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Catianna Rinaldi, medica di famiglia. In dialogo con Chiara Zamboni

 

La conversazione con Catianna Rinaldi inizia nel suo studio di medica di famiglia a Verona. È uno studio che fa confluire tre medici, che hanno l’aiuto di una infermiera. Lo sottolineo perché anche dalla conversazione con lei si comprende che si confronta quotidianamente con loro. Già lo studio è una rete.

Catianna Rinaldi è medica di famiglia dal 2016. Quattro anni dunque che esercita il suo lavoro in una città, Verona, che non è la sua. Le chiedo se questo ha inciso sul modo di affrontare l’attuale pandemia.

Mi risponde: Direi di no. Innanzitutto ho studiato per la specialità di Geriatria e Medicina generale all’ospedale civile di Borgo Trento di Verona. Durante quegli anni ho conosciuto una serie di medici specialisti e dunque questo mi permette di fare riferimento a loro per qualsiasi necessità dei pazienti. Inoltre, per quanto riguarda i pazienti, ho imparato a capire quando parlano in dialetto, ma sono rari. E del resto molti come me vengono da altre città. Più importante piuttosto aver mantenuto un legame con il medico anziano che ho sostituito nel 2016. I pazienti che erano legati a lui possono incontrarlo una volta alla settimana e in questo modo c’è continuità per loro. Da parte mia, poi prendo atto dei suoi consigli e delle sue decisioni. Sono tutti questi legami che mi aiutano in un momento come questo di epidemia così diffusa. Ed in più l’informatica. Il medico che ho sostituito mi ha lasciato tutte le cartelle nel programma informatico che adoperiamo e dunque posso vedere le patologie precedenti della e del paziente che ho difronte. È come una grande memoria a disposizione, che in questo momento è fondamentale.

 

Domanda: In primavera, agli inizi della pandemia, mi avevi detto che eri scossa da quel che stava avvenendo. A cosa stavi facendo riferimento?

Risposta: Non mi aspettavo un virus che non conoscevamo. In quel momento mi sentivo inerme. Era una epidemia di un virus sconosciuto. Per formazione sono abituata ad affrontare le patologie di una singola persona. In questo caso era un’epidemia di un virus sconosciuto che coinvolgeva potenzialmente proprio tutti. Mi sembrava di non poter proteggere né me stessa né i miei pazienti. Ora è diverso, c’è una conoscenza maggiore.

Nel percorso di cura occorre non solo trovare la terapia giusta ma anche sostenere psicologicamente le singole persone. Normalmente ho tra le dieci e le venti persone ammalate da seguire, tra tutti i pazienti che fanno capo a me. E quindi è una cosa possibile. Ma ora che sono tantissimi, soprattutto in questa seconda ondata, è molto difficile sia pensare ad una terapia sia sostenere tutti psicologicamente.

 

Domanda: Come vedi la differenza nel tuo lavoro tra la prima ondata di epidemia e questa seconda ondata?

Risposta: Nella prima fase ero più forte, nonostante che anche mio marito medico si fosse ammalato di coronavirus con polmonite per tre settimane. Il fatto è che erano gli ospedali ad essere più sotto pressione. In questa seconda fase invece siamo noi medici di famiglia a prendere molte decisioni per i pazienti e a fare loro i tamponi. E questo non solo per i nostri pazienti, ma anche per altre situazioni. Siamo noi a chiamare l’Usca (Unità speciali di continuità assistenziale), cioè l’assistenza di un medico e di un infermiere, che vanno nelle case dove occorre fare i tamponi a chi non può uscire per tanti motivi diversi e a visitare in presenza chi ritengo sia affetto da Covid. È in questa seconda fase, in cui abbiamo una responsabilità molto più grande, che ho incominciato a non dormire la notte. A vivere stati d’ansia. Lascio il cellulare acceso anche la domenica.

 

Domanda: Mi dicevi che hai preso il Covid 19. L’hai preso dai pazienti?

Risposta: Non credo proprio dai pazienti. In studio sanifico sempre tutto dopo una visita. L’ho preso in forma asintomatica, molto probabilmente da una collega che era positiva.

 

Domanda: Sicuramente avrai dei casi che hai seguito che ti hanno toccato.

Risposta: Sì. Soprattutto quello di un mio paziente. Un uomo molto gentile. Aveva sessantanove anni quando ha contratto il virus. E questo dai nipotini un sabato a pranzo. La madre dei bambini era diventata positiva e i bambini hanno infettato sia i nonni materni sia quelli paterni. Tutti si sono ammalati e tutti sono miei pazienti. È morto solo quest’uomo, che era il nonno paterno. Era cardiopatico. Tutti i famigliari mi coinvolgevano, mi chiamavano per telefono, mi chiedevano. Anche la moglie era ammalata e ho capito che per lei ero l’unico sostegno. Prima di intubare gli ammalati, gli anestesisti chiamano la famiglia, perché per intubare occorre sedare i pazienti e allora non sono più coscienti. Alla moglie anche in questo caso un anestesista ha fatto una telefonata per dirle che stava per intubare il marito e che non era sicuro che si potesse risvegliare. E la signora ha pregato l’anestesista di fargli una carezza da parte sua.

Sono una medica di famiglia, certo, ma in particolare in questo caso mi sembrava di essere all’interno di questa famiglia e di essere impegnata a sostenere tutti.

Mi è capitato anche con due miei pazienti. Due fratelli. Si sono ammalati entrambi, assieme ricoverati, e assieme morti. Ora il figlio, che è pure mio paziente, mi telefona spesso e sono in lutto con tutta la loro famiglia.

Mi ha toccato anche l’unica esperienza in cui una paziente mi ha fatto sentire non all’altezza di quello che si aspettava da me. Una malata di coronavirus giovane, di ventotto anni. È stata positiva per 21 giorni. Mi telefonava una volta alla settimana per dirmi come stava. Ma mi ha rimproverato di non averla mai chiamata io di mia iniziativa.

 

Domanda: Cosa pensi di questa seconda ondata di casi positivi in Italia e nel Veneto? Intendo di questo autunno 2020.

Risposta: Tante persone non si rendono conto del pericolo. Qualcuna mi dice: sono andata al ristorante a mangiare e l’ho preso là. Semplicemente non ci pensava.

Nelle scuole le cose funzionano bene. I miei figli hanno le mascherine, sono separati con i banchi. Non è successo niente.

Però è un fatto che nella prima ondata, tra marzo e maggio, tra i miei pazienti ne avevo 4 o 5 soltanto di positivi su 1500. Ora invece in questa seconda ondata una ventina. Forse è perché non c’è stata una vera e propria chiusura, come invece in primavera, dove non vedevamo nessuno. La gente continua a frequentarsi.

 

Domanda: Di fronte alla malattia vedi una differenza nel modo di comportarsi delle donne rispetto a quello degli uomini?

Risposta: La differenza più evidente è tra i giovani, meno allarmati, e gli anziani, più preoccupati. Per quanto riguarda le donne, il fatto è che una donna, anche se è ammalata, organizza gli altri della famiglia ammalati. Voglio prenderla più da lontano: per qualsiasi patologia che qualcuno abbia in una famiglia, occorre che noi individuiamo in ogni famiglia il caregiver, cioè il famigliare sul quale sappiamo che possiamo far conto perché può assumersi la responsabilità del malato, organizza ciò che è necessario in casa, tenere il rapporto con il medico. Bene di solito io individuo una donna nella famiglia. E questo non soltanto io. È un sapere comune tra medici di famiglia. Anche là dove ci sono sorelle e fratelli, poi è sempre una donna quella che si assume questa responsabilità. Tanto più è risultato evidente in questa epidemia dove gli aspetti organizzativi a casa sono molti e complicati.

 

 

Domanda: Come hai visto trasformarsi la medicina territoriale da marzo 2020 – la prima ondata – a questo autunno 2020 – la seconda ondata?

Risposta: Nella prima ondata la medicina territoriale era gestita dalla SISP (servizio di igiene pubblica). Era questo servizio che si occupava dei positivi sia per quanto riguarda i semplici cittadini sia per quanto riguarda le aziende e la scuola. Gli studi dei medici di famiglia erano chiusi ai pazienti, anche se noi lavoravamo sempre in ambulatorio, sia telefonicamente sia attraverso videochiamate.

In questa seconda ondata il SISP si occupa soltanto delle aziende e delle scuole, mentre i singoli cittadini si rivolgono al proprio medico di famiglia. Siamo stati nominati ufficiali sanitari a tutti gli effetti e dunque affianchiamo la SISP. Siamo noi a questo punto a gestire i pazienti positivi al virus per tutti gli aspetti. In questo modo il paziente passa meno attraverso filtri burocratici, come invece era nella prima ondata. Siamo noi a fare i tamponi rapidi. E siamo noi a chiamare l’Usca per andare a trovare a casa i disabili, gli anziani e chi non può uscire, che sospettiamo di coronavirus.

Ho ora, in quanto medico di famiglia, un portale dove sono presenti tutti i malati di coronavirus che sto seguendo. Ed è un segno della situazione di oggi il fatto che ho installato questo portale anche a casa, per poter seguire i miei malati in ogni momento.

 

Domanda: Come hai giudicato l’ordinanza che vi nominava ufficiali sanitari e vi caricava della responsabilità dei malati di coronavirus? Zaia l’ha firmata ai primi di novembre 2020.

Risposta: È una iniziativa che è partita solo nel Veneto. È stata una giusta iniziativa. È stato sbagliato però il metodo seguito da Zaia. L’ha imposto con una ordinanza, minacciando che, se non davamo l’adesione, toglieva la convenzione che ognuno di noi ha per tenere aperto lo studio medico. Ma una minaccia non è mai una cosa giusta. Noi eravamo d’accordo sul farlo, occorreva però consultarci e non imporre sbrigativamente l’ordinanza.

D’altra parte giudico positivamente il fatto che ora sono responsabile per i miei malati di coronavirus in tutto e per tutto. Come ho detto, ho autonomia nel fare i tamponi, chiamare l’Usca, avere nel portale il quadro dei positivi e seguirli, etc. Questo rinforza il legame e lo scambio che ho con loro.

 

 

 

 

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