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Che cosa significa essere una donna e pensare? Riflessioni a partire dalla raccolta degli scritti di Françoise Duroux

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Sono usciti nel 2018 in Francia due corposi volumi che raccolgono testi noti e non noti – non tutti pubblicati – di Françoise Duroux, a tre anni dalla sua morte. La cura dei volumi è frutto del lavoro di Mireille Azzoug e Yves Duroux, con la collaborazione di Christiane Veauvy e Michèle Guérin Sinapsi. Il titolo dell’opera è Françoise Duroux, Une trajectoire féministe. Textes et positions, Le File d’Ariane ed., Institut d’études européennes, Université Paris 8, Vincennes-Saint-Denis, Paris 2018.

Raccoglie saggi, che hanno accompagnato nel tempo e si sono intrecciati alla pubblicazione dei libri, e cioè Antigone encore. Les femmes et la loi, ed. Côté des femmes, Paris 1993, inoltre Féminismes I. Les luttes des annés 70, con Françoise Collin e Florence Rochefort, Éditions du centre Georges Pompidou – BPI, Paris 2006, e in ultimo Françoise Duroux (a cura di), Virginia Woolf. Identité, politique, écriture, Indigo et Côté-Femmes, Paris 2008.

Nell’intenzione dei curatori la pubblicazione di questi saggi – altrimenti sparpagliati in numerose riviste, libri e siti – può suscitare un confronto e un dibattito con il pensiero di Françoise Duroux non tanto per riconoscerne l’originalità, che è un dato di fatto, ma soprattutto per entrare in dialogo con le sue tesi e per avere argomenti molto fini sul piano del pensiero, se si vuole prendere posizione nell’attuale dibattito femminista. È evidente il desiderio di Azzoug, Duroux, Veauvy e Guérin Sinapsi di non creare un monumento del pensiero di Françoise Duroux, ma di offrire a chi la legge un percorso teorico, che può diventare vivo solo se ripreso nei contesti politici, filosofici di matrice femminista, che noi stiamo attraversando.

Mi fermo un poco a parlare di Françoise Duroux, prima di affrontare i suoi testi, perché in Italia è conosciuta solo in alcuni luoghi del pensiero femminista. Sicuramente lo è presso la comunità di Diotima, perché ha partecipato ad un seminario organizzato da Alessandra Pantano e da me nell’aprile 2007 all’università di Verona, da cui la pubblicazione nella rivista di Diotima del testo Notes critiques pour un traitement matérialiste de la différence des sexes («Per amore del mondo», n. 7, 2008, htpp//www.diotimafilosofe.it/. In questo libro, Volume II, pp. 301-316. Aveva già pubblicato sulla stessa rivista Remarque aporétique sur les issues des mouvement des femmes. Le cas français, «Per amore del mondo», n. 5, 2006, http://www.diotimafilosofe.it/. Qui Volume II, pp. 351-357. Un altro luogo dove è conosciuta è Lecce, dato che Marisa Forcina l’ha invitata alla Scuola estiva della differenza dell’università di Lecce nel settembre 2007 e ha poi avuto diversi contatti con lei. Il testo che aveva presentato era Da Antigone a noi: il lavoro delle donne e la politica.

Sicuramente il legame con il femminismo italiano è stato inizialmente mediato da Christiane Veauvy, che molto ha fatto per l’incontro dei femminismi del Mediterraneo, ma poi si è approfondito e penso che uno dei testi per capire il suo pensiero a riguardo sia Féminismes du Nord, féminismes du Sud en Europe (Volume II, pp. 383-386).

Françoise Duroux ha avuto una formazione filosofica soprattutto seguendo l’insegnamento e la formazione di Georges Canguilhem nei primi anni ’60 a Parigi. Ha ricevuto poi un’aggregazione in filosofia nel 1965. È diventata però assistente universitaria nel dipartimento di sociologia della nuova università di Vincennes, trasformata poi in Paris VIII, creata subito dopo il movimento degli studenti del maggio del ’68. A sociologia è divenuta poi docente. Dal 1977 ha partecipato con il suo insegnamento al Centre d’études féminines, che nasce sempre a Paris VIII sotto la guida di Hélène Cixous. Contemporaneamente ha collaborato con i «Cahiers du Grif», la rivista guidata da Françoise Collin. Già da questa breve descrizione si nota come la sua formazione abbia incrociato tre strade, la filosofia, la sociologia, il movimento femminista a cui ha incominciato a partecipare a partire dal 1977.

Via via che si avvicina al femminismo, si avverte, o almeno io avverto in modo netto, la sua presa di distanza dalla sociologia positiva e da quelle scienze umane, che trattano l’esperienza vivente positivisticamente. Lo si ricava, ad esempio, da come considera il concetto di “genere”, che lei critica in termini davvero interessanti. A suo modo di vedere, il concetto di “genere”, che è di provenienza anglosassone, tende a neutralizzare la differenza sessuale, innanzitutto ponendola in termini binari (il genere femminile e il genere maschile), ma anche sottraendo tutto l’aspetto dell’immaginario, della sessualità, che fa della differenza sessuale qualcosa di non riportabile ad una scienza positiva. Invece il termine “genere” si presta bene ad uno studio oggettivante e positivistico, che finisce per riportare le donne ad una categoria sociale, caratterizzata dalla “care”, la cura, come modo riconosciuto di rapportarsi alle esigenze sociali, che la sociologia positivista valorizza. In questa chiave Françoise Duroux spiega la genesi di un testo di critica al genere molto noto come Gender trouble di Judith Butler[1]. È un testo, secondo Duroux, che nasce in un contesto anglosassone di assoluta dominanza del concetto di gender. Le sociologhe radicali pensano e si muovono in modo molto diverso da questo positivismo sociologico, che riduce le donne a categoria o a classe. Il femminismo e gli studi femministi sanno mantenere la forza vivente dell’esperienza delle donne, che il concetto di genere e questa sociologia cancellano. In altre parole, la libertà femminile è qualcosa che scuote, crea terremoti nell’armonizzazione sociale.

Il taglio che desidero dare a questa presentazione del pensiero di Françoise Duroux, attraverso i due volumi dei testi, è ben espresso da un saggio, che lei ha dedicato a Sarah Kofman, intitolato Comment philosophe une femme, (Vol. I, pp. 451-470), che potrei tradurre con “come fa filosofia una donna”, dato che in italiano viene posto l’accento più sulla pratica, sull’azione della filosofia, che sul verbo filosofare, che suona un po’ vuoto e futile. Dunque, quel che mi guida è comprendere come fa filosofia una donna come Françoise Duroux. E mi sembra di poter dire, come lei diceva di Sarah Kofman, che Duroux faceva filosofia senza pretendere di costruire un sistema, e tuttavia innovando i concetti. E che questo l’ha portata ad essere in un certo senso fuori riga, in qualche modo sconveniente nel mondo della filosofia accademica.

Chi ha curato questi due volumi annota che in un certo senso Françoise Duroux è stata ai margini anche del dibattito femminista. Prendo atto di questa osservazione, fondata su riflessioni sviluppate anche con lei. Tuttavia, bisogna intendersi su questo. Duroux, infatti, è entrata nella discussione pubblica con posizioni precise, in modo lucido e schierandosi. Questo mi sembra l’essenziale per definire se si è centrali o meno nel movimento delle donne. Inoltre, Françoise Duroux ha avuto legami con donne di pensiero notevoli, come Françoise Collin, con le ricercatrici del Centre d’études féminines guidato da Hélène Cixous, con Christiane Veauvy e con Michèle Guerin Sinapsi e Mireille Azzoug, almeno per quello che posso ricostruire dai due volumi. Certo, non si è trattato per lei di una comunità femminista vera e propria, bensì della ricchezza di legami con una comunità inconfessabile, dove reinterpreto la bella espressione di Blanchot, pensando ad una comunità che non si restringe all’evidenza positiva di avere qualcosa in comune, ma alla scommessa di un pensiero libero e appassionato, che ci metta in gioco soggettivamente.

Avendo in lettura quasi tutti i suoi testi in una successione storica, per chi si accosta a questi volumi è come seguire una autobiografia di pensiero vivente. Infatti, le questioni, a cui la scrittura risponde, i problemi che Duroux si pone, le occasioni, per le quali sente di dover aprire una polemica, mostrano il clima del dibattito storico accanto a ciò che lei ha ritenuto di fondamentale importanza nel dipanarsi del tempo. Accadimenti e occasioni dell’attualità, che l’hanno provocata a pensare e ad entrare con la scrittura nella dimensione pubblica.

La dimensione pubblica è proprio uno dei nodi che lei è andata riformulando concettualmente. I suoi diversi testi dedicati ad Antigone mi hanno aiutato a mettere a fuoco e comprendere questo tema teorico e politico. Sappiamo che la figura di Antigone è stata trattata a più riprese dalla filosofia maschile, si pensi ad Hegel e a Lacan. In qualche modo rappresenta un nucleo mitico della cultura occidentale. È stata rilanciata e rimessa al centro dal pensiero delle donne. L’interpretazione che ne dà Françoise Duroux è che Antigone non compie una scelta etica, andando contro l’ordine di Creonte, che voleva insepolto il corpo del fratello Polinice in quanto nemico. Né Antigone si richiama ad una arcaica legge divina, che valorizza il legame antico con la madre e dunque con Polinice in quanto figlio della madre. Piuttosto Antigone desidera portare un’altra civiltà, un’altra forma della politica, che lei pone esplicitamente in conflitto con quella di Creonte. Si tratta di una dimensione pubblica, fondata su philia, sull’amicizia, una forma di Eros, amore amicale, come condizione fondamentale, che permetta il definitivo superamento dello stato di guerra, che il governo di Creonte ripeteva e perpetuava[2].

Interpreto la riflessione di Duroux su Antigone come un modello che lei ricreava per il proprio agire. Con i suoi testi e i suoi interventi si sentiva di portare, mi sembra, una modificazione dello spazio pubblico. Di offrire una posizione che legasse dike, la giustizia, alle leggi della città, secondo una via tutta da inventare e a cui le donne e lei stessa potevano contribuire. In modo da creare uno spazio simbolico altro per donne e uomini. Si tratta di un modo diverso di aprire tale spazio, andando oltre la divisione tra privato e pubblico. Una divisione, attraverso la quale la cultura maschile ha posto una gerarchia nei rapporti tra uomini e donne. Le donne, sottraendosi a tale divisione e creando qualcosa d’altro, compiono un atto rivoluzionario in favore dell’intera città. Per una nuova civiltà.

Il suo modo di ragionare su Antigone rimanda alla concezione della differenza sessuale, che in tutti i suoi scritti ha trattato direttamente o indirettamente. Abbiamo visto come per lei la concezione della differenza sessuale sia legata all’esperienza vivente delle donne, che è da scoprire e da inventare, aperta dunque al futuro più che al passato. Duroux adopera di frequente il termine “atopia” per descrivere la consistenza simbolica dell’esperienza femminile. Cioè un luogo senza luogo, che non può mai essere ontologizzato, ma è piuttosto un percorso di sperimentazione aperto. Un processo di produzione di ciò che non è ancora conosciuto, la cui condizione per emergere è lo scarto, il porsi affianco, il non aderire all’attualità, lo spostamento a lato (déplacement) rispetto al simbolico dominante.

C’è un testo che può essere considerato come matrice delle tante idee, che Duroux ha sviluppato nel tempo. Mi riferisco a quel testo fondamentale che si trova all’inizio del primo volume, e cioé La société des femmes, pubblicato nel 1983 in «Les Cahiers du Grif». È proprio qui che Duroux, riprendendo lo sfogo di Virginia Woolf contro l’idea frustrante che la cultura femminile sarebbe sempre latente, scrive che il pensiero delle donne non è «un contenuto latente il cui schiudersi dipenderebbe dal portarlo alla luce, bensì produzione del non [ancora] conosciuto, la cui realizzazione comincerebbe con il gesto dello spostamento a lato liberante»[3].

Il riferimento alla società delle estranee di Virginia Woolf è un leitmotiv del pensiero di Duroux, da questi testi iniziali fino agli ultimi testi, come quello sulla Woolf del 2008[4]. L’estraneità è qui intesa come l’opposto dell’indifferenza: piuttosto è l’inquietudine, il dolore e la passione di essere altro, è la sorgente del desiderio di una nuova civiltà. Ne è presupposto il prendere le distanze dal simbolico dominante per guadagnare un altro sguardo.

In questo primo testo del 1983 la differenza sessuale è messa in campo attraverso la risignificazione di un termine di Derrida, la différance, che sta ad indicare che niente della differenza può essere ontologizzato, ma si tratta di un gioco che rimanda ad una significazione inesauribile, infinita, non empiricamente riducibile a dati sociali e storici di fatto. È questa la via, a cui Duroux rimane fedele nel tempo: non c’è ontologia né riferimenti materiali biologici né descrizioni sociologiche nella differenza sessuale. Si tratta fondamentalmente di una dimensione simbolica a cui si ha accesso attraverso l’immaginario. Si può parlare in questo senso di un irriducibile della differenza sessuale, che coinvolge l’intimo, l’erotico, l’inconscio, il fantasma e il simbolico[5].

Ciò che mi sembra molto interessante del suo pensiero è proprio la convocazione della psicoanalisi per dare conto della scommessa dell’intreccio simbolico della differenza sessuale. Duroux dedica una particolare attenzione al va e vieni del fantasma, alla sua trasformazione e dislocazione. Mi colpisce però anche la decisa esclusione del corpo dal suo modo di pensare la differenza sessuale. Forse questa esclusione dipende dal fatto che intende il corpo in termini biologici, anatomici, fattuali[6]? Eppure, l’inconscio ha a che fare con il corpo, anche solo per il modo in cui il corpo interrompe e scompiglia il discorso lineare con i sintomi, con le ferite. Il corpo, nel suo lato inconscio, ci sorprende, impedendoci di trovarci là dove vorremmo essere. Ci obbliga, ci vincola, ci scombina. Spiazza il desiderio. Resiste alle interpretazioni. Il corpo è sì fantasmatico, come sostiene Duroux, ma c’è in esso qualcosa di irriducibile. Tale nucleo di resistenza del corpo ha a che fare con l’inconscio. Lo cogliamo dagli effetti inconsci nella nostra vita.

Resta un cardine del suo pensiero che la sua lettura della differenza sessuale si nutre del riferimento al fantasma, all’immaginario e al simbolico. Questo l’aiuta ad avere elementi teorici per prendere le distanze da una interpretazione della differenza sessuale in termini di sociologia positivista. La riporta così a percorsi di invenzione di significanti, che mi sembra la cosa che le sta più a cuore. Non solo, ma le offre argomentazioni efficaci per criticare il concetto di gender come anche le “quote” per le donne[7].

Un ultimo tema, sul quale mi vorrei fermare, lega assieme articoli e saggi, che intervengono sul velo portato dalle donne islamiche e sulla prostituzione. Entrambi gli argomenti sono nodi scoperti e brucianti per il femminismo. È da dire che sono nodi che non sono stati risolti, sebbene siano all’ordine del giorno da decenni. Il riprenderli ogni volta da capo è un sintomo del fatto che non c’è un sapere femminista canonico, e che il femminismo non diventa mai “il discorso del Padrone”, per adoperare una metafora lacaniana. E che nel femminismo ci sono più posizioni che si scontrano. Questo impegna ognuna a riprender da capo “a partire da sé” il filo del discorso.

È molto chiaro nel discorso di Duroux quel che lega un tema all’altro. Il velo alla prostituzione. È principalmente la critica ad una libertà indifferente, una libertà neoliberista, per la quale tutto è possibile. Si può scegliere tutto, in quanto per il mercato siamo compratori liberi e interscambiabili, come interscambiabili gli oggetti da comperare. In questa chiave Fraçoise Duroux apre una polemica con Alain Badiou, che critica per aver adoperato questo principio di libertà superficiale, che è fondamentalmente indifferenza per le situazioni contestuali nelle quali una donna porta o meno il velo[8]. C’è libertà, secondo Badiou, di vestirsi come si vuole e così di portare o non portare il velo. Duroux mostra invece la differenza dei contesti e delle situazioni vissute dalle donne. È per questo che lei fa una netta differenza tra le donne che in Iran e in altri paesi islamici combattono per togliere il velo dalle donne islamiche in Francia e in Europa. Invita quest’ultime ad avere attenzione alle lotte delle compagne obbligate al velo.

Allo stesso modo ragiona per quanto riguarda la prostituzione. Critica la posizione di chi ritiene che le donne siano libere di prostituirsi, in quanto libere di fare quello che vogliono. Anche in questo caso sottolinea come questa posizione liberista superficiale cancelli i vissuti delle donne, le loro esperienze, i loro contesti[9]. La loro storia. In più è una posizione che appoggia tutto l’onere della prostituzione sulle scelte femminili, e che cancella la divisione del lavoro sessuale storicamente imposta dagli uomini nel mantenere il doppio regime delle donne prostitute e delle donne mogli e madri. In altre parole, cancella la dimensione fantasmatica e di potere della sessualità maschile.

Potrei andare ancora molto avanti nella presentazione di questo libro, data la ricchezza di interventi e di prese di posizione teoriche. Tuttavia, andando verso la conclusione, vorrei dare un po’ di spazio ai testi introduttivi alla raccolta, che presentano la figura di Françoise Duroux a partire da un percorso di vita spartito assieme. Delicata e intensa la meditazione di Yves Duroux, che ricostruisce il percorso biografico della moglie, dando attenzione anche ad aspetti forse meno noti per chi la conosceva come intellettuale femminista. Ad esempio, la sua passione per i cavalli e l’aver seguito la danza contemporanea, l’averla esercitata ed aver scritto su di essa testi filosofici, che sono stati introdotti in questa raccolta, e che ritengo siano una ricchezza per un tema trattato solo marginalmente nella cultura filosofica. Tanto più importanti in quanto scritti da una donna in legame con il pensiero della differenza.

È la storia di un’amicizia femminile e intellettuale il nucleo dello scritto di Michèle Guérin Sinapi, che dedica pagine al comune studio della filosofia di due ragazze che si muovevano per passione intellettuale tra corsi, letture di testi, domande fondamentali: una vera formazione comune, fatta di conversazioni, di prese di posizione. Una alleanza di studio e intellettuale, che Françoise Duroux amava creare. Un’amicizia che è continuata nel tempo con la famiglia, i figli e le prese di posizione teoriche e politiche, dato che, per le donne, l’aspetto della vita materiale e quello del pensiero sono strettamente legati. Inseparabili, come Françoise Duroux amava ripetere citando Virginia Woolf..

L’amicizia di Christiane Veauvy per Françoise Duroux si forma invece inizialmente attorno agli studi sociologici e poi si approfondisce per gli scambi avuti al Centre de sociologie européenne, che è il seminario franco-italiano creato da Christiane Veauvy con lo scopo di far conoscere in Francia molti lavori di pensatrici e pensatori italiani altrimenti non noti. Dunque in un certo senso il loro legame ruota attorno ad un diverso modo di intendere la sociologia, sottraendola al positivismo, e attorno agli scambi con la cultura italiana soprattutto del femminismo della differenza e poi più in generale con la cultura del Mediterraneo.

Mireille Azzoug ha scritto una introduzione molto ampia e molto accurata del pensiero di Françoise Duroux. È una vera guida teorica al suo pensiero. In questo mio breve scritto sul libro me ne sono avvantaggiata e mi ha permesso di comprendere meglio alcuni aspetti, data la frammentazione effettiva dei contributi che troviamo pubblicati e che spaziano su temi tanto diversi.

Ho conosciuto Françoise Duroux, se pure davvero troppo poco. Di lei mi colpivano gli occhi così attenti, del tutto coinvolti in quello che vedevano. Così curiosi e intelligenti. Riprendo anch’io il desiderio dei curatori di questa raccolta: spero che questa breve presentazione al libro possa portare alla lettura dei suoi scritti perché il suo pensiero venga ripreso come base per nuovi confronti politici e teorici.

 

 

[1] Per un’analisi critica molto accurata alla teoria del gender e al pensiero di Judith Butler si veda Françoise Duroux, Performences du genre. Lieux, situations, positions: quelques notes pour une critique, in Ead., Trajectoire du féminisme. Textes et positions, Vol. II, Le Fil d’Ariane ed., Institut d’études européennes, Université Paris 8 Vincennes-Saint-Denis, Paris 2018, pp. 195-214.

[2] Si veda Françoise Duroux, Antigone encore: les femmes et la loi, Éditions Côté-femmes, Paris 1993, in particolare pp. 25-40. Molto chiare le pagine che Mireille Azzoug dedica al taglio politico e teorico che Françoise Duroux offre della figura di Antigone, Mireille Azzoug, Dans les méandres d’une pensée complexe. Françoise Duroux, et la différence sexuelle: problématiques et enjeux théoriques, in F. Duroux, Une trajectoire féministe. Textes et positions, Vol. I, cit., pp. 102-103. Si veda anche F. Duroux, Antigone encore. Les femmes et la loi in Ead., Une trajectoire féministe, Vol. I, cit., pp. 291-303, che è un testo fondamentale in questi volumi per comprendere i termini della questione.

[3]Françoise Duroux, La société des femmes, in Ead., Une trajectoire féministe, Vol. I, cit., pag. 117 (trad. it. mia).

[4]Cfr. Françoise Duroux, L’identité de Virginia Stephen, in Ead. (a cura di), Virginia Woolf. Identité, politique, écriture, Indigo, Paris 2008.

[5] Cfr. Mireille Azzoug, Dans les méandres d’une pensée complexe. Françoise Duroux et la différence sexuelle: problématiques et enjeux théoriques, cit., pag. 67.

[6] Sono molto d’accordo con Françoise Duroux, quando afferma che il passaggio dei sessi, la transessualità, non deve essere ridotta espressamente a corpo biologico, ma è possibile un gioco immaginario che non ha bisogno di una operazione chirurgica e che agisce in passaggi fantasmatici. Tuttavia ritengo sia necessario mantenere una certa differenza tra il piano immaginario e quello simbolico, cioè l’identificazione e la posizione. Aspetto, a cui nei suoi testi Duroux è generalmente attenta. Vedi su questa questione Françoise Duroux, Les jeux prȇtent à un malentendu. À propos du surréalisme, in Ead., Une trajectoire féministe, Vol. II, cit., pag. 200.

[7] Cfr. ivi, pp. 185-186.

[8] Cfr. Françoise Duroux, Le mépris (réponse à Alain Badiou)[in collaborazione con Michelle Guérin Sinapsi], in Ead., Trajectoire féministe, Vol. II, cit., pp. 137-142, seguito subito dopo da un altro articolo di Duroux, che ne riprende sostanzialmente le idee: Françoise Duroux, Débat français sur la question du voile, ivi, pp. 143-145.

[9] Cfr. Françoise Duroux, Quelques remarques sur le fait prostitutif e ses présupposés, in Ead., Trajectoire féministe, Vol. I, cit., pp. 213-230.

 

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