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Agire da rabdomante

Tratterò della felice corrispondenza tra le considerazioni emerse dall’incontro con Chiara Zamboni Le donne e la città. Gemmazioni carsiche a Palermo[1] e la mia esperienza con donne del popolo che, spinte da bisogni elementari hanno occupato spazi pubblici.

In un momento storico come oggi in cui i bisogni primari, primo fra tutti il lavoro, tornano con prepotenza nell’agenda politica; ma anche cibo, casa, vestiti, acqua se pensiamo ai migranti che ci costringono a fare i conti, nel quotidiano, con i nostri fantasmi e le paure, ma anche a “creare un varco nella normalità”[2] l’intento è ragionare, a partire da tre mie esperienze, sul contributo che donne del bisogno possono dare alla creazione di nuove pratiche creative capaci di “mettere in atto una strategia che sappia giocarsi positivamente tra la realtà esterna e la sfera intimistica […] ricreando un immaginario sempre disponibile a essere scoperto”[3].

La prima esperienza risale alla fine degli anni settanta quando ho incontrato le donne che nel ‘47 occuparono le terre in Sicilia. La seconda nel 2000 con donne che avevano occupato un centro per anziani in un quartiere storico di Palermo, l’Albergheria, dove da sedici anni si riunivano per tagliare e cucire. Nel 2011 l’incontro con donne senzatetto che hanno occupato la cattedrale di Palermo e intrecciano la propria storia con quella di giovani militanti e femministe che sostengono la loro lotta[4]. Userò come coordinate per il mio ragionamento sei parole chiave emerse dalla conversazione: tempo; segreto; spazio abitato; attraversamenti; invisibile; fiducia.

 

Il tempo

 

“Le donne della mia generazione sono state sempre molto attente alle nuove generazioni, al loro posizionamento. Il punto è non identificarsi con la propria generazione di femminista storica identificando le altre sulla loro, perdendo il percorso soggettivo. Sarebbe un errore che trasformerebbe il tempo nella somma di tempi diversi, un incrocio casuale, ognuno restando nel proprio. In realtà il tempo è unico ed è quello presente”. 

 

L’affermazione di Chiara Zamboni in apertura dell’incontro mi corrisponde. La mia attenzione, nel corso degli anni, a donne che hanno occupato spazi pubblici nasceva infatti da una domanda nel tempo presente originata da un senso di inadeguatezza, una sfasatura tra il vissuto, il senso da dare a quel vissuto e le parole per dirlo. Succede quando qualcosa è andata “fuori posto” o si è scomposta e necessita una ricomposizione. L’inquietudine che ne deriva, pur avendo origine in passaggi di vita, dunque nel privato, porta con sé anche un desiderio, non bene formulato, di pratiche politiche in grado di restituire il senso alla nuova situazione in cui mi ritrovavo, essendo il privato fortemente influenzato dal contesto storico, e viceversa. Per esempio, nella prima esperienza, l’inquietudine originata dalla difficoltà a conciliare il mio ruolo di madre con la militanza politica, era fortemente influenzata dal clima della metà degli anni settanta messo a soqquadro dal femminismo, di cui sentivo il richiamo.

 

Il segreto

 

“Ritengo che le generazioni giovani hanno un segreto che non si può portare a conoscenza e che si deve lasciare nel silenzio, anzi quel silenzio è luogo generativo di una autenticità che altrimenti risulterebbe appiattito nella conoscenza”.

 

Già in altri testi[5] Zamboni è tornata sul tema del “segreto” parlando dell’empatia, altrimenti definita “stima”, “eros”, “desiderio” come “movimento passivo dell’anima attratto da qualcosa che l’orienta”.

 

L’aver avvertito che queste donne custodivano un segreto che avrebbe potuto dare una risposta alla mia ricerca mi ha condotto sulle loro tracce; le ho (in)seguite, come in una caccia al tesoro, per farmi raccontare la loro storia. Un’intuizione difficile da mettere in parole trattandosi di un sentire, come un senso di vertigine che prende allo stomaco, e che si percepisce come reale per gli effetti che produce. Per esempio, il mio prendere respiro, stare a mio agio in mezzo a loro, a tratti euforica al punto da sentire il bisogno di sedermi sulle loro ginocchia e abbracciarle. L’ascolto del racconto, in lingua materna, dell’esperienza patita mi rimandava qualcosa di mio. Il segreto, come compresi molto tempo più tardi, consisteva nel possedere queste donne ciò che a me mancava: la fedeltà a se stesse e alla propria esperienza che nasce dal radicamento nel corpo, e il saperla mettere in parole attraverso la capacità di cuntari [6] ancora viva e potente tra le donne del sud.

 

Lo spazio abitato

 

In La città è un ponte verso l’altro[7] Zamboni scrive che le donne del presente e del passato sono state presenti “con tutte se stesse” nel creare spazi politici condivisi in continuità al loro modo di essere e di agire. “Solo allora sono creative”. Quando le donne abitano uno spazio infatti non cambiano le modalità sia che quello spazio gli appartenga, sia che lo abbiano occupato, dando vita a luoghi di cura, di amore per la bellezza “tra” il pubblico e il privato; “dove si cerca di vivere una ricerca di senso in relazione e nello scambio”. Spazi “anomali rispetto a quelli maschili” dove avvengono trasformazioni, a partire da sé, spesso “impalpabili” ma fonte di una “conoscenza inoppugnabile” perché guadagnata attraverso il patire ciò che accade.

 

Spazi “anomali” sono la sala di cucito del centro per anziani all’Albergheria o il prato antistante il sagrato della cattedrale, entrambi occupati per motivi diversi, nei quali le donne operano piccole trasformazioni personali attraverso il cuntari che altro non è che racconto di trasformazione.

 

Ma ascoltiamo a questo proposito le parole delle donne, così dense di significato:

 

Maria, del centro per anziani all’Albergheria: “Quando desidero una cosa e non la posso comprare perché soldi non ne ho, vengo qui e lo racconto, e questo già mi basta”.

Francesca: “E’ bello, sai, ci diamo conforto l’una con l’altra perché ascoltando la storia dell’altra, la propria si minimizza. Non so cosa succede, ma quando entriamo qua diventiamo diverse”. Alla mia domanda se era cambiato qualcosa dopo il laboratorio di narrazione intrapreso, rispondono: “ci sentiamo più forti”.

In Le donne della cattedrale la donna col cerchietto sui capelli racconta come l’esperienza della cattedrale l’abbia trasformata: “Ho capito che se sto qui alla cattedrale non è solo per avere la casa. Punto e basta. E’ anche per parlare magari di cose che con la casa non c’entrano niente […] Stando qui ho capito cosa significa vivere insieme a persone diverse da me, coi loro difetti, il loro modo di pensare. Non so come spiegarlo, sono esperienze che ti mettono sullo stesso piano della persona che ti sta accanto, cerchi di comprenderla e mentre ascolti … dici: guarda c’è qualcuno più disperato di me”. Nella relazione con le altre donne troverà la forza per realizzare il suo più grande desiderio: sposarsi col suo compagno anche se è senza soldi.

Santina, una giovane donna che vive in periferia: “La lotta non c’entra niente, la verità è che stare qui alla Cattedrale, ci piace […] perché qui abbiamo a disposizione tanto tempo per pensare […] Per esempio penso a quello che facevo prima e non mi piace più. Ci ho pensato stando qui. A Pallavicino non ci torno. Ho pensato che la mia vita dipende solo da me”. E guardando la Cattedrale, conclude: “E’ questo posto che fa pensare”.

 

Attraversamenti

 

Chiara Zamboni individua nella città di Palermo “un laboratorio di pensiero e sperimentazione” caratterizzato da “un asse orizzontale”, per quartieri: quelli del centro storico, da cui provengono le donne che occupano la cattedrale; quelli residenziali, da cui provengono le femministe. Un “asse verticale”, che allude alle differenze di stili di vita all’interno del movimento tra eterosessuali, gay, lesbiche, trans, queer[8].

Comune è l’elemento dell’“attraversamento di confini”- geografici e di stili di vita – come “un movimento a onda in continua modificazione e gemmazione che dà vita a forme inedite di esistenza, di convivialità e inclusività là dove non ci sono modelli prestabiliti da seguire; a una ri-apertura continua di pratiche creative anche in presenza di vertenze politiche dove la posta in gioco è la rivendicazione di diritti”.

La matrice viene individuata in “una genealogia di matrice femminista di generazione in generazione”.

 

Credo che la matrice affondi le radici o venga favorita anche dall’anima della città. La contaminazione tra diversi, la predisposizione all’accoglienza, alla convivialità; ad inventarsi nel quotidiano forme di sopravvivenza fondate sulla fiducia e sullo scambio fanno parte dello spirito della città. Soprattutto nei quartieri storici dove sacro e profano, naturale e soprannaturale si mescolano facilitando la predisposizione a credere nei miracoli come elemento equilibratore della fatica del vivere. Dove i vivi e i morti convivono rafforzando il legame con le radici. Sopravvive soprattutto grazie alle donne che questi quartieri abitano, le donne della cattedrale o del centro per anziani all’Albergheria. Donne vulnerabili, alla maniera di Judith Butler: capaci di esporsi, ammettendo il bisogno che l’una ha dell’altra, la cui esistenza è guidata da una sensibilità di tipo empatico; dall’ascolto del cuore la cui fiamma brucia nei loro petti; dalla fedeltà a se stesse e alla propria esperienza; dalla dipendenza, a partire da quella dalla madre e dalla gratitudine nei suoi confronti; dalla tensione verso la giustizia; dal radicamento nel territorio; dal legame con “l’invisibile”: i sogni, il soprannaturale; col cibo e con la lingua materna. “Donne che pur partendo da esperienze di vita dissestate entrano in sintonia con buona parte del pensiero femminista perché risuona con la loro esperienza. A certe intuizioni c’erano arrivate già per conto loro”[9].

 

Rispondono a questo profilo empatico le donne della Cattedrale, Angela in particolare che “da piccola aveva sempre fame e per questo sente a pelle la sofferenza degli altri”. Racconta che la madre, pur vivendo in totale povertà, allineava sul davanzale della finestra i soldi guadagnati facendo la sarta e poi ne sottraeva una da donare ai poveri.

Della mescolanza tra naturale e soprannaturale, tra vivi e morti, tra sogno e realtà che altro non è che bisogno di trascendenza, danno testimonianza Francesca, del centro per anziani: “io dei morti non mi sono mai spaventata perché sono presenze che ci guidano nella vita”. E prova a descrivere così l’odore della morte: “E’ come quando si fa bile e la lingua si secca e diventa di fiele”. Giusy: “conoscevo una bambina di campagna che si inventava le preghiere e la Madonna le rideva perché erano preghiere che le uscivano dal cuore. Siccome era una bambina di campagna, questo vedeva e questo sentiva”. Mimma che quando si appresta a raccontare un fatto che è accaduto avverte se si tratta di un fatto realmente accaduto o lo ha sognato o lo sta inventando: “sentite questa cosa che vi cunto che fu fatto vero e successe a mia nonna”. Rosalia: “da questo posto non me ne posso andare perché qui sotto c’è u raricuni”. E batteva col piede l’asfalto per indicare qualcosa nel sottosuolo. Le avevano assegnato una casa popolare lontano dal quartiere, ma lei non voleva trasferirsi malgrado la miseria e la sporcizia del luogo perché lì sentiva la grossa radice che la tratteneva.

 

Donne di un’intelligenza intuitiva che comunica per “visioni”, immagini e simboli. Un vedere-sentire da cui scaturisce una eccedenza nei gesti: “quel di più” che Luisa Muraro definisce “eccellenza femminile” riferendosi alla naturale propensione delle donne a sporgersi verso un mondo che non c’è, scambiata dagli uomini per marginalità, follia, inaffidabilità, e che stenta a farsi misura del mondo. Qualità indimostrabile ma riconoscibile. Una forma di coscienza simile alla facultad, strategia di resistenza messa in atto dalla gente che vive situazioni di frontiera, interiori e esteriori, di cui parla Gloria Anzaldua in Borderlands/La Frontera  [10].

 

In Parole di terra Isabella mette una matita nella tasca dello scrittore, suo dirimpettaio, quando muore perché possa continuare a scrivere anche nell’al di là. Mimma tiene in ogni stanza della casa la statuetta di un santo o di una santa perché, dice: “quando faccio i lavori di casa mi piace guardarli e parlargli”.

In Falce, Martello e cuore di gesù le donne di Prizzi “facevano di testa loro” e contro il volere dei compagni portavano alle occupazioni lo stendardo del cuore di gesù insieme alla bandiera rossa, perché “entrambi erano fiamma che bruciava nei loro petti”.

In Le donne della Cattedrale Santina cucina sull’altare la pappina al figlio neonato: “E’ colpa mia se l’unica presa di corrente era sull’altare?” si giustifica, e profitta dell’occupazione per visitare i monumenti perché le piacciono “le cose belle” che nel suo quartiere mancano.

 

L’invisibile

 

Alla fine dell’incontro Zamboni ha posto la domanda “quali pratiche queste forme inedite di convivenza creano nella città”.

In La città è un ponte verso l’altro[11] Zamboni parla della città come di un organismo in continua evoluzione che porta con sé strati di ciò che l’ha segnata, la storia ma anche la sua parte invisibile: l’insieme dei legami affettivi con le persone del passato, a cominciare dalla madre. Storia percezione, inconscio sono infatti strettamente intrecciati. La città è dunque un luogo vivo che si trasforma attraverso le nostre azioni in quanto noi ne siamo parte, e ci trasforma. Le pratiche più interessanti sono pertanto quelle che conservano il legame con l’invisibile di cui è anche fatta l’esperienza femminile. Comportano una politica vissuta “come estensione del proprio corpo” e “in presenza” in quanto il contagio, vitale ai fini dello scambio, coinvolge non solo il corpo ma il suo lato inconscio. Una leva di apertura politica riveste il cibo come nutrimento, che, insieme ai sogni sono una delle pratiche per porsi in ascolto del lato inconscio dell’esperienza[12].

 

In Le donne della cattedrale sarà la preparazione da parte delle donne del quartiere Kalsa del gateau farcito di mortadella a rompere il ghiaccio con le giovani femministe, più delle parole e dei tanti volantini da quest’ultime distribuiti per invitarle a un incontro sulla contraccezione.

In Falce e Martello il cibo che ciascuna offre alle altre/i – pane, olive, ricotta, uova – ha una parte importante come momento di socialità nel sostenere la lotta, e nell’alimentare la speranza di un futuro migliore per sé e per i figli.

 

Con la “parte invisibile” dell’esperienza fatta di visioni le donne del popolo, al sud, intrattengono nel quotidiano un legame strettissimo:

 

Angela: “ho avuto una visione e solo allora ho capito. Mi sono vestita, ho preso l’autobus e sono andata a bussare dalle suore della carità e ho detto voglio fare volontariato”.

Mimma: “Io vedo sempre mio padre morto. Lo faccio vedere anche a mia sorella ma lei dice che sono fissata, io invece lo vedo vero, seduto sopra il muretto”.

 

Visioni della madre defunta innanzitutto:

 

Angela: “Con lei ci parlo soprattutto quando sono arrabbiata, mi sfogo, chiedo consigli. Così la tengo sempre presente”.

 

D’altro lato le donne della cattedrale si autodefiniscono invisibili “come il pruvulazzu” (polvere) allo sguardo dei “politici che sanno solo quello che vedono loro che sono avvocati e sono senza cuore”.

 

La fiducia

 

La chiave per capire questa politica vissuta “in presenza” è la fiducia: “un legame simbolico dispari che abbiamo vissuto nella prima infanzia con la madre e che ci ha aperto al mondo”. Un gioco di rilancio, avendo come misura la fedeltà al senso politico della propria esperienza, che “permette la presa di distanza dalla legge come unica condizione per avere riconoscimento dallo Stato. Preferendo il riconoscimento che proviene dallo scambio”.

 

Penso che al sud la mancanza o l’arrivo tardivo dell’emancipazione e del welfare in generale abbia costretto uomini e donne, più donne che uomini, a cercare fuori dal diritto e dalla legge soluzioni ai problemi facendosi orientare nient’altro che dalla propria esperienza. Ad inventarsi, a partire dal modello familistico, soluzioni creative di sopravvivenza e sostegno reciproco assumendosi il rischio della scelta e imparando di volta in volta a calcolarlo. Strumento per la sua applicazione non è la legge o l’appellarsi al diritto, entrambi assenti dal contesto, ma imparare a fidarsi dell’altro/a. Fiducia che dà vita a forme di micro resistenza che accrescono la “capacità performativa del corpo”, di cui parla Butler in A chi spetta una buona vita? [13] Pratiche che riferite al contesto siciliano definirei “di esistenza” basate sulla resilienza, lontane dalle forme “democratiche” di manifestazione di un diritto, sostituito dall’appello al senso di giustizia [14].

In merito al riferimento di Zamboni alla madre in questo processo, le donne del popolo intrattengono con le madri, vive o morte che siano, un rapporto privilegiato, di forte attaccamento, quasi sacrale.

 

Angela: “da piccola la guardavo e la seguivo come fosse la madonna”.

Laura (in Parole di terra): “io santi non ne prego, io prego solo a mia madre”.

 

 

Considerazioni finali

 

Avevo già frequentato le donne del popolo negli anni settanta e metà degli ottanta durante la militanza politica nella sinistra extraparlamentare; lottavo insieme ad altre e altri “per” i loro bisogni andando di casa in casa a parlare di diritti: alla casa, al lavoro, all’istruzione, all’acqua corrente, alla salute nel posto di lavoro, alla pensione [15]. Ci restituivano riconoscenza attraverso una affollata e convinta partecipazione a comizi, assemblee, cortei, e della quale andavamo fieri consapevoli che in assenza di una classe operaia compatta e sensibile al cambiamento, come al nord, nessun vero cambiamento era possibile al sud senza il coinvolgimento delle donne del popolo.

Ingessate nell’unica veste di “portatrici di diritti negati” dal nostro sguardo miope, proiettato verso un futuro lontano nel quale la rivoluzione avrebbe trionfato, non vedevamo ciò che queste donne ci offrivano nel presente. “Rimpiccioliti” in semplici rivendicazioni non riconoscevamo la grandezza profetica dei loro gesti, delle loro modalità che il femminismo, a loro sconosciuto, già mostrava.

Le ho cercate, molti anni dopo, per rispondere al bisogno di ricomposizione cui prima accennavo.

Le ho “riviste” attraverso la mediazione della scrittura o attraverso il filtro di un laboratorio di narrazione provando a raccontarle “dall’interno” e solo allora ne ho riconosciuto l’“eccellenza”. “Quel di più” che non riesce ancora a diventare misura del mondo. Si trattava infatti di un problema di sguardo interiore “perché è lo sguardo che salva “scrive Maria Concetta Sala “quello degli occhi predisposti per recepire la bellezza che è sempre esterna, e quello dell’anima che è […] attenzione[16]. “Per vedere il pruvulazzu ci vuole il verso giusto” mi dice Angela. “E cioè” le domandavo.  “Bisogna guardare in controluce. Come mi insegnava mia madre per vedere se avevo spolverato bene i mobili”.

Uno sguardo obliquo, dunque, come quello della scrittura.

 

Secondo Simone Weil il compito che spetta ad un pensiero che voglia cercare la verità è rendere possibile il contatto tra naturale e soprannaturale, che coesistono anche quando in apparenza neppure si sfiorano. Per migliorare le condizioni di vita, scrive Maria Concetta Sala riprendendo Weil,  bisogna combattere la malattia dello “sradicamento sociale”[17].

Le parole chiave: tempo; segreto; spazio abitato; attraversamenti; invisibile; fiducia, possono rappresentare delle coordinate in grado di orientarci in questo difficile compito? Credo di sì.

A queste, per quanto mi riguarda, aggiungo come pratiche orientanti, i luoghi dove casualmente sono approdata[18] “per l’effetto trasformativo” che hanno avuto su di me[19]; i sogni premonitori, che imprimono una direzione; l’ascolto della lingua materna perché “senza perdere il contatto con la realtà ha con sé l’innata risorsa di aprire un passaggio verso l’immaginario, inteso come un altro registro del quotidiano vivere”[20].

 

Che lezione trarre da queste mie esperienze, se non quella di partire da una domanda di senso nella quotidianità del tempo presente, da una contraddizione orientata da un desiderio “portando a consapevolezza il lato inconscio del vissuto”[21] come leva per modificare la nostra relazione col mondo?

Che lezione trarre dagli insegnamenti di queste “donne del bisogno” di cui ho portato testimonianza, se non quella di farne alleate privilegiate per stringere relazioni e trarre ispirazione nella ricerca di nuove strategie inventive all’altezza della situazione che viviamo?

Con quali modalità?

Ancora una volta è la scrittura a venirmi incontro.

“Non la pretesa di ‘parlare per conto di’, o peggio di ‘parlare di’,  ma l’impegno a parlare ‘vicino a’.

Sono parole di Assia Djebar che per scrivere di Donne d’Algeri “donne invisibili” agisce “da rabdomante” usando lo sguardo e l’ascolto.

“Non vedo altra via d’uscita per noi se non per mezzo di incontri come questo: una donna che parla d fronte a un’altra che guarda. Colei che parla sta raccontando l’altra […] Colei che guarda, a forza di ascoltare […] finisce col vedere se stessa per mezzo del proprio sguardo, finalmente senza veli”[22].

 
NOTE
[1] L’incontro è stato organizzato a giugno di quest’anno a seguito del testo di Chiara Zamboni sulla rivista on line di Diotima Per amore del mondo,  “Due libri dalla città di Palermo”. Le donne della cattedrale di Gisella Modica, Villaggio Maori edizioni, 2014 e Donne+donne a cura di Roberta Di Bella e Romina Pistone, edizioni Qanat, 2014.

[2] Sara Bigardi Quando il reale e il delirio si toccano in www.diotimafilosofe.it/larivista/

[3] Sara Bigardi, cit.

[4] Da queste esperienze sono nati tre lunghi racconti: Falce martello e cuore di gesù, Stampa Alternativa, 2000; Parole di Terra, risultato di un laboratorio di narrazione, edito da Stampa Alternativa, 2004; Le donne della Cattedrale, Villaggio Maori, 2014. I tre libri nascono dalle interviste alle protagoniste e l’idea iniziale era quella di un saggio, ma venne presto scartata perché solo la lingua del racconto, e dunque il romanzo, poteva restituire la bellezza dei loro gesti e del dialetto. Queste donne, dunque, pur configurandosi come personagge dei romanzi sono realmente esistite, i cui gesti e le parole riportate sono tratte dalle interviste rilasciate.

[5] “Ciò che ci attrae è il segreto che l’altra ha e che noi avvertiamo ma […] non verremo mai a scoprire. Eppure è per esso che chiediamo che l’altra ci racconti la sua esperienza. […] Ci avvicineremo ad una ricchezza di senso […] Ma il segreto dell’altra rimarrà intoccato”. In Diotima, Il profumo della maestra, Liguori, 1999.

[6] “Dentro il cuntu c’è il senso della vita; il cuntu è metafora, si snoda tra visibile e invisibile, è reale ma al contempo irreale. Mette al centro non l’umano ma il luogo: animali, pietre, persone, la pioggia, il sole. La cosa peggiore che si può fare ad un individuo è sdradicarlo, togliendogli la possibilità di dire si cunta e s’arricunta” (da una mia intervista a Joe Timpanelli, storyteller americana di origine siciliana).

[7] Abitare la vita, abitare la storia A proposito di Simone Weil, a cura di Maria Concetta Sala, Marietti, 2015 pubblicato a seguito della mostra La città salvata. Omaggio a Simone Weil organizzata dalla Biblioteca delle donne Anna Nicolosi Grasso dell’Udi Palermo, gennaio 2014.

[8] In Due libri dalla città di Palermo Chiara ha definito il Pride di Palermo del 2010 “una grande sperimentazione politica collettiva che mescola e contamina le differenze partendo dalla propria”, e ciò sarebbe avvenuto “grazie al riconoscimento da parte del movimento lesbico palermitano al femminismo storico. Fatto non scontato considerato che in altre regioni è avvenuta una frattura”.

[9] In Due libri dalla città di Palermo, cit.

[10] Gloria Anzaldua Terre di confine / La Frontera, Palomar, 2000.

[11] Chiara Zamboni in Abitare la vita, abitare la storia, cit.

[12] Chiara Zamboni, La notte ci può aiutare in Il Pensiero dell’esperienza, a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Baldini Castoldi, 2008.

[13] Judith Butler A chi spetta una buona vita? Nottetempo,2014.

[14] Ne elenco alcune: L’attaccamento ai riti collettivi legati alla vita – nascita, battesimo, matrimonio; e alla natura – il passaggio delle stagioni; il culto dei morti; la spettacolarizzazione e la condivisione della gioia e del dolore; la convivialità scaturita dal piacere di fare festa; la commiserazione, che sostituisce la solidarietà; l’assenza di confine tra pubblico e privato scegliendo come spazio privilegiato del vivere le soglie delle case; i labili confini tra animato e inanimato, realtà e finzione, magico e terreno.

[15] Alla fine degli anni quaranta Anna Grasso, fondatrice dell’UDI di Palermo e dirigente del PCI, in relazione amicale con Letizia Colajanni e con un nutrito gruppo di donne comuniste siciliane, Giuliana Saladino, Simona Mafai, Anna Marconi e tante altre avevano coinvolto migliaia di donne dei quartieri popolari nella lotta per i bisogni,  riuscendo in alcuni casi ad anticipare l’approvazione di leggi nazionali, quali la graduatoria unica delle maestre.

[16] La linfa e il lievito in Abitare la vita abitare la storia, cit.

[17] in La linfa e il lievito, cit.

[18] I luoghi sono: i paesi delle Madonie, teatro nel ‘47 delle occupazioni; il convento delle Repentite, sede del centro sociale per anziani all’Albergheria; il prato antistante il sagrato della cattedrale.

[19] Zamboni lo definisce “effetto d’anima che ci guida nello scegliere di stare in un posto oppure nel cercare di modificarlo o di andarcene”, in Pensare in presenza, Conversazioni, Luoghi, Improvvisazioni, Liguori, 2009.

[20] Sara Bigardi, cit.

[21] Chiara Zamboni, La notte ci può aiutare in Il Pensiero dell’esperienza, cit.

[22] Assia Djebar, Donne d’Algeri nei loro appartamenti, Giunti, 1988.

 

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