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Annie Leclerc. Filosofia radicata nel corpo (con un testo di Annie Leclerc)

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

“Je parlerai aussi de moi” è l’incipit dell’intervento fatto da Annie Leclerc in occasione della Terza giornata mondiale della Filosofia, organizzata dall’Unesco nel 2004 sul tema “Filosofia e liberazione delle donne”. Al centro del discorso la passione filosofica, l’interrogarsi “in quanto esseri umani nel mondo”. La filosofia non può limitarsi a enunciare, ma ha il compito arduo di analizzare tutti gli aspetti dell’esistenza, le zone d’ombra, senza dare niente per scontato.

Fondamentale per Leclerc dare conto del modo in cui il pensiero si forma, ‘‘tracciarne la genesi nella carne viva dell’esperienza’’. In poche righe viene spazzata via l’annosa dicotomia tra res cogitans e res extensa, ma soprattutto risulta rovesciato il paradigma beauvoiriano secondo cui “gli uomini partoriscono idee, le donne bambini”. Per Simone de Beauvoir, che scelse con grande determinazione di non fare figli, “le cure della maternità imprigionano la donna nella vana reiterazione e nell’immanenza, condannandola all’inessenziale, che non torna mai all’essenziale” (Le Deuxième Sexe, I cap.). Se la donna vuole accedere alla trascendenza, da sempre appannaggio degli uomini, e superare l’insignificanza storica alla quale è relegata “occorre distruggere quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna” (II cap.). Non è certo un caso che de Beauvoir ponga in apertura del secondo volume del suo libro la citazione di Kierkegaard: “Che disgrazia essere donna! Tuttavia, il male peggiore per una donna consiste nel non capire che è un male”.

Del resto nelle Memorie di una ragazza perbene Simone de Beauvoir afferma spavalda che si piccava “di avere un cuore di donna e un cervello di uomo”. Siderale la distanza da Leclerc per la quale si può e si deve filosofare a partire da sé, dalla propria esperienza, dal proprio corpo sessuato. Per non lasciare adito a dubbi esplicita il concetto: “Philosopher avec son corps dedans”. Con questo il pensiero di Leclerc anticipa e dà radici profonde al femminismo della seconda metà del Novecento, che costruirà la propria pratica di liberazione a partire dal corpo. La contrapposizione tra natura e cultura, tra immanenza e trascendenza, nella quale all’uomo spetterebbe il ruolo gratificante di inventore, creatore di simboli e alla donna – incatenata al suo corpo come un animale in tutti i passaggi della sua vita – quello di subire passivamente il proprio destino biologico, denota in Simone de Beauvoir la persistenza di un punto di vista secondo cui la riproduzione delle condizioni stesse dell’esistenza, la maternità e la cura della prole, sarebbero prive di valore in quanto puramente naturali. Ora, nessuna delle esperienze dell’essere al mondo, neanche la maternità, è unicamente naturale, innata e immediata. Anch’essa è formazione culturale. Se far nascere figli è puro fatto biologico, la donna non ha in questo alcun merito, è un semplice tramite della natura. Si nega in questo modo valore creativo al sesso che genera, e più in generale si impedisce che il generare figli entri a far parte dei modelli simbolici che decodificano il mondo, lo interpretano e lo cambiano. Niente di più lontano dall’approccio di Leclerc: “Essere femmina, crescere, avere dei seni, ma anche le regole… essere incinta, mettere al mondo una creatura, sono gioie stupefacenti” (ibi).

Questa magnificazione del corpo sessuato, dove dietro il godimento e la gioia si intravedono qua e là lati oscuri che vanno rischiarati, ha bisogno di parole per essere detta, condivisa e rappresentata. Da qui la centralità della parola e la sua insostituibilità, per non essere soverchiate dallo spessore delle emozioni. Prendere la parola, e spezzare in questo modo il tabù millenario che imponeva alle donne di tacere, è il primo atto di sovversione che una donna può compiere. Non dimentichiamo che la polis, culla della civiltà occidentale e modello di un agire politico come sfera propria della libertà, nasce escludendo le donne di tutte le classi sociali. Nessuna donna greca poteva prendere la parola e partecipare alle decisioni prese nell’agorà e questa proibizione sanciva la loro irrilevanza sociale.

Dunque, il primo passo verso la libertà, l’atto di ribellione per eccellenza, è per le donne dire fino in fondo ciò che esse pensano. La Parola è lo strumento cardine della filosofia che deve indagare ogni aspetto della condizione umana.

“Senza le parole …. io non sarei nulla”

“se non posso dire, se non so dire, ciò che tanto amerei dire non ha senso e il non senso mi decompone”

“Fintantoché si hanno le parole, è possibile ritrovare il cammino di tutto ciò che fa vivere. Se per disgrazia, le parole vengono a mancare… si è veramente perduti come prigionieri senza mezzi di esistenza. (da Paedophilia ou l’amour des enfants).

Per Leclerc, la privazione della parola interrompe o meglio impedisce la costruzione della propria soggettività e dunque il percorso verso la libertà. La parola di donna è quanto mai necessaria e insostituibile per dire che le donne non sono uomini e non vogliono sottomettersi alle leggi della guerra. Questa parola nuova incarnata nel corpo delle donne ha al contempo per Leclerc una funzione salvifica: è una parola di luce cui la filosofa attribuisce il potere di disfare il male che gli uomini fanno, ci fanno, si fanno. Ma la parola, per compiere fino in fondo il suo compito, deve essere scritta:

“Se scrivo, è proprio perché cerco come giungere fino a te, te che non hai volto e che nonostante ciò io cerco. Se non scrivessi mi sembrerebbe di non vivere veramente”

“Sono io che scrivo perché ho bisogno di te per essere me, per compiere ciò che deve essere compiuto. Nascere, crescere, divenire, morire.”

Filosofia pura radicata nel corpo! La centralità della parola e l’aspirazione incoercibile alla scrittura sono il perno attorno a cui ruota il testo: solo la scrittura consente di vivere di più nella nostra dimora terrena o come ha scritto in L’amour selon Mme. de Renal “Alors, le cahier, c’est la vie qui dure!”

P.S. Dedico a mia madre queste poche righe perché è ancora presente in me il dolore provato quand’ero bambina e sentivo mio padre pronunciare l’antica ingiunzione ‘Zitta, tu’. Ho fatto politica per tanti anni per dare a lei e a me le parole per dirci.

 

 Annie Leclerc

 

Parlerò anche di me.

Il mio modo di filosofare non si separa, o tende a non separarsi dalla necessità di esprimere ciò che vivo, ho vissuto, sento. Voglio mostrare che il pensiero ha origine sempre in un corpo, in un’esperienza, in una sensibilità, in un’epoca e evidentemente in un sesso. Sono caduta nella filosofia come Obelix nella sua pozione magica.

Prima ancora di conoscerla, ero in qualche modo predisposta: le circostanze, un certo ambiente, la mia famiglia. A casa mia si parlava molto, si amava riflettere. Io avevo proprio questa attitudine.

Nella mia scrittura ho continuamente cercato di render conto del modo in cui il pensiero si forma, di inseguire le tracce della riflessione quando è all’opera nella vita, di tracciarne la genesi nella carne viva dell’esperienza.

Quando ho scoperto i testi di filosofia, ho pensato che non ne sarei mai uscita, e questo è un dato di fatto: non sono mai uscita dalla lettura dei filosofi. Ma è per ragioni filosofiche che scrivo cose che talvolta sono un saggio, talvolta letteratura o poesia. Per le stesse ragioni ho il diritto e la possibilità di mescolare tutto. Alcuni parlano di confusione, io di convergenza.

La passione filosofica: interrogarsi in quanto esseri umani nel mondo. Questa passione scaturisce dal desiderio di verità. Ma questo desiderio di verità ne contiene un altro: quello di accrescere la vita, di renderla più intensa, più generosa, più feconda.

Quando insegnavo filosofia – cosa che ho fatto a lungo – mi sono sempre meravigliata al primo incontro con gli allievi. Trovavo sconvolgente la loro emozione nell’incontrare per la prima volta la loro insegnante di filosofia. Le gote soffuse di rossore, una sorta di commossa palpitazione. Trovavo tutto questo magnifico!

Nel corso dell’anno, questo appetito, questo straordinario desiderio finiva per essere deluso. Perché? Perché c’era un programma da seguire, argomenti da trattare, gli obblighi dell’istruzione. Nel momento in cui chiedevano di diventare adulti attraverso il pensiero e la vita, si rifilava loro un “sapere”. Tentavo di fare diversamente: di sollecitare sempre la riflessione. Ma non è così evidente.

L’insegnamento della filosofia, in sé, pone un problema. Anch’io sono andata incontro alla stessa delusione. Come se ci fosse una propensione nefasta della filosofia ad allontanarsi sempre da ciò che la fonda: il desiderio di vivere, di rappresentarsi le cose, di arricchirle, di fecondarle.

In effetti la filosofia non può sfuggire a questa contraddizione. Essa elabora dei concetti, sviluppa astrazioni, si separa di netto da ciò che l’ha portata all’esistenza, vale a dire dall’esperienza, dalla carne, dai corpi, in una parola dalle donne. Con la stessa dinamica, la filosofia giunge a farsi sistema, elabora concetti, e forse non può fare altro che staccarsi dal corpo, dalle donne, dal godimento…

Ma è lavoro filosofico anche quello di tentare sempre di riportarla sulla sua strada, nella sua carne. Alcuni filosofi l’hanno fatto, alcuni grandissimi pensatori – che sono altra cosa rispetto ai costruttori di sistemi – immensi pensatori che mi hanno segnata. Li ho adorati al punto da scrivere loro lettere d’amore… Penso a Jean–Jacques Rousseau, a Nietzsche: persone che hanno sempre cercato di ricondurre la filosofia dentro la vita.

Mi sono messa a scrivere, spinta dal desiderio di pensare. È la filosofia, piuttosto che il mio essere donna, che mi ha portato a scrivere. Volevo dimorare nella vita, scrivere a partire da me, dalla mia carne particolare, dal mio essere particolare che non è “la donna” nel senso dell’eterno femminino, o “essenzialista”, del termine, ma che è donna in senso biologico, sociale, culturale. Io ho un mio modo di essere al mondo, e ho scritto a partire da questo.

È proprio attraverso questa esperienza, che appartiene esclusivamente a me, che vedo le cose in un certo modo; ma le cose sono allo stesso tempo i valori, il senso della vita che io mi rappresento. Perché pensare se non per essere saggia, offrire agli altri una parola condivisa e che riguarda tutti gli esseri umani? Questo mi ha portato a una sorta di principio fondamentale: se si parte dall’esperienza della vita, se si cerca di introdurre la riflessione a partire da questa esperienza, da dove si deve cominciare? E su cosa bisogna fondarsi?

Bisogna fondarsi su ciò che è buono, le piccole cose che, nella vita, possono essere annoverate nell’ordine del godimento o della gioia – persino le cose più insignificanti! quando la vita ci invia un segno, quando la nostra carne dice sì, cosa ci vuol dire? Che questo qualcosa vuole che noi ci facciamo della filosofia.

Essere femmina, crescere, avere dei seni, ma anche le regole – non se ne dispiaccia Simone de Beauvoir – essere incinta, mettere al mondo una creatura, sono gioie stupefacenti, di cui non si conosce il senso profondo. Perché, quando sento un esserino che spinge dentro di me, una nuova vita in me, provo una specie di euforia? L’euforia è muoversi a un palmo da terra. È altresì evidente che ci sono anche esperienze negative. Si potrebbe cercare di capire che cosa queste esperienze vogliono dire – e certamente vogliono dire qualcosa.

Capita che ho vissuto il mio corpo, queste esperienze del corpo come felici. E mi sono chiesta: qual è il senso di questa gioia? E cosa è quest’ombra dentro il godimento? Poiché tutti i godimenti hanno qualcosa di oscuro. Richiedono di essere spiegati, resi comprensibili, per consegnarci il loro succo, il loro senso, e questo succo attiene alla filosofia.

Ho scritto così Parole de femme. Non si sapeva dove piazzarlo: è un saggio? È filosofia? È poesia?  È tutto questo, e per me non fa alcuna differenza che non si sappia come catalogarlo!

Più andavo avanti, più mi dicevo: ma sì, faccio della filosofia. A modo mio, mi occupo di tutto ciò che è passato sotto silenzio, e i più grandi fanno proprio questo: sono un pochino pretenziosa!… La prima ingiunzione che viene fatta alle donne è: stai zitta tu! Occupati dei bambini, accompagnali all’età adulta, soprattutto fanne dei maschietti, forgia dei soldati. Tuo compito è di metterli al mondo, nutrirli, educarli a dovere, e tacere. È questa la ragione per cui avevo intitolato il mio libro Parola di donna poiché il primo atto di sovversione, forse il più importante, è prendere la parola. La prima ribellione è dire fino in fondo ciò che pensano. Sono dell’opinione che esse pensino molto di più di quanto non dicano.

Ora, basta! Bisogna che esprimano il loro pensiero e che non si accontentino – cosa che rimprovero al femminismo anteriore al mio – di autocommiserarsi, di dire che le donne non hanno buon gioco in questa partita.

Prendere la parola è impegnarsi a dire ciò che si pensa. Di tutto: degli uomini, delle donne, della divisione dei sessi, della vita, della morte, della giustizia, della violenza, della guerra. Non solo enunciare, ma analizzare. Il ruolo primario della filosofia è quello di interrogare ciò che sembra scontato per via di un’abitudine consolidata. È là che la filosofia è sovversiva, quando dice: attenzione! Voi pensate: è così. Ma perché?

Vado a enunciare tre grandi questioni che mi sono sembrate le più importanti.

Prima questione. Da dove viene la divisione dei sessi che si ripropone costantemente? e le sue definizioni basate sulla filosofia essenzialista che ci dicono: un uomo deve fare questo, una donna quello? divisione che attraversa tutta la storia dell’umanità, tutte le culture e le civiltà. Bisogna chiedersi il perché di questa divisione, di questo scarto.

Seconda questione. Perché, perché ripeto, questa costante della dominazione maschile? E a tal proposito avrei delle osservazioni da fare non soltanto a Simone de Beauvoir ma anche, perdonatemi, a Pierre Bourdieu. Nel caso di Simone de Beauvoir è molto semplice, si tratta di “natura”: gli uomini sono più forti e hanno una tendenza naturale, una specie di potere naturale che va accrescendosi e sviluppandosi da sé. La dominazione maschile è effettivamente una costante ricorrente nelle varie civilizzazioni. Si dice che gli uomini hanno più valore delle donne, che un uomo vale più di una donna, che gli uomini sono capaci di fare più cose delle donne. Questa esclusione delle donne da ambiti prestigiosi come l’arte, la religione, la filosofia o la politica esige di essere indagata.

Quanto “all’alienazione femminile” voglio vederci chiaro. Tua suocera che dice ciò che ha da dire nel suo angolino, non ha sicuramente in testa meno pensieri, e se la vai a cercare, ha cose formidabili da dire. Tutto il mondo ha bisogno di questa parola di donna.

Terza questione, pressante. Perché questa bizzarria incredibile della specie umana, la violenza? Le torture, le violenze sessuali, i massacri, gli stupri di donne e bambini, e ovviamente la guerra? Ma che è tutto questo?

Ho cercato dei testi che mi parlassero della guerra. C’era un certo Gaston Bouthoul, ma era veramente piatto. Nemmeno una parola su questo fenomeno che è davanti ai nostri occhi, si può quasi mettere sul tavolo: violenze sessuali, massacri, torture, deportazioni… Non sopporto quando qualcuno mi dice: la guerra? Le cose vanno cosi, gli animali sono cosi. A dire il vero, gli animali non sono affatto così. Non basta denunciare, occorre invece darsi da fare per capire. Non se ne sa niente, ma non è che non se ne saprà mai niente per il fatto che non se ne sa niente!

Dunque, la storia comincia proprio ora. Siamo solo all’inizio. Comprendere non vuol dire perdonare, ma sforzarsi di uscire dall’ineluttabile. Quanto alla liberazione delle donne, significa che le donne devono avere voce in capitolo. Del resto, le donne hanno cominciato, ma non vengono quasi capite. Ci sono state donne eccezionali nel secolo scorso: Hannah Arendt, Simone Weil, che si sono occupate esattamente di quest’ultimo problema – la guerra, la violenza. Grandi pensatrici non ancora apprezzate per il loro valore. Bisogna continuare. Dare spazio alla filosofia delle donne. È proprio questo che ci è mancato di più.

(Traduzione di Luciana Piddiu)

 

 

Annie Leclerc (1940-2006), filosofa e docente di filosofia, è una figura centrale del femminismo francese dopo il Maggio ’68. Laureata alla Sorbona di Parigi nel 1963, si impone all’attenzione del pubblico con il libro Parole de femme. Nel testo elabora il concetto di jouissance legata al corpo femminile e porta avanti una critica radicale agli stereotipi maschili che esaltano forza e virilità mentre svalorizzano bambini donne, vecchi in quanto ‘deboli’. I lavori di cura, da sempre appannaggio delle donne e perciò svalutati, vengono da Leclerc considerati essenziali e preziosi per la vita degli individui e della società. La loro svalorizzazione è il prodotto di una visione maschile che riconosce valore solo al lavoro finalizzato al profitto. Ma il libro che le dà la fama, segna anche la rottura mai risanata del forte sodalizio con Simone de Beauvoir, con la quale aveva collaborato attivamente in occasione del ‘Manifeste des 343’ per il riconoscimento del diritto all’interruzione di gravidanza. Fortemente influenzata dalle ricerche di Michel Foucault e consapevole dell’inefficacia del sistema penitenziario, attraverso i suoi laboratori di scrittura tenuti nelle carceri parigine nell’arco di un ventennio (1970-1990), si batterà per ridare dignità e fierezza ai prigionieri, ai quali nessuno ha il diritto di levare la patente di umanità. La parola, l’ascolto e la scrittura danno in questo paziente lavoro esiti sorprendenti e impensati. È stata la sposa del teorico marxista Nicos Poulantzas.

 

 

Bibliografia

 

Le Pont du Nord, Ed.Gallimard (1967)

Parole de femme, Ed. Grasset (1974)

Epousailles, Ed.Grasset (1976)

Au feu du jour, Ed.Grasset (1979)

Hommes et Femmes, Ed.Grasset (1985)

Le Mal de mère, Ed.Grasset (1986)

Origines, Ed.Grasset (1988)

Clé, Ed.Grasset (1989)

Exercices de memoire, Ed.Grasset (1992)

Toi, Pénélope, Ed Actes Sud (2001)

Eloge de la nage, Ed.Actes Sud (2002)

L’enfant,le prisonnier, Ed.Actes Sud (2003)

L’Amour selon Madame de Renal, Ed.Actes Sud (2007)

Paedophilia ou l’amour des enfants, Ed. Actes Sud, prefazione di Nancy Huston (2010)

 

Copubblicazioni

 

La venue à l’ecriture, Ed.Bourgois (1977) con Hèléne Cixous e Madeleine Gagnon

Variations sur des thémes de Gould, con G. Guertin – M.Therrien – G.Guillard,  Ed.Momentum  (1977)

Autrement dit, di Marie Cardenal, postfazione di Annie Leclerc , Ed.Grasset (1977)

 

 

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