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Introduzione al tema Femminismo ed ecologia

Caterina Diotto, Mariateresa Muraca, Anna Maria Piussi, Chiara Zamboni

 

Questa rubrica nasce dal desiderio di approfondire le questioni riguardanti l’ecologia, essenziali nel tempo in cui viviamo, attraverso lo sguardo incarnato e relazionale della differenza sessuale. Siamo alla ricerca di un metodo, di una via (methodos in greco) che ci possa aiutare innanzitutto a non restare schiacciate tra i diversi dualismi che si sono imposti, o si stanno imponendo, nei linguaggi, nei discorsi, nelle analisi delle situazioni, tanto nel passato quanto nel nostro presente.

Dualismi che creano degli aut-aut sempre più distanti tra loro, che incastrano l’interpretazione, ne incanalano le domande in un già pensato che torna sempre a sé stesso. Un già pensato che in molti casi sentiamo come discordante rispetto alla realtà delle cose.

Il primo fra questi aut-aut interpretativi che riconosciamo nel mondo che ci circonda contrappone l’approccio locale e la visione di sistema. Le analisi economiche, sociali e politiche e le soluzioni che propongono sono in molti casi viziate in partenza, perché si rinchiudono o in una visione troppo localizzata e particolare, oppure in un approccio universalistico e astratto che non ha però nessun legame con le singole realtà contingenti.

Il secondo aut-aut riguarda il rapporto fra scienza e politica. La realtà di questi giorni ci offre infatti anche delle occasioni. Una fra queste è l’opportunità di riconoscere la pluralità della scienza, perché il parere degli scienziati, che si vorrebbe unitario e assoluto, disegna invece una complessità di fronte alla quale non esistono risposte univoche, specialmente in presenza di fenomeni pressoché sconosciuti come la pandemia da Covid-19. Abbiamo quindi l’opportunità di pensare alla scienza non come un insieme di conoscenze certe e consacrate ma come un cammino di ricerca sempre inconcluso. Ma siamo in grado di approfittare di questa occasione? Sembra piuttosto che, nel momento in cui è necessario prendere delle decisioni che presuppongono anche conoscenze scientifiche, prevalgano due opposti atteggiamenti: la delega agli esperti o, al contrario, un assoluto discredito dell’opinione scientifica. Nei confronti della scienza le persone manifestano o diffidenza e progressivo allontanamento oppure una cieca obbedienza, che all’occorrenza scatena una “caccia alle streghe” verso chiunque osi fare domande.

Il terzo è lo scontro tra le prospettive che mettono al centro la salute pubblica e le cosiddette “esigenze” dell’economia. Quale economia? La discussione sembra non affrontare mai il nodo di quale modello economico si trova in contrasto con la salute pubblica, come se l’economia fosse un campo indipendente, con regole proprie e necessarie.

Questo terzo aspetto ci porta direttamente alla questione che più fortemente oggi si impone alla nostra attenzione: se ormai è chiaro che l’emergenza legata alla diffusione mondiale del coronavirus ha innescato un cambiamento irreversibile, ci chiediamo se questo cambiamento sarà solo l’ennesima versione – magari ancora più feroce – di un ideale di progresso che sta portando al collasso il pianeta, oppure se è arrivato il momento di iniziare una trasformazione radicale.

Già da tempo avevamo deciso di soffermarci sugli scritti di Laura Conti, per ragioni che vengono illustrate in particolare nel testo di Chiara Zamboni. Ma in questi giorni in cui la pandemia mostra i suoi effetti nelle nostre vite, le sue parole, i temi al centro del suo impegno, le sue pratiche politiche ci sono sembrati particolarmente preziosi. Laura Conti ci insegna infatti un metodo per attraversare i dualismi che riconosciamo nel mondo.

La vicenda del disastro ambientale che colpì Seveso e altre città della Brianza nel 1976, su cui si sofferma il testo di Mariateresa Muraca, rivela che Laura Conti aveva una grande capacità di coniugare la consapevolezza delle molteplici connessioni che attraversano la realtà con un profondo radicamento nel contesto. E questa capacità si rifletteva nella sua preoccupazione costante di attivare processi decisionali – a quel tempo era consigliera della regione Lombardia – che coinvolgessero quanto più possibile le persone direttamente interessate.

Laura Conti si sentiva inoltre implicata nell’articolato rapporto tra scienza e politica, e curava il dialogo tra queste due dimensioni, facendo attenzione a smascherare la presunta neutralità della scienza. Soprattutto era consapevole che l’orizzonte politico delle sue scelte la obbligava a stare nelle contraddizioni senza pretendere di risolverle, accogliendo se necessario delle soluzioni parzialmente soddisfacenti purché il più possibile condivise.

Crediamo che il senso di giustizia così cruciale nell’esperienza politica di Laura Conti ci possa aiutare a non smarrire la direzione nel percorso di riflessione.

Per completare questo primo insieme di interventi su Laura Conti, ai due primi testi di Chiara Zamboni e Mariateresa Muraca si affiancheranno nei prossimi mesi quelli di Caterina Diotto e Anna Maria Piussi.