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Le regole dell’Ancella

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Diana Sartori

Le regole dell’Ancella

Quando la furia del conflitto presente mi disorienta a volte torno indietro, e cerco aiuto in chi nel passato aveva lo sguardo lungimirante sul futuro. Specie lo sguardo visionario. Così dopo aver seguito l’accumularsi di interventi sulla gestazione surrogata, o GPA, ho ripreso in mano Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood[1]. In questo che è forse il più noto testo di fantascienza femminista Atwood disegna una società distopica, Galaad, che ha al centro l’uso legalizzato e controllato di donne riproduttrici per altri. La voce narrante è di una di queste Ancelle, Difred, che ha inciso la propria storia su musicassette ritrovate anni dopo e trascritte.

Volevo rileggere il racconto in cerca di qualche segno che mi aiutasse a illuminare il presente e qualche risposta alle mie tante domande.

Non ho dovuto faticare: due segni sono posti al massimo della visibilità, prima e ultima pagina, anche di più, nelle citazioni in esergo e nelle ultime parole.

 

Primo segno

Atwood propone tre citazioni prima di lasciar parlare la voce narrante dell’Ancella. La prima è il biblico passo dove la sterile Rachele propone a Giacobbe di unirsi alla serva Bila per avere un figlio. La pratica era già stata usata da Abramo e Sara con la schiava Agar e sarà adottata di nuovo e imitata da Giacobbe e Lia con Zilpa.

Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no io muoio!». Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?». Allora essa rispose: «Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei» (Genesi 30; 1-3)

E’ un rifermento biblico che è risuonato più volte nel dibattito odierno, con anche diversi intenti. Non mi soffermo a commentare, se non rilevando che i Patriarchi sono giustamente tali nella lunga storia del patriarcato.

La seconda citazione è di Jonathan Swift dalla sua Una modesta proposta, che ironicamente suggeriva di risolvere il problema dei bambini irlandesi poveri dandoli da mangiare ai ricchi. Anche qui rilevo quanto sia lunga la storia di una razionalità economica per la quale è perfettamente conseguente una modest proposalper impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro Paese e per renderli utili alla comunità”, con tanto di ricetta, il che è ancor più accattivante oggi in tempi di culto dello chef (ultima autorità maschile trionfante nel regno femminile della cucina) che allora.

E vengo alla terza citazione, quella che davvero non ricordavo e ora invece mi ha colpita come quel segno che cercavo. E’ un proverbio Sufi che parla proprio di segnali:
In the desert there is no sign that says, Thou shalt not eat stones.
Nel deserto non v’è nessun segnale che dica: tu non mangerai le pietre.

Sibillino. Delle tre citazioni è quella meno considerata da chi si occupa di Atwood, e le interpretazioni sono discordanti[2]. La stessa autrice, però, ha detto della sua scelta in merito:

“The third – “In the desert there is no sign that says, ‘thou shalt not eat stones'” – is a Sufi proverb stating a simple human truth: we don’t prohibit things that nobody would ever want to do anyway, since all prohibitions are founded upon a denial of our desires.”[3]

Per lei il senso del proverbio è che noi non proibiamo le cose che nessuno vuole comunque fare, dal momento che tutte le proibizioni si basano sul negare i nostri desideri. Ed è una semplice umana verità.

Le semplici umane verità non hanno buon corso nei dibattiti femministi e teorici, anzi il rischio di incorrere in accuse di essenzialismo, naturalismo, ingenuità prefilosofica etc. è piuttosto una certezza. Ma forse i proverbi Sufi incontrano di più, quindi che segnale manda di qualche orientamento quel proverbio, e quale ha voluto raccogliere Margaret Atwood nel suo profetico racconto, e che mai buona ultima testimone-modesta io ci riconosco?

Le regolamentazioni giuridiche e le proibizioni sono fatte su cose che desideriamo, e su cose che possiamo fare. Possono essere utili in vario modo, forse molto meno di quanto immaginiamo, sicuramente molto meno di quanto speriamo e ci raccontiamo. Anch’esse fanno parte più che altro di quanto immaginiamo e speriamo. Molto più che altro. L’efficacia immaginaria è superiore a quella di regolazione effettiva. Lì è la vera partita.

Non ho granché fiducia nella forza di legge e nel suo potere, ma non sottovaluto la sua forza immaginaria e persino la sua capacità di dare un orientamento simbolico. C’è un residuo di autorità nella legge. Ma poco può rispetto a quanto può l’autorità di ciò che può e non può essere fatto, e all’offerta di possibilità di ciò che si può in qualche modo fare, che è in nostro potere di fare alle condizioni presenti.

La partita è su quel che si desidera e si può fare. Su questo non sono né il diritto né i diritti a guidare la partita. Il gioco è più grande, largo, e insieme intimo e non ha granché a che fare con lo spazio uniforme e universale del diritto, né tantomeno con le sue controparti etiche, o ancor meno con una presunta etica fatta legge.

 

Secondo segno

Il Racconto dell’Ancella ha un epilogo[4]. Ad una conferenza ufficiale del 12° Simposio di Studi Galaadiani nell’ambito del Congresso Internazionale dell’Associazione Storica che ha avuto luogo presso l’Università di Denay, Nunavit , il 25 Giugno 2195, viene presentato il testo trascritto dalle musicassette ritrovate dalla Presidente Maryann Crescent Moon e dal Prof.James Darcy Pieixoto.

Tutta la vicenda viene illustrata e il Prof. Pieixioto racconta le vicende del ritrovamento, le ricostruzioni della vicenda e le problematiche del documento storico del racconto dell’Ancella, nonché le ipotesi sulla sua sorte e quella della ribellione nella quale trova aiuto per il tentativo di fuga.

Dicevo del mio guardare al passato per qualche luce sul presente, ma Atwood che guarda al futuro come chiave del presente fa dire a Pieixioto in conclusione qualcosa che riguarda il volgersi al passato. Lui da un futuro distopico volgendosi da storico al passato di Galaad, che ha attraversato e superato il terribile tempo delle Ancelle, conclude

“Come tutti gli storici sanno, il passato è un grande spazio buio, colmo di echi. Le voci che ci raggiungono di lì sono intrise dell’oscurità della matrice da cui provengono e, per quanto ci si provi, non sempre possiamo decifrarle con esattezza alla luce più chiara del nostro tempo.”

Ma nemmeno la luce chiara del tempo presente è così sicura, forse lo è di più quella del racconto passato narrato in prima persona dall’Ancella.

Conclusione del discorso di Peixioto. Applausi.

Ma poi le ultime parole del libro. Risposta alle mie domande:

“Ci sono domande?”

[1]Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Mondadori, Milano 1988 (ed.or.1985)

[2]Ad esempio, tra le altre: Nancy V. Workman, “Sufi Mysticism in Margaret Atwood’s The Handmaid’s Tale”, in SCLEL Vol. 14, n.2 (1989), e Lucy M. Freibert, “Control and Creativity: The Politics of Risk in Margaret Atwood’s The Handmaid’s Tale,” in Critical Essays on Margaret Atwood, Ed. Judith McCombs (Boston: G.K. Hall, 1988), pp. 280-292.

[3] In: Margaret Atwood, Dire Cartographies: The Roads to Ustopia and The Handmaid’s Tale, Knopf Doubleday Publishing Group, 2015.

[4]Sull’Epilogo: David S. Hogsetten, “Margaret Atwood’s Rhethorical Epilogue in The Handmaid’s Tail. The Reader’s Role in Empowering Offred Speech Acts”,   in “Critique”, vol.38, n.4 (1997) pp.262-278.