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Casta fui lanam feci

Frammento di Las Hilanderas di Diego Velazquez (Public Domain)

 

Ci sono alcuni libri che vengono al mondo spinti dalle vesti dell’urgenza, perché mentre rispondono al movimento del desiderio di chi li scrive, riescono ad intercettare il desiderio di tante altre voci che abitano il silenzio.

Mi piace immaginare che il desiderio di tutte quelle voci soffi invisibile sulla piuma che si intinge nel buio della notte, alimentando la creatività della mano che incessante e coraggiosa scrive.

Quando questo accade è già di per sé un miracolo, la meraviglia della radice relazionale delle parole prime che tiene insieme e non separa, perché generata dalla medesima lingua che ogni giorno esce per amore dalle labbra di una donna, dalla bocca di nostra madre.

Ci sono poi altri libri che, oltre ad essere urgenti, risultano anche essere necessari, perché non rispondono solo al desiderio di molte, ma riescono persino nell’arduo compito di tessere fili d’oro tra il desiderio e la giustizia.

Questa premessa mi serve per decifrare la domanda che risuona in me sin dall’inizio, dalle prime pagine, quando mi proposi di scrivere una recensione del libro El placer femenino es clitórico di María-Milagros Rivera Garretas.

Come si può trasmettere la meraviglia dell’urgenza che si intreccia con la necessità, dove senti che le parole che leggi finalmente si liberano dalla violenza ermeneutica, per portare giustizia a qualcosa a cui da anni cercavi di dare un nome, un senso, una spiegazione?

Come si può abbracciare un libro che crea vertigini per la grandezza smisurata della sua portata e delle sue scoperte?

La risposta è che non si può.

Non si può imbrigliare l’eccedenza con i lacciuoli del cacciatore.

Bisogna cercare un’altra strada, che non è quella della com-prensione, del prendere tutto insieme, del possedere che chiude, ma è quella della risonanza, del suonare insieme che è sentire insieme; un movimento che apre porte e finestre, che ti chiede di stare in una relazione autentica generando gli spazi dove la verità possa accadere.

E in questa dimensione vi invito a cercare di toccare, di seguire con la punta delle dita, almeno uno di quei fili dorati, lanciati come il simbolico[1] tra desiderio e la giustizia, per vedere fino a dove vi possano portare.

Uno per volta, come in un filo di perle, una perla dopo l’altra, un capitolo dopo l’altro.

Tutte queste immagini di tessitura che ci parlano di un mondo libero segnato dalla differenza femminile, popolano con grazia ed amore il testo, accompagnando il senso e chi legge nella sostanza clitoridea del filare la lana, rivelando, insieme ad altre cose, il segreto dell’iscrizione latina CASTA FUI LANAM FECI, sino a portarci per mano nella stanza de Las Hilanderas, il quadro di Diego Velazquez esposto al Prado, la cui visione in un giorno d’estate colpisce l’autrice come se fosse la prima volta, mostrando ai suoi occhi qualcosa che riecheggia nella scrittura del libro.

Il filo d’oro che scelgo di lasciar scorrere tra le mie dita per questa recensione è quello contenuto nel primo capitolo dal titolo Equivocarse de orgasmo.

Sento che una delle strade per attraversare la grandezza di queste pagine e non perdersi, sta proprio sulla spina dorsale del verbo equivocarse, che significa sbagliarsi, confondere, cadere in equivoco[2].

In più luoghi del testo l’autrice ci aiuta a non confonderci, smascherando alcuni degli equivoci costruiti nei secoli dall’ordine simbolico maschile.

Il verbo equivocarse contiene in sé la parola latina aequus che significa uguale, pari.

La parità e l’uguaglianza non possono tessere fili d’oro con la giustizia, perché nascondono la differenza che non può mai essere cancellata, origine della libertà e della felicità di ogni creatura, per dirlo con le mie parole: origine di ogni creatività nel Chaos.

Non vi è spazio né per la parità né per l’uguaglianza in un orgasmo.

Né lascia spazio alla parità con il maschile l’orgasmo clitorideo che è l’unico capace di separare il piacere dalla riproduzione, riconoscerne la differenza.

L’orgasmo clitorideo esplicita l’autonomia che scorre nel suo piacere, la libertà che segna indelebile il confine tra quello che ci fa stare bene e quello che ci fa sentire male.

Evidenziando che, quando il piacere femminile non è libero, l’unico spazio che si apre è quello del dolore e della violenza.

Il desiderio di uguaglianza che cancella la verità di una donna, insita nella sua differenza, passa attraverso l’invenzione non solo dell’orgasmo vaginale ma anche della vagina che, come spiega l’autrice es un invento de la anatomia patriarcal, anatomia que, cuando se refiere a las mujeres es siempre politica.[3]

Risulta quanto mai evidente il violento bisogno del patriarcato di fare a pezzi la smisurata eccedenza del sesso femminile nel vano tentativo di colonizzarlo, perché incapace di riconoscere senza tremare un sesso che non si modella alle sue forme, un sesso immenso che dalla clitoride, dalla vulva, arriva all’utero in un continuum carnale che non si può interrompere.

Così i medici nei loro libri tagliano e individuano la parte che fa al caso loro, chiamandola opportunamente vagina, custodia della spada, contenitore del fallo.

Con questa operazione medica criminale che lavora sull’immaginario dei corpi, sull’invisibile dell’infinito femminile, l’ordine simbolico maschile ha cercato di fare proprio ciò che non potrà mai essere egemonizzato.

L’invenzione della vagina, come l’invenzione dell’orgasmo vaginale, non servono ad una donna, generano in lei solo confusione ed equivoci.

La vagina è utile solamente al fallo che si percepisce come spada, la inventa per ridurre una donna ad una piccola misura mentre si sente grande, per renderla falsamente pari nell’orgasmo, lì nel luogo che lui ha scelto, lì dove lei è muta perché non sente.

Sbagliarsi di orgasmo non significa solo convincersi di incarnare un’anatomia dell’immaginario maschile, ma significa anche rinunciare al proprio sentire, intrecciando pericolosamente l’idea del piacere con l’idea della violenza. Aprendo la strada alla propria cancellazione di sé.

Ma come sottolinea l’autrice ogni cosa si incontra con la medesima: tutte le cose si cercano e si incontrano con quello che esse stesse sono, il piacere con il piacere, l’amore con l’amore, il dolore con il dolore, il dominio con il dominio. Non il piacere con il dominio né il piacere con il dolore né con la sottomissione.[4]

Questo filo d’oro mi riporta all’inizio, che è sempre certo, dove c’è la madre che viene sempre prima, la madre che mai sarà aequa-pari al padre.

All’inizio non c’è equivoco possibile.

Mettere all’inizio la madre è il gesto di verità che libera dalla violenza ermeneutica e dai suoi fatali errori.

La madre che ci fa nascere con una clitoride e non con una vagina.

Per questo non mi sorprende la dedica che l’autrice dirige alla madre all’inizio del suo libro, credo per indicarci la strada, la chiave per entrare nelle stanze-capitolo senza equivoco, dove il piacere si intreccia all’intelligenza della lingua materna. Senza questa operazione sapiente, che l’autrice impara nella relazione con la madre, ogni attraversamento perderebbe fecondità.

L’inizio mi porta infine al titolo.

Credo sia un’arte trovare il titolo giusto ad un libro, un’abilità per niente scontata; un’operazione magica e preziosa, come quando si sceglie il nome da dare alla propria figlia o figlio.

Infatti, spesso il titolo viene dato alla fine, quando l’opera è compiuta ed è pronta per venire al mondo.

Nella mia esperienza di scrittura il nome forma parte del processo creativo, si impasta con la vita e la orienta. Per questo credo che un pizzico di destino si mescoli con il nome, facendo risuonare l’antica formula latina Nomen omen, il nome come presagio e auspicio.

Dopo aver terminato il libro posso confermare che non potrei immaginarlo con un altro titolo.

La parola clitoride tesse uno di quei fili d’oro irrinunciabili che ci porta, sicure di non sbagliare, al piacere libero ed autonomo di una donna, che lega il desiderio alla giustizia.

Che non è dell’ordine del legare del cacciatore, che imprigiona e toglie la libertà; ma dell’armonia del legare che unisce, tiene insieme con amore, come il nastro di raso che la madre intreccia con cura tra i capelli della sua bambina.

Sono certa che molte di noi hanno gioito vedendo stampata la parola clitoride sulla copertina di questo libro, respirando a pieni polmoni l’ebrezza della libertà del piacere femminile.

Carla Lonzi molti anni fa ci aveva indicato la strada, Milagros la percorre audacemente aprendo ulteriori cammini imprevisti per ognuna di noi, con il coraggio sapiente di rivelare ciò che oggi è più che mai necessario.

Buona lettura!

 

María-Milagros Rivera Garretas, El placer femenino es clitórico, Madrid y Verona, Edición independiente, 2020. Colección A mano, 2.

 

 

 

 

 

 

[1] Faccio riferimento a ciò che la stessa autrice, durante la recente presentazione del mio libro La madre nel Mare. L’enigma di Tiamat ha sottolineato: Questo coincide con il senso di “simbolico” e di “simbolo” che insegnava mia madre nelle lezioni di greco: derivano da sun ballein “lanciare con”.

[2] Sul vocabolario Treccani dal lat. aequivŏcus, agg., comp. di aequus «uguale» e tema di vocare «chiamare» cfr. lat. tardo aequivocare «chiamare con lo stesso nome più cose».

[3] María-Milagros Rivera Garretas, El placer femenino es clitórico, Madrid y Verona, Edición independiente, 2020. Colección A mano, 2, p.23.

[4] María-Milagros Rivera Garretas, El placer femenino es clitórico, Madrid y Verona, Edición independiente, 2020. Colección A mano, 2, p.10.

 

 

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