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Breve cronaca del Grande Seminario “La rivolta linguistica”

Wanda Tommasi ha inaugurato il Grande Seminario di Diotima, soffermandosi, con postura viscerale e politica, sui linguaggi burocratici pregni di anacronismi e sigle non declinate, e sull’egemonia dell’inglese standard e standardizzato, per poi proporre una rivolta contestuale attraverso la traduzione nelle lingue con cui il pensiero della differenza sessuale ha un debito relazionale. Una rivolta, quella di Wanda, contro la cancellazione delle espressioni delle relazioni. Un lavoro liberante che trova nel collage e in un sampietrino conservato, ma mai scagliato, una forza e un modo di rivolta.

L’intervento di Lisa Jankosky, invece, partendo dal fatto che l’essere umano non si esprime mai pienamente nella lingua, ma sta in una ricerca continua, testimoniata anche dall’espressione “Non so come dirlo”, ha proposto di dare autorità alle lingue altre e la rigenerazione della lingua, attraverso la scrittura. La lingua si modifica perché è viva e per il fatto di essere viva si rigenera, senza rimanere nella ripetizione in cui c’è sì del godimento, ma anche molta consolazione.

“Talvolta -scrive Peter Brook- un ritmo non familiare può rivelarsi una barriera, se non ci si è presi la cura di arrivarci gradualmente; se invece i movimenti sono il risultato di un processo graduale, possono rivelarsi di enorme interesse, in quanto ampliano la portata espressiva, sia in termini di sensazione, sia in termini di consapevolezza dei propri mezzi espressivi: si cominciano a intravedere cose che prima non si sarebbero mai immaginate”[1]. Questa citazione fa da ponte e porta all’intervento di Maria Livia Alga. Partendo da quello che le si addice di più, ovvero la contestualizzazione geopolitica delle nostre vite, Livia ci spinge oltre i recinti dell’Erasmus e dell’Europa e ci invita a nuotare in mare, al largo, senza preoccuparci dello stile.

Dimenticando di essere per forza capaci di nuotare, emerge una nuova grammatica senza sintassi preconfezionata. Una grammatica che lei chiama “delle relazioni”. Non è più il mare nostrum è un oceano. Ci sono molte cose in comune dentro. Come farle fluire? La pratica che nasce è sorgente, che inonda, irrompe, sposta.

Spesso si è chiesta quale lingua insegnare in classe durante le lezioni e soprattutto con quali mediazioni? La risposta è nel titolo che María José Gil Mendoza sceglie: “La lingua che non scordo”. La lingua che non scorda e non vuole scordare è per lei la sua lingua materna, così come l’ha imparata, vicino alla vita. Non la scorda per raccontarla, per imparare ad esserci, per scoprirla, ricrearla, illuminarla, facendola scivolare in altro da ciò che è previsto. Come? Con gioia, la stessa che si prova quando dici e fai circolare la parola giusta e capisci dallo sguardo altrui che c’è un riconoscimento di senso condiviso. La lingua che non scordo “anche se volessi non la so scordare”, come canta Carmen Consoli.

“Né inglese né spagnolo: tradurre la poesia di Emily Dickinson” dove María Milagros Rivera Garretas parla della traduzione “come esperienza del lasciare in sospeso due lingue” (inglese e spagnolo in questo caso), facendo di noi che traduciamo “una mediazione vivente”, capace di trasportare “squilibri, salti e capriole del simbolico”.

Anna Simone presenta diverse scene di vita vissuta che hanno a che vedere con la dismisura del linguaggio neoliberale. Le propone per poi delineare, a partire da sé, pratiche e forme di esistenza in grado di ripensare, per necessità e desiderio, una misura che fuoriesca da questo modello teorico del neoliberalismo contemporaneo.

Partendo dal panorama delineato da Anna Simone, Federica Giardini si chiede “come fare la differenza nel presente?” e rievoca, come giustamente nota Sara De Falco in un testo presente in questo numero della rivista “la potenza femminista creatrice del nuovo e il suo essere non solo forza critico-oppositiva ma anche fortemente propositiva”, impedendoci di acquietarci “nel senso di un già dato”.

 

 

[1] Peter Brook,

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