguire tale sensazione ci porta direttamente tra le braccia del disegno che si intitola “Cacciata dal Paradiso”, in cui assistiamo in un primo piano alla lotta tra due antilopi, mentre sullo sfondo è possibile intravedere l’artista nuda di spalle allontanarsi, come una contemporanea Eva nell’atto di andarsene.

Il male è entrato e nulla è più come prima.

Le antilopi che in un disegno precedente a questa mostra erano divinità innamorate, ora sono in guerra. Chi ha rotto l’idillio?

L’elefante è nella stanza. Chi è l’elefante?

È il male ciò che non vogliamo vedere e per questo ne veniamo travolte ogni volta?

Le macchie delle iene che si accoppiano, mostrano insieme ai denti che l’amore è finito perché ha smesso di essere immacolato, senza macchia?

Oppure è la grande clitoride della iena femmina, priva di ciò che il patriarcato chiama canale vaginale, che minaccia la falsa centralità del significante fallico e perturba la coppia?

La meraviglia della coda aperta del pavone riesce a trovare il modo di uscire da quella stanza?

Che cosa non stiamo vedendo quando guardiamo l’elefante?

Mi sono chiesta ed ho chiesto all’artista quale sia il sesso del pachiderma, perché non si vede.

Rimane una domanda che non ha risposta.

Gli elefanti vivono in gruppo in strutture matriarcali, un’unica madre guida.

La differenza sessuale non è mai indifferente.

Quindi forse la domanda non è perché un elefante sia rinchiuso in una stanza, ma perché sia solo in una stanza. Dov’è la madre?

Così seguendo il filo della genealogia femminile riesco a ritrovare la clorofilla che mi permette di non rimanere sepolta sotto le pietre del bombardamento.

Ritrovare la madre dell’elefante significa aprire la porta alla prima relazione autentica che nasce per amore, dove il sentire è ancora prima del vedere, misura del bene che non separa la mente dal corpo e genera la vita.

Nessuna può essere cacciata dall’Eden perché non è dio a dare alla luce, ma è sempre una madre a generare nel buio del suo ventre.

Ritrovare la madre dell’elefante permette di guardare verso la madre dell’artista e scoprire come la sua tecnica inizi proprio con un regalo materno.

La carta carbone arriva nella vita di Marta Roberti da bambina, come regalo della madre per disegnare. Resti conservati, tracce di un lavoro in ufficio a cui la donna era molto affezionata, prima di sposarsi, che portano nell’infanzia dell’artista il segno della passione per il proprio lavoro legato all’indipendenza della propria realizzazione.

Prima del matrimonio.

Trovo affascinate come il gesto creativo nasca in una bambina che mescola su una carta copiativa i propri disegni alle parole incise della madre, trovando lo spazio immaginario, nel nero del carbone, dove mettere in luce la propria differenza e dare vita al proprio segno.

I movimenti dell’elefante che si ripetono in piccoli spazi svuotati di significato, ritrovano il senso e si salvano grazie ai piccoli movimenti della mano di Marta, che si ripetono minuziosi, in un lavoro al negativo, incidendo la carta carbone per ore ed ore ed ore.

Come scriveva Louise Bourgeois “Art is a guaranty of sanity”, l’elefante non è più nello zoo.

Desidero concludere affermando che ogni volta che guardiamo un’opera, come ci ha insegnato Carla Lonzi, non dobbiamo mai smettere di chiederci chi è l’artista ed io aggiungo anche dove sia la madre.

[1] Quegli sguardi dei visitatori dello zoo di Roma cercano forse un surrogato di amore giornaliero in quei 16 euro del biglietto d’ingresso?

 

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