La rivista »

ABC des guten Lebens

Christel Göttert Verlag, Rüsselsheim 2012

 

Abc della vita buona, che traduco così dal tedesco, mi richiama – più che la bontà come virtù che si pone in campo nella lotta contro il male – un modo giusto di porsi nella vita. Intendo per giusto quello stile di vita che sa trovare la misura per un arricchimento del vivere assieme. È capace di imboccare la via che intensifica le potenzialità del contesto in cui si è.

Per mettere in risalto gli aspetti vivi e arricchenti dell’esistenza le autrici non propongono dunque una definizione di che cosa sia una vita buona, ma parlano di come vivere una vita intensificandone le potenzialità, quali strade seguire perché risulti degna di essere vissuta. Quali le pratiche e le parole per accompagnarla e orientarla in questo senso. Più che sul “che cosa” ragionano sul “come”.

Le autrici sono nove: Ursula Knecht, Caroline Krüger, Dorothee Markert, Michaela Moser, Anne-Claire Mulder, Ina Praetorius, Cornelia Roth, Antje Schrupp, Andrea Trenkwalder-Egger. Conosco personalmente alcune di loro: Antje Schrupp, che è giornalista, Ina Praetorius, teologa, Dorothee Markert, filosofa e terapeuta dell’educazione. Le conosco per i momenti di scambio che abbiamo avuto assieme, per l’amicizia, e perché in modi diversi tutte e tre hanno avuto modo di collaborare con Diotima. Quando le autrici parlano di sé nel libro, danno l’impressione di aver sperimentato negli incontri comuni la vita che descrivono nel testo. Alludonoinfatti a momenti liberi e allo stesso tempo intensi, che hanno caratterizzato il lavoro di discussione. E nell’insieme danno la sensazione di aver goduto di relazioni vive. Ultimamente hanno rilanciato questo percorso di pensiero ed esperienza – Das guten Leben – in un incontro internazionale tenuto in Austria agli inizi di settembre di quest’anno, 2013.

Il punto chiave del libro è che si riconosce come atto politico fondamentale il lavoro di linguaggio per far circolare oggi parole orientanti, necessarie in un momento in cui le parole del patriarcato non hanno più presasulla realtà. Ha perso mordente anche il linguaggio critico, così importante nella sinistra. Parole come critica alla globalizzazione, pace, lo stesso termine “sinistra”, pur essendo nomi su cui comunque ragionare, vengono tralasciati perché in questo momento non aprono vie nuove. È evidente il desiderio delle autrici di distanziarsi dalla cultura critica, che in un certo senso rimane invischiata nel regime a cui si oppone. E del resto sappiamo come l’opposizione si riduca a essere l’altro dell’altro e dipendente dunque dal linguaggio simbolico dominante.

Ma allora qual è la loro collocazione? Quella di un mondo postpatriarcale che ha bisogno di linguaggio che ne dica l’emergere, l’apparire, orientandolo. Questo mondo ha bisogno di parole nuove e le autrici ne sono consapevoli. Le aiuta la loro radice femminista e l’analisi dirompente che la cultura femminista ha fatto del linguaggio nel momento in cui ha minato alle basi il patriarcato.

Nell’introduzione scrivono che mai nessun termine rappresenta completamente la realtà. Né la crea. Però i nomi sono importanti, perché fanno vedere certe linee di tendenza della realtà piuttosto che altre. Per questo, se si vuole radicalmente uscire dall’ordine patriarcale, è essenziale fare attenzione alle parole usate, affinando quelle che mostrano una realtà viva emergente. Nominarla è farla vedere in un contesto pubblico com’è il linguaggio.

Per vivere bene – per una buona vita – si ha bisogno di parole che siano in circolo con questa vita che andiamo sperimentando. Ne abbiamo bisogno prima di tutto per noi, ma, dato che siamo in rapporti di dipendenza con gli altri, è necessario che altri le conoscano, le riprendano nel linguaggio, le facciano proprie. Solo così si tesse una forma nuova di convivenza.

È un libro che punta solo alle parole? Sì, se si sta al fatto che il testo è un catalogo di parole tematiche dalla A fino alla Z; no, se si considera che, per mostrare il circolo tra linguaggio e realtà, vengono messe in campo pratiche, scoperte, esperienze, pensiero per ogni parola della sequenza. Riporto alcune di queste parole per dare un’idea delle scelte fatte dalle autrici e del loro orientamento: dipendenza, inizio, mettere in ordine, autorità, desiderio, cura, competenza dell’esserci, essere tra, libertà, mangiare, natalità, abbastanza, piacere, amore, conflitto, matrice, negativo, prassi, qualità, bellezza, stupore, scambio, mondo, appartenenza, essere portatrice di dignità, e così via.

Alcune di queste parole risuoneranno note a chi ha partecipato in questi anni al dibattito femminista non solo in Germania, ma anche in Italia, in Spagna e in parte in Francia, nel circolo delle discussioni del pensierodella differenza e dei nuovi movimenti politici. Conoscendo gli scritti di alcune delle autrici, so anche ritrovare e riconoscere il contributo originale che hanno portato a queste tematiche. Ogni voce tematica è seguita del resto da una brevissima bibliografia di lingua tedesca.

Proprio per questo vorrei concentrarmi qui su quelle parole che mi hanno sorpreso, non pensavo di trovare in questo elenco e che perciò considero più innovative almeno nei limiti del mio bagaglio di conoscenze.

Inizio con “genug”, abbastanza. Oggi è una parola chiave per una politica condivisa che dia spazio alla buona vita, cioè a una vita che abbia misura. In che senso possiamo prendere la misura dell’“abbastanza”?

Il movimento della decrescita, avviato da Serge Latouche, ha toccato ormai da tempo questa questione, ma l’ha impostata male, a partire dal termine scelto, “decrescita”, che rimanda alla deindustrializzazione e alla critica del capitalismo. Ancora una volta un movimento la cui forza sta nello slancio critico, piuttosto che nello sperimentare vie nuove di esistenza. La strada scelta dalle autrici di A,B,C, des guten Lebens al contrario mostra una via semplice. Quella di interrogarsi e muoversi con misura rispetto all’abbastanza a partire da sé e tenendo conto contemporaneamente degli altri. Quel che è abbastanza per sé non può andare a svantaggio degli altri perché noi siamo con loro in una serie di relazioni molteplici di dipendenza.

Certo una giusta distribuzione delle possibilità di vita in una società è sicuramente elemento che facilita chi si vuole regolare secondo il principio dell’“abbastanza” (del “genug”), tuttavia questa autoregolazione richiede una posizione, una postura, che va guadagnata e ha a che fare con qualche cosa di diverso dalla sola esigenza di un’equa distribuzione di risorse. Ha bisogno di simbolico, cioè di parole che aiutino a compiere scelte esistenziali condivise con altri.

I filosofi stoici dicevano che la misura richiede una saggezza, che si guadagna considerando nella sua totalità il mondo a cui noi tutti partecipiamo. I movimenti ecologisti contemporanei si muovono in questa direzione.

Senza ovviamente negare l’importanza di questo tipo di saggezza, tuttavia la formazione femminista delle autrici di A,B,C, des guten Lebens le porta a cercare una misura tra desiderio e bisogno. Desiderio è un’altra parola tematica del libro, che viene messa a fuoco, scartando sia l’idea di un desiderio del superfluo sia l’idea di un desiderio che nasca da mancanza. Si capisce quel che intendono dagli esempi. Può essere il desiderio di creare più relazioni, di fare più esperienze, di studiare, imparare, conoscere. Si tratta di forme di desiderio che non sono soddisfatte dal denaro né il denaro ne è una misura. D’altra parte il desiderio è strettamente intrecciato al bisogno. Non abbiamo solo desiderio di relazioni ma ne abbiamo anche bisogno, ne siamo infatti dipendenti. Allo stesso modo, non abbiamo solo desiderio di studiare, ma ne abbiamo anche bisogno per il lavoro, per avere una competenza nel vivere il nostro mondo.

D’altra parte il denaro va interrogato nella sua portata simbolica, cioè nel valore che ha agli occhi di uomini e donne cercando di comprenderne il perché. Un perché, che non è mai riducibile a quel che possiamocomperare con il denaro. La voce tematica “abbastanza” non entra direttamente in contrasto con quella “denaro”, ma certo si pone su un piano diverso, per cui ci si può chiedere ad esempio quando il denaro, di cui abbiamo bisogno per vivere, è abbastanza.

Come si vede anche solo dalla parola scelta, “abbastanza”, sono molte le parole tematiche che sono intrecciate tra loro e creano una rete. Nel libro questa rete viene visualizzata graficamente con sottolineature e grassetti, che sono dei rimandi ad altre parole tematiche presenti.

Ecco un’espressione dell’elenco che mi ha davvero sorpreso sul piano filosofico: “così, come anche”, “sowohl als auch”. Vuole introdurre a un modo fluido ed elastico di cogliere la realtà. Questa è una parola chiaveperché tutto il libro avvia all’idea di fluidità, interconnessione, nel rifiuto deciso di dividere il mondo e le realtà d’esperienza in due parti contrapposte. È interessante seguire in questo senso come venga reinterpretata l’idea di lavoro a partire dal “così, come anche”. In genere si contrappone a un’idea di lavoro come fatica, peso – comunque qualcosa legato alla durezza della vita – un’altra idea di lavoro, come possibilità di soddisfazione esistenziale. L’uso dell’espressione “così, come anche” mostra che ci sono diversi accessi all’esperienza del lavoro, che non è riducibile a un solo aspetto. Quindi, certo il lavoro è un’azione complessa, così come anche è il mezzo necessario di sostentamento della vita, così come anche è modificazione del mondo, così come anche…, e così via. Questo procedere reso possibile da “così, come anche” apre le esperienze a più significati che non si escludono completamente e mostrano le diverse sfaccettature del vivere.

La parola tematica forse più divertente, certo più provocatoria è “merda”, in tedesco “Scheisse”. È ricondotta giustamente al registro basso del linguaggio, non colto, di frequente ingiurioso e contemporaneamente al registro, che chiamerei alto, del dibattito femminista, quello focalizzato sul rapporto tra natura e cultura. Un dibattito che però non ha mai incluso la merda in questa discussione.

E invece è istruttivo rivedere il rapporto natura e cultura alla luce di questa parola. Le donne parlano tanto di corpo, ma dove va a finire la nostra merda, quella che è stata prodotta dal nostro corpo e che espelliamo? È una questione di ingegneria, se pensiamo a come sono costruite le nostre case in rapporto alle fogne comunali. È anche una questione economica, se consideriamo come recuperarla per l’agricoltura. Ha a che fare con l’ecologia. Insomma è un qualcosa che affrontiamo in diversi modi sul piano del linguaggio e della cultura, ma in modo pervicacemente e sottilmente rimosso. Si pensi come al contrario sia stato dato un valore culturale al mangiare. Il mangiare con gli altri è diventata un’arte così come il cucinare. Della merda invece si tace, nonostante sia effetto risaputo del mangiare. Certo ci si occupa del corpo, del rapporto tra natura e cultura, ma sperimentiamo ampie zone di rimosso.

Termino con la definizione che le autrici danno di questo libro. Si tratta del tentativo di mediare, cioè rendere comprensibile, il pensiero post-patriarcale in uno spazio pubblico, che è attraversato da altre tradizioni, altre tematiche, altre visioni. Portare queste parole orientanti nello spazio pubblico obbliga a entrare in dialogo con chi si muove seguendo altre immagini e percorsi. Può significare aprire dei conflitti, avendo ben presente che gli effetti di dialogo, conflitti, contaminazioni sono imprevedibili.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+