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Biopolica e femminismo. Su “I corpi di mezzo. Biopolitica, differenza tra i sessi e governo della specie”, di Angela Putino

Che la biopolitica sia un termine ormai divenuto onnipresente, persino obsoleto, nei dibattiti accademici è cosa nota. Che il termine si coniughi in maniera pressoché costitutiva con la ricerca e il pensiero femministi è cosa altrettanto nota – almeno in ambito internazionale. In Italia, però, una pionieristica ed originale attenzione per il pensiero di Michel Foucault relativo alle questioni biopolitiche – da Agamben a Esposito, da Negri a Virno – ha sapientemente trascurato di interrogare, dentro il paradigma biopolitico, il rapporto tra sessualità e potere. Angela Putino ha avuto invece il grande merito di coniugare – in maniera altrettanto pioneristica e originale – la ricerca biopolitica con il pensiero femminista, mostrando come i concetti di “corpo” e “vita” non si diano mai in maniera neutra, astratta, disincarnata, ma siano invece sempre situati in una dimensione simbolica precisa, ed è da essa che ci parlano, è da essa che occorre guardarli, analizzarli, comprenderli. Il “governo delle vite”, per dirla con altre parole, non è mai neutro, perché non sono neutri i corpi su cui questo governo interviene.

I saggi contenuti in questo libro[1], raccolti e introdotti da Tristana Dini, offrono una visione d’insieme del lavoro teorico di Angela Putino relativo alla biopolitica. La raccolta ha il merito di mostrare come la sua riflessione su questioni oggi di grande attualità si snodi per più di un decennio, dal 1994 fino alla morte di Putino, avvenuta nel 2007.

Come si accennava, la lettura del paradigma biopolitico da parte dei filosofi italiani sopra nominati tende a considerare quest’ultimo come un fenomeno “filosofico-politico”, interpretabile cioè con gli strumenti teorici della comprensione del potere sovrano. Invece Angela Putino “sceglie la strada di una distinzione netta fra sovranità e biopotere, tiene le due forme di potere nettamente separate e ne legge l’unificazione come un modo maschile-patriarcale di recuperare il movimento che invece sfugge l’ordine simbolico” (T. Dini, Introduzione, in A. Putino, I corpi di mezzo, p. 7). Putino si rende conto che il cambio di passo nel funzionamento del potere – appunto dal paradigma “sovrano” di un potere che controlla, ordina, proibisce e minaccia ad un paradigma biopolitico e governamentale che produce, normalizza, individualizza e sostiene i soggetti di cui necessita per funzionare – richiede nuovi strumenti teorici in grado di decodificarne le trasformazioni e la complessità. Putino segnala insomma l’esigenza – teorica e politica – di un nuovo incrocio disciplinare che renda possibile una lettura critica dei nessi che intercorrono fra istanze regolatrici e soggetti, fra poteri e corpi. A patto però che la critica sappia però anche intercettare la possibilità di una trasformazione, di una resistenza ad un potere apparentemente innocuo, soft, accudente, naturale, materno.

L’originale interpretazione di Putino della biopolitica, infatti, non solo segnala la necessità di contaminare la ricerca del rapporto fra corpi e potere da un’angolatura sessuata – i corpi non sono mai neutri – ma ammonisce anche il dibattito femminista italiano sui rischi di una accentuazione eccessiva della questione della differenza sessuale, su una sua essenzializzazione. Putino, in altri termini, se da una parte critica l’appropriazione neutra della biopolitica da parte dei filosofi maschi, dall’altra critica il pensiero femminista italiano per non essersi confrontato fino in fondo con il biologico, che è rimasto un presupposto inindagato del concetto di “differenza sessuale”, e che rischia di far scivolare tale concetto verso pericolose derive biopolitiche. L’esaltazione del simbolico materno da parte del pensiero della differenza sessuale italiano rischia, per Putino, di fare il gioco del potere, collocando il femminile in un orizzonte normale, rassicurante, ‘disponibile’ agli interventi della governamentalità che rinnova le sue strategie di controllo dei corpi delle donne attraverso una esaltazione – medica, genetica, culturale e politica – della procreazione. In questa pericolosa coincidenza, ciò che resta ai margini di un orizzonte critico e trasformativo è proprio la sessualità come dimensione esistenziale irrappresentabile, ingovernabile, irriducibile ad una totalità. Anche il concetto di differenza sessuale deve rinunciare a pretese fondative ‘forti’, scacciando, per così dire, la tentazione di ‘chiudere’ la differenza sessuale in un orizzonte identitario. Essa, per Putino, deve rimanere un’apertura, un taglio sull’esteriorità, sul ‘fuori’ a cui i corpi – tutti – sono destinati in forza della loro natura espositiva, relazionale, forse conflittuale. Contro un pensiero che voglia normalizzarli, i corpi sfuggono o sono d’intralcio, sia in teoria che in pratica.

La riflessione di Putino su biopolitica e differenza sessuale è, nella sua originalità, preziosa non solo perché pioneristica. La sua puntuale analisi dei dispositivi biopolitici e governamentali evidenzia come sui ‘corpi’ si giochi una partita sempre aperta fra un potere (non importa se progressista o conservatore) che vuole averne il pieno controllo – quasi che la stabilità sul loro ‘normale funzionamento’ sia l’ultimo, strambo residuo pseudo-metafisico della garanzia di un ordine – e dei corpi che invece costantemente tentano di sottrarvisi. Inutile dire che, se i corpi non sono mai neutri, neppure lo è la strategia della loro normalizzazione, e i corpi delle donne sono il luogo privilegiato di una normalizzazione e di un disciplinamento che è garanzia del buon funzionamento della società. Per Putino i corpi, quei corpi che il potere insistentemente vuole addomesticare, normalizzare, irreggimentare, quei corpi che il dispositivo biopolitico vuole ridurre al ‘corpo’, ad una entità astratta, dalle caratteristiche universali, omogenee, biologiche, quei corpi si mettono “di mezzo”, come ostacoli, intralci. Per Putino, insomma, è necessario che si cessi di parlare del corpo al singolare, rompendo la pretesa di totalità di un dispositivo che affascina anche il femminismo, e si cominci a parlare dei corpi, coniugandoli al plurale e facendo in modo che non aderiscano “a nulla che tenti di assemblarli”.

Putino, pur appartenendo al pensiero della differenza sessuale, ne è stata anche severa critica. Mi permetto brevemente di evidenziare come le sue posizioni sui rischi di una essenzializzazione della differenza sessuale siano in sintonia con le posizioni di Judith Butler e di certa gender-theory americana, ma segnalino anche la necessità che il dibattito femminista italiano riprenda a parlare di ‘corpi’ e di ‘sessualità’, temi che sono rimasti un po’ ai margini dei dibattiti del femminismo italiano, almeno dai tempi di Carla Lonzi. Abbandonata la dimensione militante di un discorso che aveva sapientemente saputo coniugare sessualità e potere, piacere sessuale e creatività, in una felice versione post-marxista del materialismo, il “discorso sul sesso” è stato preso nella morsa invalidante del dispositivo biopolitico, che ne ha fatto l’asse portante della normalizzazione dei corpi e delle condotte sessuali. Se oggi c’è ancora un discorso culturale di massa sul sesso, sulla sessualità, esso ha a che fare con le tecniche di procreazione, la fertilità, la soddisfazione della vita di coppia. Alla peggio si parla di sesso rispetto a scandali politici o mediatici, dove l’allusione al libertinaggio di alcuni personaggi è sufficiente a stuzzicare immaginari fallocentrici e iperpatriarcali. I corpi, i nostri corpi, sono oggi oggetto di una rinnovata presa da parte del potere, che oltre a normalizzarli come corpi generanti, li costruisce come oggetti di piacere. I corpi delle donne stanno ancora lì, al centro di una scena che li costruisce simbolicamente come innocui e li considera come oggetti. Putino non parla direttamente di questi temi, ma è come se la sua riflessione, le sue indagini in ambito biopolitico aprissero una porta sul presente e ci invitassero a proseguire nell’analisi – complessa, vischiosa, dalle molte facce, poco rassicurante ma necessaria – del rapporto fra i corpi, nella loro materialità ingombrante, e il potere, non abbandonando la speranza che qualcosa di nuovo, di imprevisto, di libero possa ancora darsi.

 

Note:

[1] Angela Putino, I corpi di mezzo. Biopolitica, differenza tra i sessi e governo della specie, a cura di Tristana Dini, Verona, ombre corte 2011, pp. 148.

 

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