torna alla home del sito
fare diotima
seminari e corsi
grande seminario
archivio
 
 
"Diotima è un modo di essere e uno stile di movimento che ci permette di allargare la rete di relazioni tra donne lì dove il nostro desiderio ci porta ad essere.
E' un movimento che costituisce realtà"
 
Titolo : l senso libero della differenza sessuale.  Il senso è libero, la differenza?
 
Programma
10 ottobre – Diana Sartori
Noi che non siamo indifferenti
 

17 ottobre – Alessandra Pigliaru
Sapere di sé. Corpi e materialità delle vite
 

24 ottobre – Wanda Tommasi
Interrogare il desiderio
 

7 novembre – Tutte le/i partecipanti
Discussione in gruppi
 
 
Presentazione
I primi tre incontri si terranno in aula T1 (Polo Zanotto, piano terra) della Facoltà di Lettere e Filosofia, via San Francesco 22, Università di Verona. Nel quarto incontro ci divideremo in gruppi di discussione. Le aule a disposizione sono la T1, 1.4 e 1.6 (queste due ultime sono al Polo Zanotto al primo piano).
 
Il seminario vale come crediti F per il corso di laurea di Filosofia.

 
Pagina Facebook di Diotima:

https://www.facebook.com/pages/Diotima-Vr/425196054205427?fref=ts
 


 
Presentazione 

Il senso libero della differenza sessuale. Il senso è libero, la differenza?
 
 
Il tema di questo seminario parte da un contesto, quello di una sperimentazione fluida di vite che stanno seguendo strade imprevedibili fino a qualche anno fa. Che si tratti di tecnologie riproduttive, di nuove famiglie, di forme di sessualità fuori schema, di esistenze non rappresentabili in modelli noti, di esseri ai margini, viviamo comunque un contesto nel quale viene superato il significato di umano così come è stato pensato dalla cultura moderna. Niente di male. Non abbiamo mai difeso la cultura moderna, di impronta maschile. Allo stesso tempo però questo ci pone numerose domande.
Diotima è nata a partire dal pensiero della differenza sessuale come interpretante della realtà delle nostre vite. Differenza sessuale non dunque come dato biologico, ma continua scommessa di senso nel leggere quel che avviene nel rapporto pragmatico dei sessi, nel quotidiano, nel lavoro, nella politica, in economia, nella materialità delle esistenze, nel rapporto tra generazioni.
Le pulsioni, che portano a esperienze fluide di vita, rimettono in gioco soggetto, desiderio, corpo, materialità economica, relazioni, toccando un nodo simbolico che ci è sempre stato a cuore, quello tra libertà e necessità. Sta a noi e a chi partecipa a questo seminario trovare il filo di senso nella lettura degli spostamenti che stiamo vivendo.
Abbiamo pensato di dividere il seminario in due parti distinte. La prima parte è composta di tre lezioni (i primi tre venerdì) con il dibattito, che è sempre stato un momento importante della lezione. La seconda parte si concentra nell’ultimo venerdì, cioè il 7 novembre, in cui ci si dividerà in tre gruppi. Ogni gruppo parlerà di tutto e sarà diretto da una delle tre oratrici. È un modo per chi ha partecipato come uditrice di rilanciare le idee ascoltate aggiungendone altre, portare esperienze, dubbi, cose capite per proprio conto. 
 
Bibliografia:

 
Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 2003.

Judith Butler, La disfatta del genere, Meltemi, Roma 2006.

Ina Praetorius, Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, Milano 2011.

Rosi Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, DeriveApprodi, Roma 2014.

Françoise Collin, Marisa Forcina, La differenza dei sessi nella filosofia. Nodi teorici e problemi politici, Milella, Lecce 1997.
IL SENSO LIBERO DELLA DIFFERENZA SESSUALE
Il senso è libero, la differenza?

MATERIALI PER LA DISCUSSIONE

Diana Sartori
NOI CHE NON SIAMO INDIFFERENTI (10/10/2014)
Sintesi per la discussione

La relazione che ho presentato era molto lunga e articolata, anche ora mi è difficile darne una sintesi. Dirò quindi quale è stato il filo principale che mi ha guidata e quali sono stati alcuni snodi che ho interrogato.
Il filo lo ho raccolto dalla domanda del titolo alla quale immediatamente ho risposto “no”: il senso libero della differenza sessuale non è da intendersi come un senso libero dalla differenza sessuale.
A ciò ho aggiunto che in quella domanda c'era un rischio, quello di suggerire l'attesa di un “perché” nella forma di una definizione o di una giustificazione, qualcosa che non abbiamo mai fatto, non corrisponde all'esperienza e al percorso che abbiamo intrapreso: non che non ci sia stato un dire, un portare al pensiero e alla parola, ce ne è molto, ma questo non è riducibile a un pensato, a una teoria definita, riprendendo le parole di Francoise Collin: la differenza dei sessi resiste ad ogni trattazione teorica, è indecidibile, si ridecide in ogni momento, in qualche atto politico o privato, è dell'ordine della prassi.
L'espressione “la ricerca del senso libero della differenza sessuale” è stata usata per dire cosa fosse il femminismo, quale fosse la sua scommessa, il suo taglio rivoluzionario. Come il femminismo l'espressione non ha un significato di per sé senza l'assumere in prima persona quella scommessa, senza quello spostamento, quel salto che occorre fare ognuna per sé, e che non va da sé, rispetto a cui noi stesse non siamo indifferenti.
Nel mio discorso ho preso come guida l'idea che in “il senso libero della differenza sessuale” c'è un equilibrio e una tensione che non è facile tenere, che non si tiene da sé, che va tenuto da noi stesse e continuamente ritrovato. Nell'espressione ci sono due poli che sono messi in tensione e in circolo, o spingono uno contro l'altro intersecandosi in un incrocio, quello al quale noi stesse siamo, in un punto piccolo e instabile, con il continuo rischio di sbilanciarci da un lato o dall'altro. L'equilibrio è quello tra libertà e necessità. Tra agire e patire, tra senso e corpo, tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. Il senso libero della differenza sessuale non vive se non si assumono in prima persona entrambi i lati, quello della condizione di necessità e quello della libertà, all'incrocio tra il dato e il dire, senza che ciò possa ridursi a un detto.
Questo perché la differenza sessuale è condizione di significazione ma anche limite alla significazione, è condizione di possibilità e insieme di impossibilità. Ho ripreso in ciò il concetto arendtiano di “condizione”, non una natura o un essenza, ma qualcosa che è irriducibile e intrascendibile, persino quando la si nega. Una condizione produce un senso non libero in varie circostanze: quando la si riempie di contenuti determinati profilando un destino, quando viene negata, quando viene resa insignificante. Assumere una condizione libera il senso per quel che può, accogliendo ciò che non può come limite abilitante. Non si è liberi da una condizione data, ma si è liberi nell'apertura di senso di quella condizione.
Il femminismo è stato un taglio rispetto ad un senso coatto, non libero, della differenza sessuale, ha aperto l'incastro fra due vie che sembravano obbligate: da una parte differenza femminile senza libertà, dall'altro la presunzione di una libertà a spese della differenza femminile. Era l'agire congiunto di due tendenze che corrispondono ai due poli 1) differenza come mera necessità e impotenza, e 2) indifferenza come totale libertà del senso e strategia di gestione ed eliminazione dalla differenza.
Ho proposto una ricostruzione dell'agire insieme storicamente di queste due tendenze in un doppio regime di “differenza indifferente” e di “differenza inferiorizzante e coatta”, che è stata l'architettura di un ordine simbolico, sociale e politico la cui storia è stata interrotta dal femminismo che ha aperto quell'incastro aprendo con ciò la possibilità di un altro ordine.
Ma la possibilità non ha significato la sua realizzazione automatica. Quel che è avvenuto è che si è entrati in una fase di trasformazione e di conflitto simbolico e materiale che è il nostro presente. Si è aperto si lo spazio di un diverso ordine di senso e di rapporti portato dalla libertà femminile e dalla rivoluzione femminista, ma il doppio regime della differenza indifferente non è venuto meno. Esso da due lati spinge a chiudere quell'apertura e quella possibilità: dal lato della differenza non libera e dal lato della differenza indifferente.
Così interrogarsi sulle trasformazioni in atto, sia quelle delle odierne tendenze di un ordine che potremmo definire di crisi del capitalismo post-patriarcale, significa guardare a come in esso si manifesti il conflitto simbolico e materiale tra le tradizionali due tendenze ordinatrici, convissute a lungo, della differenza coatta, dell'indifferenza e dall'altra parte del senso libero della differenza sessuale.
Nel resto della relazione ho cercato di analizzare questo conflitto, e di vedere come quelle due tendenze (differenza indifferente, differenza non libera) si ripresentino, aggiornino, riconfigurino nel quadro rivoluzionato da una differenza che ha preso a esprimersi in libertà. Da entrambi i fronti del vecchio ordine, che apparentemente nemici contribuivano a mantenerlo, c'è l'esigenza di una revisione che registri l'accaduto della rivoluzione femminista e vi reagisca in un nuovo equilibrio: in ciò si manifesta nel contempo un conflitto sul senso del femminismo che lo rilegge e riduce in modo spurio e pericoloso, che leggo orientato prevalentemente all'affermazione dell'indifferenza sessuale.
Ho poi considerato alcuni esempi di manifestazione di tale conflitto e cercato di riconoscervi l'agire delle suddette tendenze e del riconfigurarsi della loro perversa alleanza, raccogliendo l'invito dell'introduzione al seminario che poneva l'urgenza di confrontarsi con le trasformazioni del nostro presente soprattutto per quanto riguarda le sperimentazioni fluide di vita e di forme di rapporto tra i sessi legate al nuovo contesto “postumano” e agli sviluppi tecnologici e biotecnologici.
Le aree che ho preso in esame sono state: 1) l'odierna controversia che ha contrapposto alcune posizioni ufficiali cattoliche e gender theory 2) lo sviluppo delle teorie Queer e la centralità della questione della sessualità 3) l'accento posto sul cosiddetto “postumano” e in particolare la proposta di Rosi Braidotti. 4) l'appellarsi alla psicoanali , specie di matrice lacaniana, come baluardo di difesa della differenza sessuale contro l'avanzare dell'indifferenza sessuale (nella relazione questo ho dovuto tagliarlo e solo accennarlo).
Non posso qui rendere conto di questi passaggi, in estrema sintesi dico che in questi ambiti ho evidenziato l'agire della polarizzazione che ho suggerito.
Ho concluso tornando al titolo: con il senso libero della differenza sessuale si è scommesso sull'incrocio tra natura e cultura, corpo e parola, necessità e libertà, differenza naturale come destino e indifferenza come via di indipendenza dai limiti della corporeità sessuata... Si è aperto a quell'incrocio un inedito spazio di libertà. Quei due poli storicamente contrapposti, ma in verità alleati e agenti insieme con l'effetto della non libertà femminile sono stati contemporaneamente sfidati da una differenza sessuale libera che venuta al mondo ha rimesso in discussione l'ordine della loro alleanza e della loro contrapposizione.
La differenza sessuale non libera era all'incrocio dell'ordine che hanno strutturato, la differenza sessuale libera è ora all'incrocio della trasformazione di quell'ordine.
Le due tendenze, le due forze di quella polarità si ristrutturano nei loro rapporti, cercando di ritrovare un ordine dove la differenza sessuale libera sia indifferente, torni a essere senza libertà o indifferente, o le due cose insieme..
Ma la differenza sessuale libera non è indifferente, non lo è stata in questo cambiamento e non si deve lasciare indifferenziare. Il regime dell'indifferenza sessuale rende insignificante nel nome di una presunta indipendenza per cui tutto dipende da noi con la differenza sessuale la corporeità, la natura, ciò che non dipende da noi, ma contemporaneamente rende noi stesse singolarità indifferenti, ci passa attraverso in un ordine che va da sé.
Quel punto di incrocio va tenuto aperto, ma perché il senso libero della differenza sessuale resti questa apertura noi stesse non siamo indifferenti. Occorre fare la differenza.





Alessandra Pigliaru
Sapere di sé. Corpi e materialità delle vite

La relazione Sapere di sé. Corpi e materialità delle vite ha comportato una lenta e articolata mappatura di diversi punti mobili e dislocati tra testi, pratiche politiche, esperienze singolari e collettive.
Qui si darà conto solo di qualche sollecitazione, partendo tuttavia dalla premessa che ha mosso l’intero intervento: se da un lato è vero che la differenza sessuale indubitabilmente è legata al corpo, dall’altro lato quel corpo è stato velato proprio dal discorso della differenza sessuale di matrice italiana.
È possibile capire se ciò abbia avuto delle conseguenze? Nella domanda di coniugazione e spesso frizione tra materialità e simbolico c’è una storia che si interrompe o che ha necessità di essere nominata ulteriormente?
La materialità delle vite - dando a quest’espressione l’ampia portata di corpi, sessualità, lavoro, relazioni, cura di sé - andrebbe invece rimessa al centro, rigiocata e interrogata come questione politica di prim’ordine nel presente proprio all’interno del pensiero della differenza sessuale – nella consapevolezza che gli elementi che la distinguono concorrono a puntellare un sapere di sé.
In tal senso illuminare le scritture esperienziali delle donne è utile. Gli esempi portati sono riferibili a Carla Lonzi e principalmente al suo Taci, anzi parla e a Marina Cvetaeva e ai suoi Taccuini. È a questa altezza che analizzare passaggi precisi di entrambe apre a una interlocuzione con il ragionamento relativo alla metonimia e al regime di iper-metaforicità che viene spiegato da Luisa Muraro in Maglia o uncinetto.
In che modo metafora e metonimia ci aiutano a declinare la materialità in relazione al simbolico?
L’entrata in scena di alcuni elementi relativi alla materialità, sia in Lonzi che in Cvetaeva, sono metonimici rispetto all’intera questione della materialità simbolica oppure sono un procedere per metafore di cui ci si deve sbarazzare?
Corpi, sessualità, piacere, relazioni, ma anche nutrimento e fame ci «toccano»? Appartengono forse a una «contingenza» che va interrogata ulteriormente? Politicamente ci si deve far carico degli esiti?
Al cospetto di alcuni elementi della materialità è possibile che il simbolico sia incapace di bastare a se stesso?

Nello scenario politico attuale, vi sono proposte e pratiche politiche che possono interloquire con il pensiero della differenza italiano. In che modo? Mentre il corpo, la sessualità e la materialità in generale andavano contraendosi e prendevano traiettorie inedite in Italia, alcuni passaggi importanti venivano portati avanti da altri percorsi filosofici con una precisa collocazione femminista.
È possibile che il pensiero della differenza italiano trovi guadagno e punti di contatto con percorsi che non sono i propri? Il riferimento è stato rivolto principalmente al posizionamento di Rosi Braidotti (soggetto nomade, postumano), e al concetto di continuum.
Come si pone il pensiero della differenza italiano rispetto a teorie e pratiche che hanno interrogato la materialità?



Wanda Tommasi
Interrogare il desiderio
 
   Il tema del desiderio è stato centrale nel femminismo fin dagli anni 70: il problema era quello di dare voce a un desiderio femminile che prima era tacitato o asservito nell’ordine patriarcale e che, nel percorso di emancipazione, era stretto fra due soluzioni, entrambe insoddisfacenti, quella dell’estraneità e quella dell’omologazione all’uomo. Molto è stato fatto nel pensiero e nelle pratiche della differenza sessuale per iscrivere nel mondo il desiderio femminile senza mutilazioni: il ritrovamento di mediazioni femminili fra sé e il mondo, in relazioni di disparità e di autorità, ha consentito di inserire nel sociale e nella politica un desiderio di donne che è giusto definire ontologico, perché è un desiderio di essere e di esserci. Consapevole della fecondità di questo percorso, avanzo tuttavia delle domande rispetto al desiderio.
1.      A mio parere, c’è una sorta di metafisica del desiderio nella presupposizione che una donna possa esprimere un desiderio fuori dall’ordine simbolico dato, di marca maschile, un desiderio sorgivo, autentico, altro. Ma fino a che punto è libero il desiderio? E’ difficile desiderare secondo se stesse, evitando il mimetismo rispetto al desiderio di altri e di altre.
2.      La seconda domanda riguarda la possibilità di avere una misura del giudizio rispetto agli oggetti del desiderio: stando nell’orizzonte del desiderio, non è possibile alcun giudizio, perché ciascuna desidera ciò che vuole, ma, se si considera, con Aristotele, che il desiderio è solo un mezzo rispetto al fine che tutti perseguono, cioè la felicità, è possibile una misura del giudizio. Una donna desidera autorità o potere, soldi, carriera o realizzazione di sé? Non tutti gli oggetti sono pari. Va detto tuttavia che, nel pensiero della differenza sessuale, fondamentalmente si promuove un desiderio senza oggetto: si apprezza il desiderio per la sua capacità di spostamento e di affinamento di sé: come afferma Manuela Fraire, nel femminismo fin dall’inizio l’importante non è tanto il desiderio di qualcosa, di un oggetto, “quanto piuttosto “il rapporto e la trasformazione di sé che si opera per via del desiderio”.
3.      Un terzo dubbio riguarda il progressivo dissolvimento dell’intreccio di desiderio, sessualità e politica che c’era nel femminismo della differenza degli anni 70, per esempio in Carla Lonzi: dall’eterosessualità normativa, giustamente criticata da Lonzi e da altre, si è passate a un pensiero della differenza paradossalmente desessualizzato (con l’eccezione di Luce Irigaray, come è stato ricordato giustamente da Chiara Zamboni nel dibattito).
4.      La quarta domanda riguarda la caduta del desiderio: che cosa dire a colei che si scopre nonostante tutto non desiderante? Nel pensiero della differenza, c’è una sorta di imperativo a stare sempre nello squilibrio del desiderio. Tuttavia, talvolta agiscono dei meccanismi ai auto imprigionamento depressivo, in cui il desiderio minacciato, che non trova risposta, si ritorce contro colei che lo ha sostenuto: l’aggressività, che non si riesce ad esprimere all’esterno, può ritorcersi contro se stesse in modo paralizzante.
    Il desiderio ha a che fare con il corpo: ma il corpo è sempre incrociato dal linguaggio; a me interessa l’intersezione di corpo e spirito, lo spirito che si fa corpo e che diventa quindi anche forza materiale. Sono possibili varie accezioni del corpo: il corpo-sintomo, il corpo come mediazione col mondo nel lavoro manuale e in quello di cura, il corpo che noi siamo più che averlo come se fosse un oggetto, il corpo come ritmo. Fra il corpo come peso e il corpo-ritmo, c’è il sentiero stretto da tracciare fra necessità e libertà. In mezzo ci siamo noi, con la scommessa di fare di ciò che ci è semplicemente capitato di essere, fra cui l’essere nate donne, un guadagno di senso e di libertà. Il femminismo mi ha insegnato a fare della contingenza dell’essere nata donna, che in passato era sempre stata interpretata come uno svantaggio, un percorso di libertà. Ritengo che anche molte altre cose che non dipendono da noi, ma che ci sono semplicemente capitate, possano essere riscattate dal peso con cui ci gravano addosso se le si accetta, le si elabora e si riesce a farne degli elementi di condivisione con altre e altri.
Alle mie domande sul desiderio, altre si sono aggiunte nel corso del dibattito: ne ricordo due, che mi sono sembrate particolarmente significative. Riccardo Fanciullacci ha detto: che cosa ne fai del tuo desiderio? E Laura Colombo ha proposto la domanda: come desiderare secondo se stesse senza rinunciare alla relazione?