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C’è vita tra le crepe del dissesto. Femminismo e beni comuni

 

 

Nella primavera del 2017 – esattamente un anno fa – si è svolto a Napoli un incontro per parlare di Femminismo fuori sesto. Un movimento che non può fermarsi organizzato dalle donne di Santa Fede Liberata in collaborazione con Adateoriafemminista e l’Assemblea delle donne di Napoli per la restituzione. Per la conversazione a partire dall’ultimo libro di Diotima non è stata scelta una libreria, ma l’ex monastero (poi ex carcere correzionale per le donne, poi ex casa popolare per donne anziane) “Santa Fede Liberata”, uno degli “spazi liberati” di cui in città da qualche anno uomini e donne si prendono cura. Si tratta perlopiù di luoghi di proprietà del comune, spazi abbandonati, fatiscenti, degradati in un primo momento occupati e poi resi vivi da abitanti del quartiere, migranti, studenti, artisti, lavoratori dello spettacolo. Dalle macerie di un luogo dimenticato, nascosto, dai “resti” di questi spazi derelitti nascono sperimentazioni di vita collettiva, un lavoro comune sull’abitare. A Napoli la politica dei “beni comuni”, che negli scorsi anni si era diffusa in numerose città italiane (penso, tra gli altri, al milanese “Macao” e al romano “Teatro Valle Occupato”), ha incontrato il favore della giunta comunale e del sindaco Luigi De Magistris. Dunque la sperimentazione – non senza conflitti e intoppi – sta avendo un’estensione particolare sia in termini spaziali (finora sono stati “riconosciuti” dal comune con una delibera di giunta ben 9 spazi – Villa Medusa, Lido Pola, Schipa, Giardino Liberato di Materdei, Santa Fede Liberata, Ex Opg, Scugnizzo Liberato, ex Asilo Filangieri – e molti altri sono già da tempo attivi e aspettano di essere inseriti nella delibera) che temporali.

Il tentativo è quello di praticare una politica “prima della legge”, “prima della cittadinanza”, una politica della “vita materiale”. Si parte da una forma di resistenza alle speculazioni e alla svendita del patrimonio immobiliare pubblico – nonché alla “gentrificazione” e “turistificazione” di alcuni quartieri – per andare oltre la dimensione resistenziale e sperimentare forme di gestione partecipata, aperta e flessibile dei luoghi. Si costruisce una “comunità” plurale, molteplice e relazionale in cui donne e uomini con storie e provenienze assai diverse, a partire dalla propria soggettività, creano spazi di relazione, per andare oltre la solitudine e la competizione cui gli abitanti dell’odierno spazio urbano sono altrimenti condannati.

Si cerca di creare un «circuito di vita degna»[1], che scalzi le logiche del mercato così come quelle della sovranità. Ci si sente “abitanti” e non “cittadini”, perché la “cittadinanza” rimanda alla dimensione giuridica, mentre il “bene comune” riguarda la dimensione dell’ “abitare” lo spazio e il tempo, l’essere in relazione, lo stare al mondo, il fare esperienza del quotidiano. Sotto quest’aspetto la politica dei “beni comuni” e il movimento femminista hanno molti punti d’incrocio: una pratica politica che valorizza le relazioni, la cura, le soggettività, la vita materiale, l’attenzione per il vivente. Una politica che si pone “prima” della polis, che rovescia di segno l’accanimento biopolitico sulla vita per rilanciare il primum vivere, anche nella crisi – come dicevamo a Paestum nel 2012. “E’ già politica” scriveva Carla Lonzi nominando la geniale mossa femminista di estendere lo spazio politico anche a campi prima da questo esclusi, mossa di segno del tutto opposto rispetto all’estensione spoliticizzante del sociale allo spazio della politica attivata dal paradigma biopolitico.  I beni comuni hanno una titolarità diffusa: sono di tutti e di nessuno. Il bene comune – con il suo uso non esclusivo – mette in discussione il piano dell’individuo proprietario: il bene, infatti, deve funzionare oltre la singolarità, come riappropriazione di bisogni fondamentali, del necessario, ma anche come riattivazione collettiva di desideri, per l’uso presente e per le generazioni future.

Muoversi sulle linee di incrocio tra politica femminista e beni comuni significa adottare una pratica politica all’altezza di un tempo in cui nell’erosione tra sfera pubblica e sfera privata lo Stato e le istituzioni locali si trovano in “dissesto” e i “cittadini” si ritrovano espropriati di spazi e servizi prima garantiti dalle istituzioni. In questo quadro non si tratta di ricucire e riassestare un ordine posto “fuori sesto”, quanto di partire da ciò che di vivo c’è nel dissesto. Il dissesto infatti – come scrive Diana Sartori nell’Introduzione al libro – è l’orizzonte in cui si muove il femminismo, fuori da ogni tentativo di ricomporre un ordine ormai scardinato. Il femminismo è uno «scarto per un di più di libertà» – scrive Diana. Se il passaggio da un ordine patriarcale ad un ordine neoliberale, dal paradigma sovrano al paradigma biopolitico, sembra riservare ai più il ruolo di meri scarti, di vite non degne di una «vita buona»[2], è proprio tra gli scarti e i resti che le donne si rivelano esperte nell’arte di tenere viva la vita, i corpi, le relazioni umane, facendo centro su di sé e sulla libertà che emerge quando “tutto cade”[3].

Non si tratta certamente di riparare ai guasti del neoliberalismo, facendo il lavoro che fino a poco tempo fa competeva al welfare state realizzando il progetto di “Big Society” – cavallo di battaglia della destra inglese – volto a rendere la cittadinanza progressivamente responsabile dei servizi sociali a fronte di uno smantellamento delle risorse pubbliche. In questo senso la politica dei beni comuni deve fare attenzione a non situarsi nella traiettoria della “spolicitizzazione” moderna. Qui il femminismo può insegnare molto. Sull’estraneità del femminismo rispetto a tale traiettoria Chiara Zamboni fa chiarezza quando – richiamando le riflessioni weiliane e arendtiane sul “sociale” – ribadisce che il femminismo è un movimento politico-simbolico, non un movimento sociale. Chiara sottolinea la distanza tra l’indistinzione moderna tra sfera pubblica e sfera privata – che confluisce nell’equilibrio “tutto pieno” del “sociale” – e lo slogan femminista che recita “il personale è politico”, dove il passaggio dalla visione soggettiva alla condivisione pubblica avviene attraverso mediazioni simboliche che rinviano alla presenza di fratture e sconnessioni. Sono i conflitti, le fratture, le crepe, le contraddizioni e le rispettive mediazioni simboliche e linguistiche che ne trasformano il potenziale distruttivo nella costruzione di una politica altra, di una “politica prima”, e ne segnano la distanza profonda dal progetto moderno di una società pacificata e omologata sotto il segno dell’uguaglianza neutrale e dell’individualismo proprietario. Non si tratta di assumere le contraddizioni sociali come tali, bensì di risignificarle attraverso la relazione con altre e altri, nel segno della differenza sessuale (Sara Bigardi).

Il ricorso alle mediazioni simboliche segna lo scarto del femminismo rispetto alla politica neutralizzante moderna e lo scagiona dall’accusa di essere un vettore spoliticizzante della biopolitica e della governamentalità neoliberale. Dove c’è coincidenza di parole e concetti (libertà, differenza, desiderio, corpi, sessualità, relazione) tra femminismo e neoliberalismo, il femminismo fa uno scarto a lato rilanciando e risignificando quelle parole in una chiave politico-simbolica[4]. In questo modo il femminismo sfugge alla doppia “spettralizzazione” (Ida Dominijanni) di cui è stato fatto oggetto negli ultimi anni. In tale orizzonte “spettrale” il femminismo viene riconosciuto solo al prezzo di neutralizzare e pacificare i conflitti, nonché aderire al mercato, ai diritti e alla parità obbligatoria. Altra forma di spettralizzazione è la “rinaturalizzazione” della differenza sessuale, depotenziata in questo modo della sua forza dirompente e decostruttiva.

La forza non spettrale, ma materiale, del femminismo sta piuttosto nel suo essere un movimento improntato all’azione e alla ricerca di misura in fedeltà ad una visione (Zamboni). In questo senso il nome femminismo è un nome comune, un nome a disposizione di tutte ma che non è proprietà di nessuna, che ha approfittato dell’assenza più che sottostare all’obbligo della presenza, che ha mosso soggettività senza fissarla nello schema identitario (Dominijanni). Questo apre però ad una serie di questioni irrisolte che appartengono al movimento femminista quanto a quello dei beni comuni e che riguardano il rapporto tra pratiche politiche di movimento e istituzioni, la relazione con il potere e il diritto. È giusto e possibile dare forme fisse al movimento, sedimentarlo in strutture stabili, in poche parole creare una tradizione? Oppure bisognerebbe affidarsi completamente ed unicamente al suo carattere evenemenziale? Una questione di carattere assai stringente in questi giorni in cui l’esistenza della Casa delle donne di Roma è messa a rischio dalla giunta comunale cittadina e dalla sindaca Virginia Raggi[5]. Si ripropone la questione del rapporto con le istituzioni e della traduzione in termini giuridico-normativi di una politica dei “beni comuni” in senso ampio. Alla base della delibera del Comune di Napoli sui Beni comuni c’è stata (e c’è) la discussione accesa tra abitanti dei luoghi liberati e istituzioni, discussione volta – da parte degli ‘abitanti’ – a scongiurare da una parte il pericolo che tanto lavoro collettivo vada perso negli anni con il succedersi di giunte di colore politico differente e, dall’altra, che nel tradurre i “beni comuni” nel linguaggio dei diritti e del potere si perda il carattere sperimentale di quest’esperienza politica.

Certo, il movimento femminista ci ha insegnato i limiti di una politica improntata alla rivendicazione dei diritti. Pure, la celebre frase di Simone Weil “non credere di avere dei diritti” prosegue sottolineando che, alla stessa maniera, “c’è un modo sbagliato di credere di non avere dei diritti”. Simone Weil ci indica la strada da percorrere nel saper costeggiare la frattura tra diritto e giustizia. Se l’orizzonte dei diritti non deve diventare totalizzante, né può costituire il motore unico e principale della politica, pure è impossibile ignorarlo e può essere trasformato esso stesso in terreno di sperimentazione, a patto di saperlo “contaminare” profondamente con il proprio linguaggio e con le proprie pratiche. Si tratta dell’arte dell’abitare le fratture e le sconnessioni (prima fra tutte la sconnessione aperta nel soggetto dalla differenza sessuale) del tessuto politico contemporaneo senza restare intrappolati nell’alternativa tra “purezza” e “assimilazione”. Tutto questo fa parte della faticosa e attenta ricerca di una misura che ci aiuti ad uscire dalle astrazioni per tradurre la libertà in libertà materiale[6].

[1] Questa espressione è stata usata da Nadia Nappo a proposito della politica dei beni comuni a Napoli nell’ambito di una lezione tenuta il 24 maggio 2017 con Elena Pagliuca presso la MAG di Verona su Gestione condivisa di Beni Comuni per nuove invenzioni di vita & lavoro Casi Concreti e nuove prassi raccontate dalle protagoniste: la realtà di Napoli.

[2] Il richiamo è qui a Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, Nottetempo, Roma 2013.

[3] Questo il titolo del quinto numero della rivista online www.adateoriafemminista.it (2010). Ora in Stefania Tarantino, Tristana Dini, Nadia Nappo, Lina Cascella (a cura di), La teoria non è un ombrello: dieci anni di AdATeoriaFemminista, Orthotes 2017

[4] Sul rapporto tra femminismo e neoliberalismo i punti di riferimento sono Angela Putino, Cultura del sistema, in ‘O sistema www.adateoriafemminista.it (n. 2, 2007); e i contributi presenti in Tristana Dini e Stefania Tarantino (a cura di), Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, Natan edizioni, Roma 2014, così come quelli presenti in Ida Dominijanni (a cura di), Un/domesticated Feminism, «Softpower»IV, 2, 2017.

[5] Possiamo intendere la Casa Internazionale delle Donne di Roma come un “bene comune” in senso ampio. Occupata nel 1987 dal Movimento Femminista Romano a seguito dello sfratto della Casa delle Donne di Via del Governo Vecchio, dal 1992 il Progetto Casa Internazionale delle Donne è elencato tra le opere di Roma Capitale e approvato dal Comune ed è così che diventa un organismo autonomo preposto a valorizzare la politica dlele donne, offrire servizi e consulenze. Ci tengo a segnalare che dopo tanti anni di attesa (a partire dagli anni ’70) per una Casa delle donne anche a Napoli oggi Napoli è la prima città in cui la Casa delle Donne è stata richiesta dall’Assembleadelledonneperlarestituzione come bene comune e si trova alle Rampe San Giovanni Maggiore Pignatelli.

[6] Su questo punto rimando a Stefania Tarantino, Fatica in tre tempi (in, www.adateoriafemminista.it, ‘A fatica, n. 7 maggio 2015): «Ci vogliono le condizioni per “dare forma” alla nostra libertà responsabile. La debolezza attuale di questa libertà è minacciata da diritti economici e sociali sempre più carenti, se non inesistenti. Perché la vita materiale è il banco di prova della libertà».

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