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Allargare il cerchio. Pratiche per una comune umanità di Maria Livia Alga e Rosanna Cima

 

Allargare il cerchio. Pratiche per una comune umanità, a cura di Maria Livia Alga e Rosanna Cima è un numero speciale di Metis che racconta di alleanze, conflitti, pratiche politiche, di cura; di creazione di spazi condivisi, che assieme si costruiscono, curano, difendono; di corpi, di sguardi che si incrociano, di parole e silenzi che si scambiano; di saperi situati, incarnati, sessuati.

Il testo, intenso e vibrante, gioca attorno al nesso tra le pratiche e la figura del cerchio: il cerchio che si fa pratica politica e le pratiche che dispongono “in cerchio”. Il cerchio, figura che viene dalla nostra infanzia, e che nelle pratiche femministe si fa forma dello stare con le altre: a fianco, e non di fronte. Uno spazio in cui il ritrarsi e il fare un passo indietro porta a un di più e non a un di meno, perché permette l’ingresso a un’altra. Cerchio è dunque pratica di responsabilità e di cura, metodo e formula di misura.

Nel suo andamento intrecciato, il volume mette a tema diversi nodi che costituiscono urgenze politiche e di pensiero per tutte coloro che non sanno, perché non vogliono tenere separate la pratica politica e la riflessione, lo studio e le relazioni, l’accademia e l’attivismo. Vi troviamo infatti la messa a tema del rapporto mai piano tra femminismo, attivismo, accademia, studio, ricerca e lavoro con le donne portato avanti dalle operatrici dei centri antiviolenza, a partire dall’elemento di un troppo frequente (e quasi sistematico) scollamento tra postura accademica e saperi delle donne. Viene avanzata così, attraverso il racconto di pratiche concrete, una postura incarnata verso il sapere, che rifiuta la dicotomia soggetto/oggetto di studio, come quella tra operatrice/utente di un servizio, e che critica le modalità di formazione accademica tradizionali che riducono il sapere a un oggetto quantificabile e trasferibile e che guarda ai soggetti incarnati come a casi di intervento, numeri, corpi senza volto e senza storia.

A partire da esperienze di educazione comunitaria, il testo avanza la proposta di nuove pedagogie dell’incontro basate sulle modalità relazionali dei femminismi, che scardinano meccanismi accademici e professionali. Un cerchio, dunque, contro la verticalità dell’accademia. Un cerchio che non è chiusura, delimitazione, ma che continuamente si ridefinisce; in cui ognuna fa un passo indietro per allargarlo, per includere nuovi vissuti, nuove soggettività. Le modalità di questo sapere contemplano sia la disseminazione in luoghi già istituiti che, contemporaneamente, la creazione di spazi altri, facendo al contempo saltare tutte le partizioni: in primo luogo, quella tra il “dentro” e il “fuori” dell’accademia. Un sapere, inoltre, che fa saltare la retorica della meritocrazia neoliberale, poiché si radica nella consapevolezza che non esiste la possibilità di un sapere individuale che non provenga dallo scambio con altre e con altri, così come non esiste sapere che non sia situato, incarnato, sessuato. Così il lavoro di ricerca deve misurarsi con il partire da sé e con il situarsi di ognuna. I saperi delle donne sono frutto di relazioni incarnate tra soggetti che guardano e prendono parola sul mondo a partire da un punto di vista eccentrico.

Una nuova pedagogia, che muove dalle donne “esperte di esperienza” ed entra in dialogo con i vissuti, intrecciando e riconfigurando il già dato. Un sapere in cui l’esperienza non fa da intralcio, ma che anzi si radica nel partire da sé femminista: quel partire da sé “per andare verso” che costruisce sapere collettivo e spazi per l’alleanza e la sorellanza tra donne.

Un altro nodo fondamentale è costituito dalla riflessione sulla violenza e sulle modalità di sostegno in contesti interculturali, che porta con sé anche la riflessione sul lavoro e sulla formazione delle operatrici nei centri antiviolenza. In stretta connessione con la questione tra luoghi del sapere e saperi delle donne, viene messo in luce il ruolo fondamentale di realtà come le Case delle donne, in quanto spazi in cui le pratiche politiche fanno (e non “producono”) sapere e trasformano i luoghi, le relazioni, le vite. Nelle case delle donne il sapere si origina dall’esperienza. Non luoghi di servizi, ma luoghi in cui immaginare e agire la trasformazione radicale del nostro stare al mondo. Luoghi in cui essere pirate, agire quella cura pirata che coinvolge in tutte quelle attività che in precedenza nella nostra società erano considerate normali e salutari espressioni di solidarietà sociale e che oggi vengono criminalizzate o demonizzate. Le nostre società sono infatti radicalmente cambiate nel corso di pochi decenni e tanto è ora messo in discussione: dalle modalità della riproduzione sociale, alla possibilità di cura e il diritto alla salute, alla possibilità di accesso allo spazio pubblico.

Questa riflessione sui saperi e sulle pratiche delle donne emerge da un intreccio di storie concrete, fatte di esperienze di alleanze e conflittualità inaspettate. Storie che raccontano dei modi dello stare assieme, delle scommesse, delle sfide, della felicità e della fatica del fare con altre. I luoghi, i saperi, le pratiche delle donne sono qualcosa di contingente, inatteso e a volte precario, che richiede la cura di ognuna, e la presenza, come un «gesto condiviso di veglia di qualcosa di vivo e caldo» (p. VII). Come donne in cerchio che vegliano un fuoco.

Nei conflitti circa l’organizzazione degli spazi e delle vite, tra dialoghi interculturali e incomprensioni emerge la centralità della negoziazione e del posizionamento: si sta in assieme non in modo orizzontale, dove ognuna è accanto all’altra ma vede solo avanti a sé, ma in modo circolare, in cui tutte si guardano e misurano la propria distanza. La diversità va dunque vissuta, in un esercizio costante che la ponga al di fuori di una sua visione idealizzata e idilliaca, «gestire la diversità è obiettivo ed esercizio allo stesso tempo» (p. 40). Si tratta di un equilibrio delicato, tra personale e politico, che richiede un lavoro sapiente sulle relazioni e che esige un faticoso lavoro su di sé, che è fatto anche di conflitto e sconfitte e in cui occorre sapere ascoltare anche quella parte muta che risuona nel dialogo con l’altra, nei silenzi, e nell’ascolto di sé che ne scaturisce.

Sono pratiche che si collocano nella “terra di mezzo” di cui ci ha parlato Angela Putino, territorio che non è spazio terzo, ma terra abitata dai nomadi, in cui si confligge, si esplora, si resta radicate senza rimanere immobili. Sono alleanze che non temono il conflitto, sia esso interno – i conflitti, infatti, non disturbano il “noi”, quando l’orizzonte è condiviso (p. 91) – sia all’esterno, dove amore del mondo, cura, capacità di confliggere senza distruggere, tessendo e creando mediazioni dà vita a quella Lotta amata che ridisegna le pratiche di lotta di donne in tutto il mondo in nome della “praticabilità della vita”. Sono pratiche in cui lo stare e il creare assieme si muove su più piani – dalla condivisione del sapere sessuato, alla cura dei luoghi, al ritorno in piazza e alla rielaborazione dello strumento dello sciopero, al grido di Non una di Meno (Ni una Menos), mettendo al centro forme incarnate della politica che riattraversano lo spazio urbano in un fare che è assieme singolare e collettivo (e che con Arendt chiamiamo plurale). Corpi responsabili che ridisegnano gli spazi urbani tra confini fisici e simbolici.

I luoghi delle donne hanno creato un sapere che tocca e schiude nuove possibilità di vita per tutte e tutti. Spazi fisici e simbolici assieme, le case delle donne sono sempre state viste come necessarie dal movimento femminista (p. 27). Si tratta di percorsi che a volte si danno in totale autonomia e in altri in collaborazione (non senza conflitto) con soggetti istituzionali. Tra questi luoghi di sperimentazione, sapere e cura, i saggi di questo volume ci raccontano l’esperienza di Casa di Ramìa: spazio pubblico (p. 79), in sé vuoto, non definito, non predeterminato, che permette l’incontro. Spazio intermedio tra soggetti e istituzioni.

Questo testo, mentre racconta di esperienze di altre, in altre città, tocca da vicino le vicende della mia città e del mio fare politica. Innanzitutto, vi ritrovo la mia esperienza con il laboratorio “Lineamenti di genere, femminismi e differenza” che con Federica Giardini e con altre curo a Roma Tre dal 2015, così come il mio personale modo di stare in accademia: sento le parole delle altre che mi attraversano, percorrono una linea immaginaria dalla punta delle dita che passa sulla pagina fin su le braccia, in una risonanza che rimbomba piena, e che mi fa felice. Mi rende felice perché mi racconta che le alleanze possono darsi anche a distanza, che la relazione si costituisce anche in questo modo; che la postura comune fa mondo condiviso. E che quel mondo ti piace, ti somiglia, lo senti tuo, vuoi prendertene cura a costo di incredibili fatiche, conflitti incessanti, a volte non fruttuosi, eppure sai che per te ne vale, ed è questione inaggirabile, che non puoi vivere senza quel piano, che senza quelle pratiche non riesci a immaginarti neanche un minuto in università.

Poi mi racconta dei luoghi che attraverso, assieme alle mie compagne. Mi parla di Lucha y Siesta e della Casa Internazionale delle Donne, luoghi che non solo rappresentato lo spazio fondamentale della mia riflessione e attività politica, ma dove ho imparato, attraverso le relazioni, il contatto corporeo, gli sguardi che si incrociano, che cos’è il femminismo. L’ho imparato da donne più grandi, donne diverse, donne con genealogie, percorsi, posture differenti. Donne diversissime, che spesso confliggevano, ma che hanno reso quei luoghi unici, spazio vibrante del mio divenire femminista. Lì ho imparato, leggendo, toccando, discutendo, cosa significasse davvero per me percepirmi come donna, come soggettività incarnata e sessuata. Da lì si sono avviati percorsi e reti che mi hanno portato a Verona, a Diotima, e poi a Milano, a Bologna, a Cagliari, tra donne della mia età e non, ma che condividono con me una postura, radicata e piena di desiderio, che è capace di costruire alleanze intense e appassionate. In quegli spazi sono nati i collettivi che mi hanno formata, ho conosciuto le donne che amo e che stimo e senza le quali il mio pensiero sarebbe triste, grigio, rigido, inflessibile come tutte le cose che stanno in piedi a fatica.

Questo volume mi ha parlato anche di questo.

 

Allargare il cerchio. Pratiche per una comune umanità, Maria Livia Alga e Rosanna Cima (a cura di), Progredit, 2020.

 

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