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Testimone appassionata Una lettura politico-pedagogica dell’impegno di Laura Conti con la gente di Seveso

Mariateresa Muraca

 

Leggendo gli scritti di Laura Conti la mia attenzione è stata catturata soprattutto dalla sua metodologia politica, che mi è sembrata densa di implicazioni pedagogiche, in un senso che cercherò di spiegare. La relazione tra educazione e politica è un tema che mi sta molto a cuore e certamente ha indirizzato la mia lettura, permettendomi di rintracciare tra le righe legami inaspettati e indicazioni significative per il presente. Credo infatti che la questione metodologica abbia assunto una rilevanza centrale nella lotta ecologista e più in generale nell’esperienza politica. C’è un diffuso e vitale desiderio di sperimentazione nella partecipazione. D’altra parte la politica delle donne è riuscita spesso a generare alleanze capaci di attraversare molti confini, anche grazie alla sua creatività sorgiva di linguaggi e pratiche.

Mi sono soffermata soprattutto su due testi: Visto da Seveso del 1977 e Una lepre con la faccia da bambina del 1978. Con un taglio diverso, entrambi ripercorrono la vicenda del primo disastro ambientale provocato dall’industria chimica nel nostro paese: la fuoriuscita di una nube tossica dagli stabilimenti dell’ICMESA di Meda, in Brianza, il 10 luglio del 1976. L’ICMESA, di proprietà dell’azienda svizzera Givaudan, era preposta alla produzione di erbicidi a base di triclorofenolo; pertanto l’incidente causò la dispersione nell’ambiente di un’importante quantità di tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD), una delle sostanze più tossiche al mondo. In quel momento della sua traiettoria politica, Laura Conti era consigliera della regione Lombardia nelle fila del PCI. Visto da Seveso è un diario politico, con il quale l’autrice accompagna i suoi interlocutori attraverso i mesi immediatamente successivi al disastro, fino a maggio 1977, intessendo riflessioni personali, approfondimenti scientifici, resoconti dell’attività amministrativa, descrizioni di incontri e avvenimenti della quotidianità. Una lepre con la faccia da bambina invece è un romanzo, scritto dal punto di vista di un ragazzo dodicenne, nel quale vengono condensati le contraddizioni e i drammi vissuti dalla popolazione di Seveso – la città maggiormente colpita dalla catastrofe.

Per il suo carattere di novità e straordinarietà, l’incidente del 10 luglio del 1976 pone da subito l’angoscioso problema della mancanza o dell’insufficienza delle conoscenze disponibili per comprenderne e affrontarne l’impatto. In particolare Laura Conti illustra tre atteggiamenti rispetto al binomio sapere-non sapere: la posizione prevalente nell’amministrazione locale era improntata alla necessità di tranquillizzare se non proprio di anestetizzare le coscienze e si manifestava nel rifiuto di diffondere le informazioni, terribili, che andavano via via emergendo. Un secondo approccio, proprio della Givaudan, puntava a minimizzare l’impatto dell’incidente: l’impresa, infatti, ritardava a comunicare i dati in suo possesso – ad esempio quelli relativi al tipo di composto tossico che sapeva essersi disperso nell’ambiente – ostacolando interventi tempestivi; al contempo proponeva soluzioni inadeguate rispetto alla portata dell’evento, nel tentativo di diffondere un’immagine di sé come paladina del disinquinamento. Infine c’era l’ambivalenza della popolazione colpita, che oscillava tra il bisogno di sapere in termini il più possibile puntuali e il rifiuto della verità. Laura Conti si oppone strenuamente al primo modo di agire e smaschera il secondo. Ma è quest’ultima posizione la più dolorosa da accettare per lei, che pure mostra di comprenderne le ragioni con sensibile acume, poiché apre una spaccatura tra la politica e la gente. Visto da Seveso testimonia differenti possibilità di stare in questa spaccatura: per esempio alcuni politici mostravano di considerare superfluo il consenso ma avevano finito tuttavia per aderire e legittimare gli arroccamenti più retrivi. Una paradossale combinazione, di cui negli ultimi anni non sono mancate esemplificazioni nella vita politica del nostro paese, e non solo; basti pensare a quanto spesso i partiti di ogni orientamento abbiano strumentalizzato paure di vario genere, per portare avanti il proprio interesse in modo autoreferenziale.

Laura Conti invece aspira a un’altra forma di relazione con le persone, dialogica, critica e solidale, che descrive così:

 

[Noi comunisti] riteniamo che i politici debbano essere delegati a mettere in pratica quello che la gente decide, in piena consapevolezza dei termini del problema. Con questo non pensiamo a una democrazia di tipo assembleare: pensiamo invece che la funzione del partito è quella di fare sue proprie valutazioni, confrontarle con le valutazioni che fanno le masse popolari, giungere dialetticamente a una sintesi, curarne l’attuazione attraverso l’opera di tutti i compagni, ai diversi livelli e nelle diverse sedi del loro impegno civile (p. 72).

 

Trovo che il pensiero di Gramsci possa aiutare a cogliere meglio la portata di queste parole[1]. Gramsci, infatti, è stato uno dei pochi autori che, muovendosi in un campo filosofico-politico, ha valorizzato la dimensione educativa della pratica politica[2], ricercando e praticando per tutto il corso della sua vita “altre vie educative”[3]. In particolare ha riconosciuto un carattere pedagogico, di indirizzo reciproco, alla relazione tra l’intellettuale e il popolo. Vale la pena ricordare che Gramsci attribuisce un significato ampio al termine “intellettuale”: tutte le persone sono intellettuali, poiché contribuiscono a sostenere una certa concezione del mondo o a suscitare nuovi modi di pensare, anche se non tutti hanno nella società la funzione di intellettuali. Questi ultimi costituiscono una categoria eterogenea, che ogni classe produce per elaborare una coscienza di sé. In particolare, gli intellettuali organici ai gruppi subalterni devono elaborare e rendere coerenti i problemi che questi pongono nella pratica. Devono guidarli dal “senso comune”, diffuso in un’epoca e in un certo ambiente, al “buon senso”, innovando e rendendo critica la visione che scaturisce dall’esperienza. Devono imparare a sentire le loro passioni per comprenderle e condurle a un livello più articolato e profondo, generando “sapere vivente”. Infatti «l’elemento popolare “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”» (Gramsci, 2012, p. 89). Per questo, contrapponendosi allo spontaneismo ma anche a delle posizioni che con un linguaggio oggi in voga potremmo definire “populiste”, sostiene la necessità del rigore nella ricerca della conoscenza.

In Visto da Seveso è possibile scorgere numerosi indizi di come Laura Conti desiderasse comprendere e condurre a un livello più critico il sentire delle persone, cercando, analizzando e confrontando informazioni; discutendo insieme ad altre e altri documenti di prima mano; partecipando e intervenendo alle assemblee locali; diffondendo appunti e calcoli personali; rendendosi disponibile agli interrogativi e le inquietudini di chiunque le capitasse di incontrare. Soprattutto sentendo nel suo corpo un’intensa identificazione con la sofferenza della popolazione di Seveso. “Probabilmente il coraggio di avanzare, sin dalle prime settimane, una proposta che a molti pareva temeraria, noi riuscivamo a trovarlo grazie alle lunghe discussioni, al lavoro collegiale, alla capacità che abbiamo di essere fra la gente, di sentire quello che sente la gente, di essere la gente” (p. 89). Come lei stessa dichiara, il suo atteggiamento era orientato da due principi essenziali: il rifiuto della delega e la socializzazione del sapere.

L’insistenza con cui Laura Conti oppone la partecipazione alla delega, resistendo alle pressioni di coloro che vorrebbero mettere a tacere la sua ostinata curiosità, mi è sembrato un aspetto interessante del suo insegnamento, alla luce della nostra situazione attuale. In un eterogeneo spettro di materie, l’imperativo ricorrente oggi è di rinunciare alla possibilità di decidere e anche solo di pensare, affidandosi agli esperti. Una vicenda emblematica a questo proposito è stata l’entrata in vigore della legge sull’obbligo vaccinale: il dibattito pubblico è stato polarizzato sulle due visioni contrapposte dei favorevoli e dei contrari, senza che si riconoscesse e si alimentasse il legittimo bisogno delle persone di formarsi un’idea critica e approfondita. Anzi nei media – tutti i media – è stata inscenata una ridicola caccia alle streghe nei confronti delle madri che manifestavano esitazione o divergenza, additate tour court come fanatiche ostili alla scienza.  La posizione di Laura Conti, al contrario, si fondava su un presupposto ormai indiscutibile, eppure non ancora sufficientemente radicato nella coscienza collettiva, della non neutralità della scienza e della tecnica. La pensatrice era convinta che, al di là degli usi più o meno buoni della scienza, sono le condizioni della sua produzione che non possono essere considerate indiscutibili[4]. Un assunto che il femminismo ha affermato con particolare efficacia, dichiarando il carattere situato di ogni conoscenza. Non posso non pensare a questo riguardo all’inchiesta condotta da Le Monde nel 2017, riportata anche sul settimanale italiano Internazionale, sui cosiddetti Monsanto papers. Ovvero articoli mendaci finanziati dalla multinazionale statunitense e pubblicati per anni su prestigiose riviste scientifiche, allo scopo di smentire gli effetti sulla salute del glifosate. Si tratta del principio attivo del diserbante più usato al mondo, che nel 2015 è stato riconosciuto dall’OMS come potenzialmente cancerogeno per gli esseri umani e sicuramente cancerogeno per gli animali.

Per quanto riguarda il secondo aspetto è interessante osservare l’attenzione di Laura Conti per la creazione di spazi di elaborazione comune e condivisione della conoscenza. In particolare, nei suoi scritti mostra di ritenere che alcuni contesti fossero particolarmente propizi alla socializzazione del sapere. Non si tratta in prima battuta degli spazi dell’educazione formale – la scuola e l’università – ma dei contesti politici e soprattutto delle organizzazioni di base, in cui è possibile studiare e discutere in maniera circolare. Nel romanzo Una lepre con la faccia da bambina, ciò che distingue l’ingenuità di Marco, il giovanissimo protagonista, dalla lucidità che la sua migliore amica Sara dimostra nell’analisi della realtà, è innanzitutto la differenza femminile resa operante dalla relazione privilegiata tra Sara e la sorella maggiore, Assuntina. Ma è anche il diverso humus sociale delle loro famiglie e la consuetudine alla partecipazione dei fratelli di Sara, operai di origine meridionale e militanti del partito comunista.

Ero proprio stufo di sentirmi trattare da bambino, o da pirla: da mia madre, da mio padre, dalla Irma, e adesso anche da Sara. Non è che Sara pensa davvero che sono un pirla: lei a scuola è un’asina e io sono fra i primi della classe, però è vero che lei sa tante cose che io non so. Ma lei sa tante cose che io non so, solamente perché i miei genitori non mi lasciano andare in giro con gli altri ragazzi, e in casa non parlano di quello che succede. Invece in casa di Sara c’è sempre tanta gente, non solo i genitori e i fratelli ma un andare e venire continuo dei parenti della Sicilia, e poi i compagni di lavoro, i compagni di partito, e tutti parlano di tutto e non fanno caso se le porte sono aperte, e Sara ascolta. Io invece posso ascoltare tanti discorsi solo da quando siamo in albergo, ma sono pochi mesi (p. 93).

Laura Conti rivela una raffinata sensibilità politico-pedagogica quando afferma che le azioni politiche devono prendere le mosse dal riconoscimento delle emozioni e dei vissuti della gente, anche nei loro aspetti più inspiegabili e irrazionali. Ad esempio bisognava tenere in considerazione che le soluzioni blande inizialmente indicate dall’amministrazione comunale avevano diffuso tra la popolazione una generalizzata sottovalutazione della pericolosità della diossina e un vero e proprio discredito nei confronti di provvedimenti più prudenti. La condivisione quotidiana con le donne e gli uomini di Seveso conduce Laura Conti a delineare un’analisi antropologica particolareggiata delle contrapposte reazioni che gli artigiani e gli operai manifestavano di fronte alla necessità dell’evacuazione. Gli operai, per lo più immigrati originari del Sud d’Italia, erano disposti a partire per località sconosciute, purché si garantisse loro un’abitazione e un lavoro alternativi. Gli artigiani invece mostravano un radicamento molto più viscerale nel territorio e quando rifiutavano l’allontanamento dalle loro case fatte di “muri costruiti con le proprie mani”, sembravano difendere non un interesse ma un ideale. Nel suo suggestivo saggio, Chiara Certomà (2012) prende ad esempio queste osservazioni per sostenere che Laura Conti considerava gli artigiani gli interlocutori privilegiati sul terreno ambientalista e non gli operai, che nella tradizione marxista, nella quale la pensatrice pure si iscriveva, rappresentano il soggetto politico per eccellenza. Dal mio punto di vista, invece, con queste riflessioni Laura Conti dà prova di una metodologia politica autenticamente ingaggiata nella comprensione della visione del mondo dei suoi interlocutori (Freire, 1971), una comprensione non esente da lucide quanto amare constatazioni.

Credo che una popolazione operaia avrebbe sopportato meglio quella situazione di totale dipendenza dalle decisioni altrui, in quanto più affine alla situazione di fabbrica, e avrebbe trasformato il disagio psicologico in richiesta politica di partecipazione; gli artigiani e i piccoli borghesi invece non tanto si ponevano il problema di conquistare spazio politico per decisioni collettive, quanto soffrivano di non poter prendere decisioni individuali (pp. 164-165).

L’analisi, che scaturisce dalla condivisione del sentire, non è fine a se stessa né approda alla disillusione.  Piuttosto è un imprescindibile punto di partenza da cui si snoda un processo condiviso di maturazione politica. In particolare, come leva per il cambiamento nella situazione drammatica generata dalla fuoriuscita della nube tossica dagli stabilimenti dell’ICMESA Laura Conti identifica, insieme al suo partito, la bonifica.

La rimozione della terra inquinata avrebbe potuto diventare un grande impegno collettivo, una colossale impresa nella quale il recupero dell’identità sarebbe avvenuto in chiave di lotta per un mondo salubre e pulito: pulito non solo rispetto alla diossina, ma anche rispetto alla mortificazione di essere stati calpestati e vilipesi come la “pattumiera d’Europa”, il luogo dove si vanno a fare le lavorazioni più sporche. […] Si sarebbe potuto, in questa chiave, chiedere al popolo sevesino il sacrificio di sopportare la bonifica e di aiutarla, perché in cambio di un’identità affidata al possesso di linde casette coi fiori alle finestre e le araucarie nel giardino gli si sarebbe offerta l’identità di gente che lotta, in stretta solidarietà, per un mondo pulito. […] La bonifica come atto di speranza, ma soprattutto come atto di volontà: di una volontà solidale, collettiva, nella quale si sarebbero bruciati i campanilismi, le contese, i residui di quelle concorrenzialità risentite che necessariamente contrassegnano i rapporti in un’economia fondata sull’artigianato, cioè sull’individualismo esasperato, sulla bravura personale, sulla personale furberia (pp. 87-88).

Andando avanti nella lettura di Visto da Seveso si evince che nei mesi seguenti la proposta del partito comunista non ebbe la meglio nell’amministrazione locale e, al contrario, la logica individualista incentrata sull’indennizzo prevalse su quella sociale dell’assistenza. Si perse così l’occasione di trasformare la sofferenza in un’opportunità per la formazione di una più radicale coscienza sociale ed ecologica.

A questo proposito Laura Conti rimproverava la persistente inadeguatezza di tutte le forze sociali, incluso il suo partito, e affermava senza mezze misure “finora non c’è nessun partito che abbia nel proprio patrimonio rigore e coerenza di scelte per ciò che riguarda la tutela ambientale” (p. 54)[5]. Se, infatti, molti sforzi erano stati rivolti alla creazione di più scuole e ospedali ma anche più salari, automobili e autostrade, nulla era stato compiuto per riconoscere l’importanza di aria e acqua pulite e alimenti genuini. La miopia nei confronti della complessità del sistema ambiente si manifestava nell’incapacità di tenere in considerazione le conseguenze non immediatamente osservabili e quantificabili della dispersione della diossina. Ma anche, su un altro piano, nel rifiuto di porre dei limiti alla caccia agli uccelli insettivori che aveva avuto come effetto la proliferazione degli insetti e quindi l’abuso degli insetticidi. Sul piano temporale e spaziale si traduceva in una mancanza di solidarietà nei confronti delle future generazioni e di altre regioni del pianeta. In contrasto, Laura Conti dissemina nei suoi libri continui riferimenti al Vietnam, il paese che aveva registrato le intossicazioni da diossina più numerose e gravi, da quando l’esercito statunitense aveva irrorato su migliaia di villaggi l’agente arancio, allo scopo di danneggiare la popolazione nemica distruggendo le coltivazioni e la vegetazione selvaggia, che fungeva da nascondiglio[6]. In questa attenzione alla realtà del Vietnam Chiara Certomà (op. cit.) riconosce alcune suggestioni che in anni recenti sono state sviluppate soprattutto dall’ambientalismo postcoloniale. La prospettiva cioè che “afferma l’esistenza di un debito ecologico contratto dai paesi del Nord del mondo nei confronti di quelli del Sud, a partire dall’epoca della colonizzazione delle Americhe e dell’Africa, determinato dal fatto che le risorse naturali di questi ultimi sono state depredate per supportare l’industrializzazione dei primi” (pp. 83-84). D’altra parte uno sguardo postcoloniale – o come preferisco dire “decoloniale”[7] – si riscontra in Laura Conti anche nell’analisi degli articolati intrecci tra i danni provocati dalla Givaudan e le diseguaglianze sociali, culturali ed economiche.

Concludo questo breve intervento riportando ancora una volta le parole di Laura Conti: “Bisogna fare attenzione a non scegliere la strada più comoda, quella che fra la natura e la società costruisce solo il ponte della ‘buona educazione’, e fa passare il rapporto fra la botanica e l’educazione civica attraverso il rispetto del divieto di calpestare le aiuole” (apud Certomà, op. cit.). Spero di essere riuscita a mostrare che il nodo polemico di questa osservazione non è l’educazione in sé. Questo, infatti, sarebbe in contraddizione con l’intensa ricerca di Laura Conti di ogni occasione che favorisse l’incontro e la comunicazione autentica con la gente, attraverso l’elaborazione di testi di divulgazione scientifica, la partecipazione a riunioni o dibattiti pubblici. Piuttosto il bersaglio di Laura Conti è una particolare impostazione nell’analisi delle questioni ambientali, che definiva ironicamente “ecologia del panda”.  Essa frequentemente si accompagna a un’educazione addomesticatrice (Conti, 1971). Un’educazione cioè che spegne le domande, mistifica la realtà e promuove l’adesione passiva alle condizioni sociali date (Freire, 1971). Al contrario l’educazione problematizzante, dialogica e critica, considera le donne e gli uomini esseri in divenire, capaci di trasformare se stessi trasformando il mondo in ordine a una maggiore giustizia sociale ed ecologica. Questa educazione ha più possibilità di germinare nei contesti della politica prima[8] e Laura Conti ce ne offre una mirabile testimonianza.

 

Bibliografia

 

Buttarelli, A., Muraro, L., Rampello, L. (a cura di), Duemilaeuna donne che cambiano l’Italia, Pratiche editrice, Milano, 2000.

Certomà, C., Laura Conti. Alle radici dell’ecologia, Editoria e ambiente, Morciano di Romagna, 2012.

Conti, L., Sesso e educazione, Editori riuniti, Roma, 1971.

Conti, L., Visto da Seveso. L’evento straordinario e l’ordinaria amministrazione, Feltrinelli, Milano, 1977.

Conti, L., Una lepre con la faccia di bambina, Editori riuniti, Roma, 1978.

Freire, P., Pedagogia degli oppressi, Arnoldo Mondadori, Milano, 1971.

Gramsci, A. L’alternativa pedagogica. Antologia a cura di Mario Manacorda, University press, Roma, 2012.

Graziani, F. et al., Sottosopra rosso “È accaduto non per caso”, 1996, testo disponibile al sito: www.libreriadelledonne.it, ultimo accesso: 13 agosto 2018.

Mayo, P. Gramsci, Freire e l’educazione degli adulti, Carlo Delfino, Sassari, 2008.

Walsh, C., “Introducción. Lo pedagógico y lo decolonial: Entretejiendo caminos”, in C. Walsh (a cura di), Pedagogías decoloniales: Prácticas insurgentes de resistir, (re)existir y (re)vivir. TOMO I, Quito, Abya Yala, 2013, pp. 23-68.

 

[1] Peraltro Laura Conti fondò e diresse insieme a Mario Spinella l’associazione Gramsci.

[2] Diversamente la dimensione politica della pratica educativa è stata spesso messa a tema, specialmente dalla pedagogia popolare e dal femminismo.

[3] Si pensi a questo proposito all’importanza, educativa oltre che politica, da lui attribuita al movimento dei consigli di fabbrica e alla creazione di una scuola popolare nel periodo del confino a Ustica (Mayo, 2008).

[4] Riporto una citazione tratta da “Visto da Seveso” molto significativa a questo proposito: “i democristiani criticavano il mio comportamento asserendo che confondevo il ruolo politico con il ruolo tecnico: che noi, politici, dovevamo accettare quel che dicevano i tecnici senza pretendere di criticarlo, proprio come accettavamo i risultati delle misurazioni senza andare noi stessi a armeggiare con le provette e gli spettrometri” (pp. 67-68). L’autrice fa riferimento al fatto che il consiglio regionale era stato chiamato a pronunciarsi sulla decisione della giunta comunale di Seveso di distinguere le aree contaminate in zona A, B e zona di rispetto. Laura Conti era favorevole alla scelta di limitare alla sola zona A le misure più drastiche, tra le quali l’evacuazione, perché riteneva che la valutazione dei danni da diossina dovesse essere bilanciata da una considerazione del trauma da sfollamento. Non era però d’accordo con l’intenzione di giustificare questa decisione asserendo l’inesistenza del pericolo nelle altre zone: infatti da una parte allora non esistevano in Italia tecniche sufficientemente affinate di misurazione della dispersione della diossina nel terreno, dall’altra non era possibile stabilire per una sostanza inquinante come la diossina la concentrazione massima accettabile. Laura Conti quindi sosteneva “che si dovesse dire ben chiaro alla gente che una soglia di sicurezza non esiste, e che la decisione di non evacuare né la popolazione della Zona B né la popolazione di una certa parte dell’area di rispetto era dovuta non già alla scarsa entità del pericolo fisico bensì al timore di pericoli sociali e psicologici” (ibidem, p. 69).

[5] È stata probabilmente questa insoddisfazione a spingere sucessivamente Laura Conti a dare vita a esperienze politiche diverse, di carattere movimentista, in particolare partecipando alla fondazione della Lega per l’ambiete (oggi Legambiente) nel 1980.

[6] I problemi di salute provocati dall’agente arancio non sono legati solo alla dispersione di diossina e persistono ancora oggi sia nei Vietnamiti sia negli ex combattenti statunitensi.

[7] Il pensiero decoloniale latinoamericano si differenzia dagli Studi post-coloniali, cui pure si richiama, per la centralità attribuita al concetto di colonialità, un modello di potere basato su due elementi – l’idea di razza e l’organizzazione capitalista del lavoro –, sperimentato per la prima volta in America Latina e sopravvissuto al colonialismo, ovvero il rapporto di dominio politico ed economico di alcune nazioni o popoli su un altri. In quest’ottica Catherine Walsh (2013) propone l’uso del prefisso “de” per indicare non una scomparsa definitiva delle orme coloniali ma un cammino di lotta permanente, in cui si possono rintracciare posizioni, trasgressioni, creazioni e orizzonti.

[8] “Politica prima” è un’espressione del femminismo italiano della differenza. Per illustrarne il significato, riporto il Sottosopra Rosso (1996) in cui se ne racconta l’origine. “Un giorno, alla Libreria delle donne di Milano, si presentò la presidente di una grande cooperativa di servizi e ci disse: «Mi hanno chiesto di candidarmi al Consiglio comunale della mia città. Che cosa mi consigliate di rispondere? Io sarei incline ad accettare, anche se il lavoro della cooperazione m’interessa di più. Ma ho sempre pensato che bisogna impegnarsi politicamente». Le abbiamo risposto: «Quello che stai facendo come presidente della cooperativa è già politica, anzi è la politica senza la quale quell’altra, come funzionerebbe? Tu e le tue colleghe contrastate l’isolamento e l’individualismo, inventate risposte a problemi comuni, date l’esempio del vantaggio che c’è a collaborare, e così fate società, fate mondo. Come dicono le filosofe di Diotima, “mettete al mondo il mondo”». Ella ascoltò e fu d’accordo, ma aveva un’obiezione: «Entrando nel Consiglio comunale, potrei far valere le esigenze della cooperazione, che gli amministratori ignorano o trascurano perché è un mondo che non conoscono». «Ma perché dovete presentarvi voi a loro? È più giusto che loro vengano da voi, che fate la politica prima, mentre loro fanno una politica subordinata, per la sua efficacia, alla vostra» […] La presidente della cooperativa trovò buona l’idea della “politica prima”, e fu d’accordo che, nell’ordine giusto delle cose, non era lei che doveva far anticamera dall’assessore, ma, semmai, era lui (o lei) che doveva discutere con la cooperativa i problemi della popolazione bisognosa di assistenza. Prima di congedarsi, la presidente commentò: «Molte e molti che fanno politica prima, non la considerano tale e perciò si subordinano ai politici o, viceversa, li ignorano per disprezzo della politica. Dovremmo comunicare loro questi vostri ragionamenti, che trovo giusti». Prese così forza l’idea di un Sottosopra in cui avremmo fatto conoscere il nome della politica prima a quelle e a quelli che la fanno, ma anche ai politici con la p maiuscola, perché è una scoperta che li riguarda in prima persona”.