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Perché sono stufa di lottare per gli assorbenti

Leggo della notizia, riportata da diversi giornali che non citerò, di una studentessa di un paesino vicino Lecce che ha denunciato su Facebook che in zona rossa le è stato impedito di acquistare due pacchi di assorbenti perché non considerati beni di prima necessità. È ovvio che la notizia, e soprattutto la foto del cartello “Informiamo la gentile Clientela che, nel rispetto delle recenti disposizioni relative all’emergenza Covid-19 NON È POSSIBILE ACQUISTARE I PRODOTTI PRESENTI IN QUEST’AREA” attaccato con lo scotch agli scaffali degli assorbenti, mi faccia arrabbiare, così come mi fa arrabbiare che in Italia siano ancora tassati come beni di lusso. Non è una notizia una tantum, è qualcosa che sento tornare periodicamente a galla, a dimostrazione dell’esistenza di un problema che quando si mostra viene continuamente riportato all’invisibilità.

Sono stufa di lottare per gli assorbenti. Sono stufa perché credo che ogni singolo essere umano in questo Paese dovrebbe sapere che le mestruazioni sono una condizione naturale e fisiologica propria ad ogni donna della nostra specie (salvo eccezioni, che rispetto), quindi gli assorbenti dovrebbero teoricamente essere inseriti come beni di prima necessità. Sono stufa di ricadere nei soliti discorsi, di ritrovare i soliti ignoranti, di dover spiegare cose elementari e avere la sensazione di arrancare per cercare di spingere faticosamente l’Italia attraverso gli anni Ottanta del secolo scorso, poi i Novanta, forse i Duemila. Quello che sento è il bisogno di un salto, un salto siderale che ci catapulti, tutte e tutti, nell’oggi del terzo millennio.

Penso: che cosa sono gli assorbenti oggi, nel terzo millennio? Negli anni Ottanta, quando furono inventati gli assorbenti come li conosciamo oggi e resi un prodotto facilmente reperibile nella Grande Distribuzione, sono stati una liberazione per le donne dalle bende, dai panni di stoffa e dalle cinture, scomodi e improponibili per fare qualsiasi attività che non fosse stare sedute con le gambe accavallate a un bel tavolino, sorseggiando tè. Ma oggi? Oggi i pannolini industriali in plastica – sia gli assorbenti per donne, che i pannolini per neonati, che quelli per problemi di incontinenza – sono un flagello ecologico di proporzioni mitiche. Sono interamente in plastica (salvo un velo di “cotone traspirante”), non riciclata e non riciclabile, il cui unico smaltimento possibile è l’inceneritore o la discarica. Ogni donna consuma nel corso della propria vita una quantità di assorbenti (esterni e interni) variabile tra 5.000 e 15.000 unità. Una mia amica ogni volta che ha il ciclo fa fuori due confezioni da 24 assorbenti, a cui si sommano ovviamente le confezioni stesse. Quanta plastica non riciclabile stiamo producendo?! Quanto inquinamento provochiamo, mese dopo mese?

Alla questione ecologica si aggiungono altre due questioni. La prima di tipo simbolico: gli assorbenti industriali sono disegnati come dispositivi di carattere medico. Attenzione, non dico che siano considerati tali – altrimenti sarebbero forniti dal sistema sanitario nazionale, o perlomeno non sarebbero tassati come beni di lusso – ma ne hanno l’aspetto. Il marketing gli ha associato gli stessi colori che sono associati alle medicine, ai prodotti dietetici o ai detersivi: bianco, azzurro, verde chiaro, blu, viola. Colori freddi, che nella nostra cultura e società trasmettono la sensazione di qualcosa che serve per risolvere un problema di pulizia o di salute, una malattia o una quasi-malattia, come essere “grassi”. Gli assorbenti che troviamo al supermercato ci comunicano questo: che siamo malate (o quasi), sicuramente sporche, e che questo è il prodotto che ci viene fornito per curare il nostro stato. È questo il modo in cui voglio considerare le mie mestruazioni? È questo il modo in cui voglio viverle? Come una malattia?

Vorrei sottolineare che, a differenza di ciò che sembrerebbe ovvio e logico, le aziende che producono e pubblicizzano gli assorbenti usa e getta nella Grande Distribuzione sono gestite da uomini[1]. Uomini che, ancora una volta, ci forniscono una rappresentazione già detta di un’esperienza femminile, stabilendo come dovrebbe essere, come se ne deve parlare o come dev’essere visualizzata (il famoso liquido blu – le mestruazioni degli alieni) e come dev’essere “curata”.

La seconda questione è economica. Mettendo tra parentesi la scandalosa tassazione italiana e facendo finta che gli assorbenti siano tassati come beni di prima necessità, resta comunque il fatto che devo comprarne almeno un pacco ogni mese. Nel caso della mia amica, due o tre pacchi. Se consideriamo poi la diversificazione degli assorbenti tra quelli a una gocciolina, per il primissimo giorno o per gli ultimi (quando, seppur passata la tempesta, continuano ondine quasi inesistenti che ti macchiano a tradimento la biancheria), a quelli da due, tre, quattro, sei goccioline, a quelli da notte, con le ali o senza ali, interni o esterni, col cordino, con l’inseritore (sempre in plastica), col profumo o senza profumo, col cotone o col latex, ipoallergenico, con l’aloe, e chi più ne ha più ne metta, i pacchi da comprare per affrontare “sufficientemente preparate” (secondo il marketing) ogni ciclo si moltiplicano esponenzialmente. Non solo, le aziende della Grande Distribuzione hanno cominciato a inventare, sobillare nuove paure a cui il capitalismo possa rispondere con nuovi prodotti. Come la questione dell’odore: ora le pubblicità in televisione ci tartassano di slogan sui nuovi assorbenti “anti odore”, rappresentandoci una donna seduta su un divano che viene separata fisicamente ed esiliata in fondo a uno spazio immateriale perché secondo la pubblicità “puzza”. Solo con il nuovo assorbente Vattelapesca potrà essere riammessa nella stanza e continuare la sua conversazione con un uomo. Un’interessante e chiarissima rappresentazione delle condizioni per cui una donna impura (con il ciclo) possa essere ritenuta ammettibile nello spazio sociale, alla presenza di un uomo, e cioè solo se “purificata” attraverso i mezzi e i modi che il capitalismo e l’immaginario patriarcale le propongono. La questione dell’odore esiste, dirà qualcuna. Sì, esiste quando l’assorbente è in plastica e perciò impedisce qualsiasi traspirazione, creando un ambiente ad altissima carica batterica che porta facilmente a infezioni e candidosi. Il problema è il tipo di assorbente, non il ciclo, non le donne.

Il ciclo è stato individuato come una fonte inesauribile di guadagno, capitalizzato e inserito nel sistema economico. Il capitalismo decide ora come devo vivere il mio ciclo, fornendomi la sua rappresentazione nel marketing e i dispositivi che devo utilizzare per curare al meglio questa quasi-malattia. L’esperienza del ciclo mi è stata strappata, è stata già detta da altri e altre.

Come mi ha fatto notare un’amica, lo stato di quasi-malattia a cui le mestruazioni sono associate permette delle comode ipocrisie. Si tratta di una malattia quando dev’essere addotta a motivazione dell’inaffidabilità emotiva delle donne, della loro fragilità e del loro essere sempre “fuori posto”. È una malattia quando se ne può fare una fonte di guadagno economico attraverso i dispositivi per “curarla”. È una malattia quando può rappresentare una strettoia, un impedimento alla partecipazione libera e serena delle donne alla vita sociale, al lavoro. Un modo per metterci a disagio e ricondurci a “riti di purificazione” che ci rendano consapevoli del nostro essere inadatte e fuori posto, del nostro diritto secondario e solo concesso a partecipare.

Ma non è una malattia nel caso in cui ci siano donne che vivono un ciclo mestruale effettivamente invalidante, e che per questo meriterebbero di avere un riconoscimento medico – che ginecologi e ginecologhe sono in grado di certificare – per poter restare a casa nei giorni in cui soffrono. Si resta a casa con 38 di febbre, mentre con un ciclo che ti impedisce persino di alzarti dal letto, no. Di queste ipocrisie si deve continuare a parlare, seriamente e a fondo.

Sono stufa di lottare per gli assorbenti. In realtà non voglio più farlo. Che se li tengano, tassazione al 21%, rappresentazione medicalizzante, rito di purificazione, spesa economica, inquinamento feroce. Non ne ho più bisogno, ci sono altre alternative. C’è la coppetta mestruale, che funziona, è comodissima (per esempio dimenticatevi di prenotare le vacanze al mare guardando il calendario per scegliere i giorni senza ciclo, potete nuotare e stare in costume da bagno quanto volete), è invisibile, è molto più igienica e salutare rispetto a qualsiasi assorbente, interno o esterno che sia (davvero, date un’occhiata agli articoli scientifici). Si sta persino scoprendo che può essere d’aiuto per alcune patologie, o uno strumento di prevenzione. Nella nostra “vita fertile”, poiché una coppetta ha una durata consigliata di circa 5 anni, dovremo comprare 8 coppette in tutto. Solo 8.

Ma se la coppetta non fa per voi, o se come me volete decidere volta per volta cosa vi va di mettere, ci sono gli assorbenti in stoffa. Sono lavabili, in fibra di bambù, durano un’eternità e sono colorati. Perché no? Perché il mio ciclo non può essere una cosa bella, perché non posso divertirmi a mettere l’assorbente con le stelle, o con i gufi? O in tinta con i miei vestiti? Non ho mai avuto problemi di macchie sui jeans, si cambiano come gli altri, si mettono nell’acqua fredda per una notte e poi via, in lavatrice. E riguardo alla spesa, ho comprato l’ultimo kit da sei assorbenti cinque anni fa (ovviamente online, fuori dalla Grande Distribuzione). Ma si può anche farseli in casa, cucirli da sé, si trovano tutte le indicazioni e i consigli, i tutorial, i video. Si può anche inventare, creare qualcosa che è perfetto proprio per noi, per le misure di ciascuna, per com’è fatta, per quello che preferisce.

Quando parlo di assorbenti in stoffa e di coppetta mestruale con le mie amiche e conoscenti (ma anche con i miei amici, che si mostrano interessati non solo alle questioni ecologiche e politiche ma anche alla questione simbolica, per sé e per le donne che fanno parte della loro vita) una obiezione che mi viene immediatamente mossa è: ma io ho un ciclo abbondante, queste cose non funzionano per me, le tue parole per me non valgono. So che le mestruazioni sono un tema delicato, soprattutto per le donne che si trovano a dover combattere il simbolico della vergogna, della necessità di purificazione, perciò cambiare le nostre abitudini in questo ambito fa paura e ci fa sentire insicure perché ci abbiamo messo molto tempo a trovare il modo di sentirci “sicure”. Gli assorbenti di stoffa sono come quelli di plastica: bisogna trovare quelli adatti a noi, fare qualche prova. Sono come quelli di plastica anche per tenuta, perciò se nel vostro ciclo dovete usare dieci assorbenti al giorno per cinque giorni, sarà così anche con gli assorbenti in stoffa. Solo che dopo averli usati non li butterete via, li metterete nello zaino in una bustina e li laverete a casa per riutilizzarli la prossima volta. La differenza è che quelli saranno gli unici assorbenti che avrete comprato, e saranno i vostri, esattamente come piacciono a voi.

Per la coppetta il discorso è diverso: la coppetta ha una tenuta superiore (avete letto bene, superiore) a qualsiasi assorbente. Ho amiche con un flusso molto abbondante che mi hanno detto di essersi sentite liberate dalla coppetta, perché finalmente non dovevano più controllarsi e cambiarsi così spesso come prima. Anche nel caso della coppetta, ci sono diverse misure e forme a seconda del flusso e se si hanno già avuto dei bambini o meno. Anche qui, qualche tentativo va fatto per forza, non è detto che vada bene alla prima. Sapete che la coppetta in realtà era stata inventata all’inizio del ‘900 ed era fatta di caucciù? Fu vietata e messa da parte perché era “osceno” pensare che le donne potessero trattare il proprio corpo – e specialmente la propria vagina – con tanta familiarità. Quella era una zona riservata agli uomini, lasciare che le donne se ne occupassero voleva dire incoraggiare promiscuità e deviazioni. Così ce la siamo dimenticata per quasi un secolo.

C’è una questione interessante da considerare sulle aziende che li producono, assorbenti di stoffa e coppette. Queste aziende, quasi tutte messe in piedi da donne, sono spesso legate a progetti di solidarietà femminile transnazionale. Il tabù delle mestruazioni impedisce infatti alle donne di partecipare alla vita sociale attiva in molte culture e in molti modi diversi. Perciò, ad esempio, ci sono aziende che producono in loco e forniscono assorbenti biodegradabili e sostenibili alle donne del Camerun, insieme ad un’educazione sul tema delle mestruazioni e della prevenzione sessuale. Le bambine del Camerun, infatti, quando hanno il ciclo non hanno assorbenti e per questo gli è vietato andare a scuola, perdendo fino al 75% dei giorni scolastici. Avere degli assorbenti vuol dire per loro poter andare a scuola tutti i giorni. Progetti simili esistono in Sudafrica, Uganda e Tanzania, ma anche in India. Molti di questi progetti sono nati in seguito al documentario Period. End of Sentence del 2018 di Rayka Zehtabchi. Ci sono altre aziende che propongono la formula “Buy one – Give One” dove ad ogni assorbente acquistato se ne associa uno che viene donato, in modo da offrire il più possibile l’accesso ad assorbenti riutilizzabili e sostenibili a persone che vivono sotto la soglia della povertà – anche in Europa.

La lotta femminista che porto avanti non è per gli oggetti, è per le idee. Voglio lottare per una rappresentazione libera delle mestruazioni, il superamento del tabù, della vergogna e della purificazione, della medicalizzazione ipocrita. Voglio lottare anche per la libertà del mio essere donna dalla capitalizzazione economica, e lottare con altre per un diverso sistema economico. Voglio lottare per un ciclo ecosostenibile, perché il tempo in cui vivo è questo, il terzo millennio, e nel mio tempo la crisi climatica va affrontata.

Perciò sono stufa di lottare per gli assorbenti, per quegli assorbenti al supermercato, per quelle mestruazioni. Voglio lottare per qualcosa che rispecchia il mio femminismo e compiere un salto siderale che si muova su un altro piano e che dagli anni Ottanta mi porti direttamente qui, a oggi.

[1] Potete trovare alcuni interessanti riferimenti in questo articolo: https://www.huffpost.com/entry/women-companies_n_5563256 (ultima visita il 2/5/2021).