Mi trovavo nel territorio palestinese nel febbraio dell’anno scorso. Attraversavo in quel momento il confine della west-bank per entrare a Gerusalemme. Scesa dall’autobus camminai quei venti metri, sotto il tiro della guardia di vedetta, per raggiungere i controlli. Entrata in quella che a me ricordava la gabbia per leoni vista in alcuni film, mi misi pazientemente in coda.

Con me donne, uomini, bambini vivevano momenti di routine, quotidiani trattenimenti dei loro corpi, sottoposti alla violenza psicologica, al furto della libertà e di ogni qual si voglia diritto.

Non eravamo in molti, non superavamo la quindicina a vista d’occhio. Quando arrivò il mio turno erano passati all’incirca dieci minuti. Da quel momento però l’attesa non fece che prolungarsi, e a prolungarsi, se non altro ai miei occhi, ingiustificatamente. Quando feci leva sulla punta dei miei piedi per vedere, al di là delle sbarre, quale potesse essere il motivo di questi ormai venti minuti trascorsi tra gli sguardi bassi e il silenzio della rassegnazione che mi stava alle spalle, non provai che rabbia e un grande senso d’impotenza. Le militari destinate al controllo stendevano smalto sulle loro unghie, tra i sorrisi e le chiacchiere, sorseggiando bevande calde. Credo avessero poco più della mia età, e una disinvolta aggressività di chi sa di avere le spalle coperte dal potere, a portata di mano un mitragliatore e davanti uomini e donne dimenticati dal diritto internazionale e dalla popolazione mondiale.

Forse fu questo a non impedirgli di rispondere con il ghigno e la strafottenza a quell’unico uomo che, dopo mezzora di silenzio, chiedeva d’esser fatto passare. L’attesa continuò. Alle mie spalle gli sguardi mi parevano fessure che davano su mondi spenti, rassegnati, stanchi. Io che vivevo questo per la prima volta non riuscivo invece ad accettare, a comprendere, a giustificare.

 

È stato in quell’istante, in cui il mio tempo sembrava sfuggirmi di mano, non appartenermi, in cui la mia mandibola sembrava non riuscire più a reggere quella stretta che le imponevo come reazione a un’improvvisa rabbia, che il mio corpo mi richiamò a un’altra via. Mi sorpresi ad avere un’irresistibile voglia di ballare. Ballare. Muovermi. Gioire del mio essere corpo, del mio esistere anche in quello spazio racchiuso nelle braccia fredde di sbarre di ferro. Sentivo l’impulso a manifestare, nel ballo, un tempo che non mi poteva essere tolto. Il tempo e lo spazio che occupavo.

Comunicai questo desiderio al mio compagno di viaggio che mi invitò saggiamente a “non fare cazzate”. Così cercai di calmarmi. E per farlo non mi restò che immaginare. Immaginai una quotidiana protesta di corpi in ballo di fronte a una qualsiasi ingiustificata, frustrante attesa. Immaginai quelli che stavano alle mie spalle in una comunicazione e scambio d’ogni tipo. Come un incontro di vite in protesta. Immaginai un quotidiano dialogo, attraverso parole, movimenti in equilibrio, condivisioni di vite, anche frustrate, sofferenti, prigioniere, ma di vite consapevoli del loro esserci che, nell’incontrarsi, rifiutano d’inchinarsi a una graduale morte dell’anima. Così, immaginando di poter alzare la testa per incontrare e riposare in quello sguardo, in quel corpo che assieme a me viveva il furto di libertà, passai il confine.

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