Ci è voluto molto tempo prima che ci si sentisse, come dire, in diritto di prender la parola. Prender la parola, letteralmente: mi accorgo ora di quanto l’espressione sia adeguata. Remore interiori ad appropriarsi dei termini, pudore a dare nomi a stati d’animo, ma anche alle realtà più semplici, un senso di illecita forzatura in questo, erano nell’aria – immotivati? E un ritegno, un sorta di “vergogna” (non è su questo termine che si chiude Il Processo, parabola anche dello scrittore, a esecuzione avvenuta?), a sbrigarsela con tanta riprovevole leggerezza (le parole, appunto) con le situazioni che si attraversavano; una sorta di prevaricazione che mai si sarebbe osata in quell’ambiente, quasi che in gioco fosse un’usurpazione da parte delle parole e le cose semplicemente non le reggessero  E una presunzione, una violenza fatta alle cose, e a se stessi l’attribuirsene il diritto. C’è voluto molto tempo a sentirsi autorizzati a dire, ora viene quasi spontaneo.

Per questo indispone il discredito che da più parti oggi si cerca di gettare sugli anni Sessanta. Anche chi di quei movimenti sia stato un semplice spettatore, e di taluni suoi possibili effetti in concreto non abbia granché fruito (ma il loro significato non si restringe a questo; le ragioni di quegli anni hanno comunque agito in profondità), ciononostante lo ricorda come un momento molto significativo e a suo modo liberatorio, con qualche nostalgia persino. Perché avevano finalmente voce realtà che toccavano da vicino, e in cui aveva grande spazio la realtà femminile, e incontri in essa che (è necessario dirlo?) “lasciavano il segno”. Realtà prima inibite, censurate, lasciate macerare nel mondo di cose inespresse, e che tanto più opprimono quanto più appunto sono private della possibilità di dirsi.

Questo riguarda in prima linea esperienze personali, certo; e di queste solo ci si può sentire legittimati a parlare; in nessun caso ci si può presumere portavoce di altri. Lo spostarsi dell’accento sulla soggettività era tuttavia anche un dato culturale per taluni di noi, legati a quella che Fulvio Papi chiamerà “Scuola di Milano” . Nessun  motivo aveva avuto maggior presa (ma qui dovrei parlare in prima persona) tra quanti ci proponeva la lettura, tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ’60, dei saggi di Paci su “Aut aut”, o, sullo sfondo, di Sartre, genericamente della fenomenologia  – con scarsa considerazione tuttavia (è solo di me che parlo) del senso “non psicologistico” che doveva appartenere a quella soggettività.

Nel mondo della soggettività si sarebbero ritagliati spazi assai significativi poi: il tema non solo della soggettività femminile, ma anche della soggettività operaia e  in seguito della soggettività maschile (vedo che escono parecchi testi sul tema oggi, dev’essere di moda). Nel nostro mondo maschile giocavano un grande ruolo amici, padre, conoscenze, fratelli, “maestri”. Ma ci aveva parte tutt’altro che trascurabile (ma occorre dirlo?) il variegato mondo femminile – amicizie, sorelle, figlie, compagne, mamme, conoscenze, amori – con cui la forza delle cose induceva a confrontarsi, e non in modi e con esiti di poco conto, in positivo o in negativo che fosse. Era solo insincerità, diffusa, il viverlo sotto il segno di una scontata irrilevanza, o di una garantita impermeabilità (come se davvero si trattasse di un ambito solo privato e casuale, scisso dal resto della vita).

Colpiva certa ambivalenza: l’esibito understatement (quando non sottovalutazione delle doti “spirituali”, o pratiche, o altro che fossero) della donna, e l’essere di fatto poi non di rado pesantemente condizionati dal mondo femminile con cui si aveva a che fare. Diffuso (e tutt’altro che scomparso) era il valutarne i ruoli secondo moduli prefabbricati, a senso unico: quante volte si attribuivano alle donne futili comportamenti, ritenuti tipicamente femminili, ma chiaramente non meno (e in modi non più lievi) diffusi nel mondo maschile. Anche se certo non mancava per contro nella propria cerchia chi fosse per sua natura incline a trovare nelle donne (e talvolta più che negli amici maschi) interlocutrici aperte e sensibili, su un piano di parità (anzi con qualche senso di inadeguatezza se mai…); quando non a cercarvi vie di rifugio e di salvezza – incongruamente, o forse no, a seconda dei casi (“fai troppo conto dell’aiuto altrui, in specie di quello delle donne”, così il sacerdote redarguisce Josef K.).

Naturalmente più a portata di mano nella comune esperienza maschile erano le differenze interne al mondo femminile, più che non la differenza di genere, che sfumava in un orizzonte enigmatico tutto sommato; quando non si incentrava in genericità fisio-psicologiche, o in tipi ideali astratti presto messi a repentaglio dai fatti. Figure contrastanti, modalità di rapporto non di rado conflittuali, mitologie con cui per lo più ci si misurava in modo inconsapevole, dominavano l’esperienza del femminile. Un campionario dei tipi più incombenti era disponibile nel lessico corrente, formatosi, o confermato, nel solco di figure vive nel mondo del cinema, di letture frequentate, di immagini visive incombenti nel nostro vissuto; e del teatro musicale. Vero e proprio repertorio quest’ultimo, anche se non di rado visto solo con sospetto, di “miti d’oggi”: Carmen, Tatjana, Pamina, Violetta, Leonora, Manon, Isolde, Lulu, Susanna, Kat’a…

Cardini della casistica disponibile (li prendo a caso) erano la donna-accoglienza sognata, la donna vigile che-mette in guardia dai pericoli della vita, impersonati a loro volta dalla donna che conduce alla rovina; la donna complice o la donna equivoca come quasi tutte le eroine di Kafka. La donna-perdizione e la donna mistero, la donna crudele e fatale, la donna desiderata, temuta magari, ma insieme promessa di durevole felicità. La donna allontanante, che inquieta e respinge; o la donna che attrae e respinge insieme, la  donna comprensione-ascolto, la donna-redenzione e pietà; la donna che si sacrifica, ma anche che si redime e sa redimere (la Sonia di Delitto e castigo, una delle figure più amate). La donna che soccorre o si attende soccorso;  la donna sensuale, la donna passione, la donna immacolata; la donna protettiva o che chiede protezione; ma anche la donna specchio di frustrazione e fallimento. Donne di incredibile spessore spirituale o di inquietante drasticità, di finezza autentica o di disarmante superficialità, sempre semplificando all’ingrosso. Spia naturalmente, tutto questo, delle aggrovigliate sfaccettature della sessualità, ma anche segni di divaricate possibilità di rapporti affettivi, o generalmente “umani” come si dice.

Non si potrà certo affermare di aver mai incontrato donne in carne e ossa che corrispondessero a tipi invalsi; questi potevano esprimerne tendenze, forse; quando non valevano come comodi pregiudizi, o come scontato criterio di orientamento in un contesto sicuramente complesso. Reali in effetti sono sempre state figure che mescolavano tratti differenti di ogni tipologia, o nessuno di essi; cosa che ovviamente non cancellava il prevalere di taluni tratti su altri, non toglieva differenze percepibili. E tutto questo in un mondo che imponeva (e impone) con sotterranea, ma inaudita, violenza, modelli di femminilità, di affettività, di rapporti tra i sessi, univoci, e tali da generare (in non pochi credo) più disagio e infelicità di quanto si fosse disposti ad ammettere.

Non a caso si era portati a leggere con passione interessata libri “femminili”; non molti peraltro, devo ammettere, nel mio caso. La prima lettura tra quelle che “lasciano il segno” è stata Il secondo sesso; altre dopo furono meno coinvolgenti; non poche ci venivano segnalate da conoscenze femminili frequentate. Simone de Beauvoir per prima dava risalto a quanto si poteva sospettare: cioè che l‘immaginario delle donne incombente sulla vita anche maschile fosse non dato di natura, caratteriale, ma costruito nel tempo culturale, in un retaggio di malessere infinito. E questo si può aggiungere non in omaggio a stereotipi diffusi, ma per quanto ci si aveva a che fare; e non era sempre confortante, magari anche solo per personale inadeguatezza a capire. Miti che si intrecciavano nella nostra storia, ma anche forme mentali diffuse, e realtà o fantasmi di educazioni sentimentali accidentate, spesso evidenti.

Lo slogan “donne non si è ma si diventa” era naturalmente solo una reazione a modelli malamente imposti. Ma non è possibile dissolvere nella sequela di momenti diversi realtà che presentano comunque una loro inconfondibile fisionomia, differenze da specificare, identità da salvaguardare. Per dirla in modo spiccio ma efficace, anche qui, fenomenologicamente, resterei per una rivalutazione del “realismo”, contro ogni dissoluzione dell’esperienza in un’ermeneutica infinita…

Ci si rendeva ben conto (perché lo si aveva sotto gli occhi già nella cerchia più prossima) delle disparità di destino createsi in un lungo percorso culturale e di privilegi storico-sociali acquisiti. Ma nella propria ottica si era portati a interrogarsi su quanto dei problemi qui ricordati riguardasse anche la figura di maschio predominante, che spesso ci era portata a inderogabile modello (“sii uomo!”, “comportati da maschietto e non da femminuccia!”, ecc.), inarrivabile per noi – e cui ci si sentiva, e magari si era, del tutto inadeguati (coi sensi di colpa e le frustrazioni del caso). L’etica della prestazione, dominante in altri ambiti (incluso quello del “lavoro culturale”, termine già di per sé sintomatico) incombeva anche sul piano affettivo e sessuale.

Parzialmente lo confermano talune figure incontrate tra i “maestri” dell’ambiente in cui eravamo stati educati. All’universo banfiano appartenevano, è vero, personalità femminili significative, figure che assunsero un notevole rilievo nel mondo della cultura: da Daria Menicanti a Lorenza Maranini, da Maria Corti a Rossana Rossanda, da Maria Luisa Denti a Eva Randi; senza contare la moglie di Banfi, Daria Malaguzzi, scrittrice tra l’altro; e figure di insegnanti quali Ottavia e Clelia Abate…. Ma era anche un mondo, questo, a ruoli fortemente precostituiti, e perciò abitato con estremo disagio da taluni tra noi.

Di qui la (soltanto mia?) profonda simpatia per Antonia Pozzi: non in quanto donna (di questo si sono fatte carico più legittimamente studiose qualificate, Graziella Bernabò per tutte), ma in quanto sintomatica cartina di tornasole, che rendeva particolarmente evidente con quanta violenza “dogmatica” fossero costruiti i ruoli, anche nel mondo del razionalismo critico, che pur aveva in un’aperta sensibilità per la complessità delle cose il proprio fulcro. E in cui il rigetto con sdegno di quanto suonasse biografistico, soggettivistico o, peggio, femmineo-decadente, era di casa. A questo riguardo resta sintomatico l’atteggiamento, assai differente, assunto da Banfi verso le poesie di Antonia Pozzi e di Vittorio Sereni. Il caso di questa poetessa resta emblematico: indotta a confrontarsi con “personalità forti”, depositarie di un’immagine di donna a lei estranea; avverte dolorosamente la pressione di un modello di femminilità che nessuno aveva il diritto di imporle. E di cui finisce con l’interiorizzare contro se stessa le istanze, con conseguente isolamento e sensi di colpa; adeguarsi sarebbe stato pagato al prezzo di una deleteria sfiducia in sé, e in ciò che più le apparteneva.

Allargando il discorso, qualcosa di tutto questo (fatte salve le innegabili differenze) riguardava anche il modello di maschio che dominava (e con non minore drasticità) anche al di fuori di quell’ambiente; e non ci si deve nascondere che pressanti richieste di adeguarvisi venivano anche da parte di donne che lo facevano proprio.

Per questo indispone il discredito che da più parti oggi si cerca di gettare sugli anni Sessanta. Anche chi di quei movimenti sia stato un semplice spettatore, e di taluni suoi possibili effetti in concreto non abbia granché fruito (ma il loro significato non si restringe a questo; le ragioni di quegli anni hanno comunque agito in profondità), ciononostante lo ricorda come un momento molto significativo e a suo modo liberatorio, con qualche nostalgia persino. Perché avevano finalmente voce realtà che toccavano da vicino, e in cui aveva grande spazio la realtà femminile, e incontri in essa che (è necessario dirlo?) “lasciavano il segno”. Realtà prima inibite, censurate, lasciate macerare nel mondo di cose inespresse, e che tanto più opprimono quanto più appunto sono private della possibilità di dirsi.

Questo riguarda in prima linea esperienze personali, certo; e di queste solo ci si può sentire legittimati a parlare; in nessun caso ci si può presumere portavoce di altri. Lo spostarsi dell’accento sulla soggettività era tuttavia anche un dato culturale per taluni di noi, legati a quella che Fulvio Papi chiamerà “Scuola di Milano” . Nessun  motivo aveva avuto maggior presa (ma qui dovrei parlare in prima persona) tra quanti ci proponeva la lettura, tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ’60, dei saggi di Paci su “Aut aut”, o, sullo sfondo, di Sartre, genericamente della fenomenologia  – con scarsa considerazione tuttavia (è solo di me che parlo) del senso “non psicologistico” che doveva appartenere a quella soggettività.

Nel mondo della soggettività si sarebbero ritagliati spazi assai significativi poi: il tema non solo della soggettività femminile, ma anche della soggettività operaia e  in seguito della soggettività maschile (vedo che escono parecchi testi sul tema oggi, dev’essere di moda). Nel nostro mondo maschile giocavano un grande ruolo amici, padre, conoscenze, fratelli, “maestri”. Ma ci aveva parte tutt’altro che trascurabile (ma occorre dirlo?) il variegato mondo femminile – amicizie, sorelle, figlie, compagne, mamme, conoscenze, amori – con cui la forza delle cose induceva a confrontarsi, e non in modi e con esiti di poco conto, in positivo o in negativo che fosse. Era solo insincerità, diffusa, il viverlo sotto il segno di una scontata irrilevanza, o di una garantita impermeabilità (come se davvero si trattasse di un ambito solo privato e casuale, scisso dal resto della vita).

Colpiva certa ambivalenza: l’esibito understatement (quando non sottovalutazione delle doti “spirituali”, o pratiche, o altro che fossero) della donna, e l’essere di fatto poi non di rado pesantemente condizionati dal mondo femminile con cui si aveva a che fare. Diffuso (e tutt’altro che scomparso) era il valutarne i ruoli secondo moduli prefabbricati, a senso unico: quante volte si attribuivano alle donne futili comportamenti, ritenuti tipicamente femminili, ma chiaramente non meno (e in modi non più lievi) diffusi nel mondo maschile. Anche se certo non mancava per contro nella propria cerchia chi fosse per sua natura incline a trovare nelle donne (e talvolta più che negli amici maschi) interlocutrici aperte e sensibili, su un piano di parità (anzi con qualche senso di inadeguatezza se mai…); quando non a cercarvi vie di rifugio e di salvezza – incongruamente, o forse no, a seconda dei casi (“fai troppo conto dell’aiuto altrui, in specie di quello delle donne”, così il sacerdote redarguisce Josef K.).

Naturalmente più a portata di mano nella comune esperienza maschile erano le differenze interne al mondo femminile, più che non la differenza di genere, che sfumava in un orizzonte enigmatico tutto sommato; quando non si incentrava in genericità fisio-psicologiche, o in tipi ideali astratti presto messi a repentaglio dai fatti. Figure contrastanti, modalità di rapporto non di rado conflittuali, mitologie con cui per lo più ci si misurava in modo inconsapevole, dominavano l’esperienza del femminile. Un campionario dei tipi più incombenti era disponibile nel lessico corrente, formatosi, o confermato, nel solco di figure vive nel mondo del cinema, di letture frequentate, di immagini visive incombenti nel nostro vissuto; e del teatro musicale. Vero e proprio repertorio quest’ultimo, anche se non di rado visto solo con sospetto, di “miti d’oggi”: Carmen, Tatjana, Pamina, Violetta, Leonora, Manon, Isolde, Lulu, Susanna, Kat’a…

Cardini della casistica disponibile (li prendo a caso) erano la donna-accoglienza sognata, la donna vigile che-mette in guardia dai pericoli della vita, impersonati a loro volta dalla donna che conduce alla rovina; la donna complice o la donna equivoca come quasi tutte le eroine di Kafka. La donna-perdizione e la donna mistero, la donna crudele e fatale, la donna desiderata, temuta magari, ma insieme promessa di durevole felicità. La donna allontanante, che inquieta e respinge; o la donna che attrae e respinge insieme, la  donna comprensione-ascolto, la donna-redenzione e pietà; la donna che si sacrifica, ma anche che si redime e sa redimere (la Sonia di Delitto e castigo, una delle figure più amate). La donna che soccorre o si attende soccorso;  la donna sensuale, la donna passione, la donna immacolata; la donna protettiva o che chiede protezione; ma anche la donna specchio di frustrazione e fallimento. Donne di incredibile spessore spirituale o di inquietante drasticità, di finezza autentica o di disarmante superficialità, sempre semplificando all’ingrosso. Spia naturalmente, tutto questo, delle aggrovigliate sfaccettature della sessualità, ma anche segni di divaricate possibilità di rapporti affettivi, o generalmente “umani” come si dice.

Non si potrà certo affermare di aver mai incontrato donne in carne e ossa che corrispondessero a tipi invalsi; questi potevano esprimerne tendenze, forse; quando non valevano come comodi pregiudizi, o come scontato criterio di orientamento in un contesto sicuramente complesso. Reali in effetti sono sempre state figure che mescolavano tratti differenti di ogni tipologia, o nessuno di essi; cosa che ovviamente non cancellava il prevalere di taluni tratti su altri, non toglieva differenze percepibili. E tutto questo in un mondo che imponeva (e impone) con sotterranea, ma inaudita, violenza, modelli di femminilità, di affettività, di rapporti tra i sessi, univoci, e tali da generare (in non pochi credo) più disagio e infelicità di quanto si fosse disposti ad ammettere.

Non a caso si era portati a leggere con passione interessata libri “femminili”; non molti peraltro, devo ammettere, nel mio caso. La prima lettura tra quelle che “lasciano il segno” è stata Il secondo sesso; altre dopo furono meno coinvolgenti; non poche ci venivano segnalate da conoscenze femminili frequentate. Simone de Beauvoir per prima dava risalto a quanto si poteva sospettare: cioè che l‘immaginario delle donne incombente sulla vita anche maschile fosse non dato di natura, caratteriale, ma costruito nel tempo culturale, in un retaggio di malessere infinito. E questo si può aggiungere non in omaggio a stereotipi diffusi, ma per quanto ci si aveva a che fare; e non era sempre confortante, magari anche solo per personale inadeguatezza a capire. Miti che si intrecciavano nella nostra storia, ma anche forme mentali diffuse, e realtà o fantasmi di educazioni sentimentali accidentate, spesso evidenti.

Lo slogan “donne non si è ma si diventa” era naturalmente solo una reazione a modelli malamente imposti. Ma non è possibile dissolvere nella sequela di momenti diversi realtà che presentano comunque una loro inconfondibile fisionomia, differenze da specificare, identità da salvaguardare. Per dirla in modo spiccio ma efficace, anche qui, fenomenologicamente, resterei per una rivalutazione del “realismo”, contro ogni dissoluzione dell’esperienza in un’ermeneutica infinita…

Ci si rendeva ben conto (perché lo si aveva sotto gli occhi già nella cerchia più prossima) delle disparità di destino createsi in un lungo percorso culturale e di privilegi storico-sociali acquisiti. Ma nella propria ottica si era portati a interrogarsi su quanto dei problemi qui ricordati riguardasse anche la figura di maschio predominante, che spesso ci era portata a inderogabile modello (“sii uomo!”, “comportati da maschietto e non da femminuccia!”, ecc.), inarrivabile per noi – e cui ci si sentiva, e magari si era, del tutto inadeguati (coi sensi di colpa e le frustrazioni del caso). L’etica della prestazione, dominante in altri ambiti (incluso quello del “lavoro culturale”, termine già di per sé sintomatico) incombeva anche sul piano affettivo e sessuale.

Parzialmente lo confermano talune figure incontrate tra i “maestri” dell’ambiente in cui eravamo stati educati. All’universo banfiano appartenevano, è vero, personalità femminili significative, figure che assunsero un notevole rilievo nel mondo della cultura: da Daria Menicanti a Lorenza Maranini, da Maria Corti a Rossana Rossanda, da Maria Luisa Denti a Eva Randi; senza contare la moglie di Banfi, Daria Malaguzzi, scrittrice tra l’altro; e figure di insegnanti quali Ottavia e Clelia Abate…. Ma era anche un mondo, questo, a ruoli fortemente precostituiti, e perciò abitato con estremo disagio da taluni tra noi.

Di qui la (soltanto mia?) profonda simpatia per Antonia Pozzi: non in quanto donna (di questo si sono fatte carico più legittimamente studiose qualificate, Graziella Bernabò per tutte), ma in quanto sintomatica cartina di tornasole, che rendeva particolarmente evidente con quanta violenza “dogmatica” fossero costruiti i ruoli, anche nel mondo del razionalismo critico, che pur aveva in un’aperta sensibilità per la complessità delle cose il proprio fulcro. E in cui il rigetto con sdegno di quanto suonasse biografistico, soggettivistico o, peggio, femmineo-decadente, era di casa. A questo riguardo resta sintomatico l’atteggiamento, assai differente, assunto da Banfi verso le poesie di Antonia Pozzi e di Vittorio Sereni. Il caso di questa poetessa resta emblematico: indotta a confrontarsi con “personalità forti”, depositarie di un’immagine di donna a lei estranea; avverte dolorosamente la pressione di un modello di femminilità che nessuno aveva il diritto di imporle. E di cui finisce con l’interiorizzare contro se stessa le istanze, con conseguente isolamento e sensi di colpa; adeguarsi sarebbe stato pagato al prezzo di una deleteria sfiducia in sé, e in ciò che più le apparteneva.

Allargando il discorso, qualcosa di tutto questo (fatte salve le innegabili differenze) riguardava anche il modello di maschio che dominava (e con non minore drasticità) anche al di fuori di quell’ambiente; e non ci si deve nascondere che pressanti richieste di adeguarvisi venivano anche da parte di donne che lo facevano proprio.

Per questo ha fatto epoca nelle mie letture di allora Maschio per obbligo di Carla Ravaioli, che non a caso prendeva spunto esplicitamente dalla Lettera al padre. Nella mia attrazione per Kafka giocava indubbiamente anche questa riflessione sui germi del costituirsi dell’autoritarismo in quanto tale, oltre la riservatezza angusta della famiglia: è presente nei rapporti col padre, certo, ne troviamo traccia anche nei romanzi e nei racconti; ma investe ben più ampi ambiti del vivere intersoggettivo. L’incombenza della figura del padre è peraltro tipica di altri (spesso a torto bistrattati) mondi artistici e culturali; e tutt’altro che nel senso familistico-(piccolo)borghese-reazionario che per solito viene loro assegnato. Arreca una profonda irritazione vedere svilita (e accadeva, non senza punte di disprezzo) la Lettera al padre a una lagnanza biografistica, reclusa in un ambito psicologistico (in pratica un insulto, fenomenologicamente parlando) e in un caso solo “personale”, nella migliore delle ipotesi sfortunato e comunque respinto in un’irrilevante privatezza – “avvocatesco”, lo definiva Giuliano Baioni: cioè artificiosamente costruito ad usum delphini e con secondi fini inconfessabili.

Non ero il solo a rifiutarmi di sminuire nella passività lagnosa del lamento testimonianze di situazioni esistenziali ben vive, scottanti, e soprattutto “oggettive” quant’altre mai. Remo Cantoni tornava spesso sulla esortazione jaspersiana a “elevarsi” dalla Klage alla Anklage: dal mondo soggettivistico-passivo della Klage alla risposta attiva della Anklage. Nella mia ottica, al più letterale “accusa”  preferivo “denuncia”, che può sottintendere un rimprovero, ma non è tutta qui. Il senso è che non ci si deve recludere nella privata confessione (altro termine nel contesto banfiano non a caso oggetto di pregiudiziali censure), ma passare alla reazione intelligente, che per me si legava alla kafkiana “comprensione attiva”. All’Anklage appartiene, più che l’aperta ribellione dell’accusa, il lucido rendersi conto, il testimoniare – il non rassegnarsi, un domandare e un rispondere dunque. E sperare che altri si rendano conto, si interroghino e prendano le distanze – senza coltivare risentimenti e rancori tuttavia, che al buon vivere nuocciono.

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